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di Mario Pedini Le comunicazioni del segretario di Stato Powell al Consiglio di sicurezza dell' Onu sono ben gravi, ma non tali da convincere subito all'azione militare sotto mandato Onu per imporre a Saddam Hussein il disarmo e a darne le prove. La tendenza prevalente per ora è quella di prolungare e rafforzare il mandato degli ispettori che operano in Iraq e attendere il loro rapporto globale. Kofi Annan dichiara che la guerra è ancora evitabile e Chirac, e non solo lui, ritiene pur sempre che la guerra sia il peggiore dei rimedi alla crisi. E gli americani (persino Powell) perdono la pazienza e comunque, così sembra, vogliono la guerra punitiva con o senza Onu. Nessuno dubita più che Saddam Hussein non sia un bandito internazionale che si fa beffa e che vada punito dall'Onu a mò di esempio. Ma se gli americani scatenassero la guerra senza il mandato dell'Onu rischierebbero di aggravare la situazione già difficile, delegittimerebbero di fatto l'Onu avviandola al tramonto, potrebbero aprire nuove aree di crisi soprattutto in Asia e darebbero fiato all'integralismo di masse fanatizzate e scatenate a destabilizzare i pur tiepidi regimi moderati arabi... Se ne avvantaggerebbe il terrorismo di Bin Laden e di Omar nel loro disegno eversivo e ne avrebbero certo danno, e di molto, l'unità europea e l'economia mondiale bisognosa di rilancio. Ci si interroga, a questo proposito, se pecchiamo tuttavia di pavida vecchiaia noi europei nel dire tutto questo agli americani, pur comprendendo che l'America, trovatasi in casa e per la prima volta nella sua storia la guerra con l'aggressione dell'11 settembre 2001, ha il diritto di reagire con tutte le sue forze e di contare sulla solidarietà degli alleati. Non credo. Doveroso è invece chiarire agli americani il perché delle nostre perplessità anche nella coscienza delle comuni responsabilità verso il mondo. Chiariamo, ad esempio, che in Europa e pur in tono diverso, dubitiamo che un attacco militare senza mandato Onu possa servire a vincere il terrorismo e possa, essere efficace per chi, dittatore di Baghdad - e non è il solo - mette a rischio la pace di tutti con le sue folli ambizioni. Il terrorismo noi pensiamo, lo si smonta pezzo per pezzo, nido per nido, con servizi di informazione efficienti, con forze di polizia ben addestrate, con quei mezzi sofisticati di ricognizione di cui proprio la tecnologia americana è ben dotata. E non lo si sconfigge in settimane ma in un lungo tempo e sempre che le libere democrazie vigilino anche su se stesse con serio impegno. Una guerra senza mandato Onu, per di più spegnerebbe forse un vulcano a destra per aprirne un altro a sinistra e il dittatore di oggi farebbe scuola ad altri dittatori domani. E quanto a Saddam Hussein, noi europei sappiamo che è un pericolo internazionale da togliere di mezzo al più presto anche per il bene del suo popolo. E che tale fosse ben lo si sapeva già quando egli scatenava la lunga guerra contro l'Iran quando gassificava i curdi, quando faceva fuori bestialmente gli oppositori alla sua dittatura. Un dittatore, Saddam Hussein, che se è pavido quanto spietato, potrà anche andare in esilio ma che, se è pazzo come Hitler, data per persa la guerra, potrebbe egli stesso, stiamoci attenti, anche scatenarla, aggredendo per primo. Un dittatore però che, per non fare esempio ad altri, deve essere disarcionato solo dall'Onu. Altrimenti non si può escludere che altri dittatori simili a lui non giochino al ricatto nucleare. Ma per fermare oggi e domani il mondo dal baratro nucleare e da altro che può distruggerlo – diciamolo finalmente anche agli americani - più che i Trattati che ciascuno interpreta secondo la sua convenienza, vi è una sola via: avviare una giustizia sociale distributiva che ancora in forma anarchica, ma forse ora in modo più riflessivo, chiedono gli “anti-global” di Porto Alegre e cui, pur in forma autocritica, pensano ormai anche i ricchi di Davos. Una giustizia da costruire insieme, ricchi e poveri, con onesto impegno, con pazienza e tempo nell'interesse della pace del mondo dei nostri discendenti ma dimostrando sin d'ora e per avviarla, volontà costruttiva .... Non credo che queste siano le riflessioni di pacifismo imbelle della «vecchia Europa». Sono soprattutto ragionamenti fatti alla luce, utile a tutti. E pur apprezzando la nuova «dirigenza» dell'attuale America e pur essendo io filoamericano da antica data, non credo abbia torto l'International Herald Tribune (oggi ripreso da L'Internazionale italiano) quando scrive che noi europei vediamo la crisi odierna con il «peso della nostra storia» ma che forse pochi sono «i dirigenti politici americani che hanno sofferto in proprio la terribile guerra e la crisi del Vietnam (lo ricorderanno la Cina e altri Paesi asiatici destinata a raccogliere i frutti dell'odierna crisi?). Ma, ahimé, io coltivo anche un altro timore di fondo. Che la crisi attuale innescata da un terrorismo alla Bin Laden che nasconde feudale voglia di conservazione e dalle ambizioni di un dittatore in altri tempi anche troppo accreditato, non inneschi quello che alcuni storici autorevoli, specie anglosassoni, vanno dicendo essere il segno del nuovo secolo del mondo: la Storia ormai come «conflitto di civiltà». Confesso di avere sempre letto con interesse quelle teorie, ma di non avere mai dato ad esse molto credito. Le consideravo intelligenti ma deprecabili ipotesi. La mia esperienza anche personale, la fiducia nella provvidenza, l'ottimismo verso il buon senso umano mi inducono sempre a pensare che, se gli uomini non impazziscono ma operano con ragione, le maggiori civiltà, pur nella diversità delle loro radici, potranno trovare tra esse consenso sui valori affini e far sorgere gradualmente quella che Senghor chiamava la «civiltà dell'universale» e che il messaggio cristiano ha proposto a tutti i cittadini del Mondo. E questo penso ancora. Allora, continuino dunque i governi europei, e anche il nostro, a mediare. Ma, mi auguro, lo facciano senza tentazioni machiavelliche e con onesto senso della realtà. Questo in molti in Europa ci auguriamo in ore tanto difficili.
On. Mario Pedini
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