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(25 settembre 2002) Il 25 settembre 2002 si è svolto alla Camera dei Deputati un dibattito parlamentare sulla situazione internazionale e sulla crisi con l'Iraq, introdotto dal Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi. Si riporta il testo integrale del discorso. * * * Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, la crisi internazionale seguita alla tragedia dell’11 settembre è entrata in una fase delicatissima. L’opinione pubblica è comprensibilmente allarmata. Gli italiani guardano a questo dibattito dei loro rappresentanti con legittima inquietudine.
Vogliono sapere dalla classe dirigente eletta come stanno davvero le cose. Con un libero voto del nostro Parlamento, un anno fa l’Italia entrò nella grande coalizione contro il terrorismo costruita intorno agli Stati Uniti d’America, insieme con i partner dell’Unione Europea e d’intesa con la Federazione russa, con la Cina e con altri Paesi a regime politico moderato del mondo islamico. Il voto di Camera e Senato fu molto ampio, e l’opposizione parlamentare contribuì a rendere chiara e autorevole la posizione del nostro Paese con il suo impegno favorevole all’intervento in Afghanistan. Questa politica ha conseguito risultati importanti: 1) lo smantellamento del regime politico talebano, che proteggeva le basi territoriali della rete terroristica di Osama bin Laden, e lo sradicamento di quelle basi; 2) la costruzione di una catena di intelligence integrata che ha portato in tutto il mondo a migliaia di arresti e all’accumulo di dati decisivi per impedire la proliferazione delle cellule armate e la messa in atto di nuovi attentati. In Afghanistan, un Paese che resta ad altissima instabilità politica e militare per evidenti ragioni storiche, è in corso un difficile tentativo di stabilizzazione democratica fondato sulla liberazione di quel Paese dalla barbarie di un regime che schiavizzava le donne e subordinava ai presunti valori di un fanatismo ideologico fondamentalista tutte le libertà umane e ogni effettivo esercizio dei diritti civili. L’Italia ha fatto e sta facendo la sua parte nelle operazioni di mantenimento della pace, anche in quelle più ardue e complesse. Il nostro impegno ci colloca al terzo posto per il numero di truppe impegnate nel mondo in operazioni di peace keeping e peace enforcing autorizzate dalle Nazioni Unite. E’ imminente la partenza di un contingente di nostri alpini per Kabul, come ha recentemente annunciato il ministro della difesa Antonio Martino. E abbiamo ottenuto risultati importanti, e internazionalmente riconosciuti, nella battaglia per neutralizzare i centri logistici e di reclutamento del terrorismo. Risultati particolarmente rilevanti li abbiamo realizzati nel blocco e nel congelamento di ingenti risorse destinate al finanziamento dell’eversione internazionale. Credo che i cittadini possano essere orgogliosi di un governo e di una classe dirigente che hanno saputo muoversi con saggezza e prudenza ma non sono rimasti inerti davanti agli eventi; che hanno fatto fronte all’emergenza senza fanatismo, combinando sforzi e successi diplomatici sulla scena mondiale con una seria azione di repressione e dissuasione del terrorismo internazionale. Ed è decisivo che gli eletti del popolo non si siano perduti fin qui in divisioni faziose, contrarie all’interesse nazionale e allo spirito delle alleanze da noi liberamente scelte e confermate in oltre mezzo secolo di storia repubblicana. Nessuno dunque è autorizzato a giocare con le ansie collettive alla caccia di vantaggi di parte. La posta in palio è immensa: è la nostra sicurezza e insieme la nostra libertà. In partite come questa è severamente vietato barare. Il problema che è posto oggi davanti alla comunità internazionale è chiaramente definito. Si tratta di disarmare un regime politico dittatoriale, quello dell’Iraq, che ha sin qui bellicosamente oltraggiato le decisioni delle Nazioni Unite sul controllo dei propri sistemi d’armamento, compresi quelli idonei alla costruzione dell’arma nucleare; un regime che ha giocato al gatto con il topo nel corso delle ispezioni terminate nel 1998 con il ritiro degli ispettori; un regime che minaccia di usare o di passare ad altri, perchè li usino, formidabili strumenti di sterminio chimici e batteriologici. Si tratta di fronteggiare un regime il cui capo, nella lettera scritta la settimana scorsa al Segretario Generale dell’Onu, ha affermato che gli Stati Uniti fanno da battistrada, cito tra virgolette “a una congiura che vuole imporre il dominio sionista sul mondo, un dominio non solo militare ma anche economico e politico”. Chi ha vissuto direttamente il dramma della seconda guerra mondiale e chi assume responsabilmente su di sé il peso della memoria e della storia riconosce in queste parole l’eco dei vaneggiamenti che portarono negli anni Quaranta alla catastrofe mondiale e tedesca. Certi paragoni con Adolf Hitler si attagliano alle dittature e ai fuorilegge internazionali, non certo alla grande democrazia americana e al suo Presidente. L’obiettivo del disarmo iracheno è stato affidato per oltre dieci anni alla strategia del “containment”, alle sanzioni commerciali e a un regime di ispezioni delle Nazioni Unite entrato in crisi fin dal 1998. Questa strategia è sostanzialmente fallita, come dimostrano gli elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein di cui i governi e le intelligence dell’alleanza occidentale sono a conoscenza, una parte dei quali è stata resa nota ieri dal primo ministro britannico nel dibattito alla Camera dei Comuni. D’altra parte, sul fatto che il regime politico iracheno costituisca un pericolo regionale e globale concordano tutti, quale che sia l’opinione sulle vie da intraprendere per rimuovere questo pericolo. Si tratta dunque di decidere che cosa si debba fare sulla base di un giudizio informato e condiviso, per quanto ci riguarda con una chiara assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti europee. Se si esclude l’inazione, il cui costo storico potrebbe essere incalcolabile, non c’è altra possibilità che questa: la costruzione su basi multilaterali di una coalizione capace di imporre il rispetto scrupoloso di una nuova, forte, chiara e pressante risoluzione delle Nazioni Unite che tagli corto con tutte le tattiche di elusione, di rinvio e di inganno nelle quali il regime iracheno ha dimostrato fin qui un’abilità fuori del comune. Come abbiamo ribadito nel recente incontro di Copenhagen, quando non c’è tempo da perdere nella difesa di un bene collettivo bisogna liberarsi di ogni ambiguità e di ogni egoismo. L’Italia, sia come stato sovrano sia come partner dell’Unione europea, è impegnata ad ottenere che le Nazioni Unite indichino al governo iracheno, nel massimo dettaglio e con la massima chiarezza, gli atti da compiere per garantire la comunità internazionale, e i tempi entro cui compierli. E’ evidente che l’autorevolezza e la credibilità dell’Onu saranno direttamente proporzionali al grado di unità e di determinazione nelle scelte da fare che mostreranno le maggiori democrazie occidentali, prima di tutto quegli Stati Uniti d’America che sono stati colpiti al cuore dal terrorismo internazionale e che, da molti decenni, portano la maggiore responsabilità, per la loro proiezione militare e politica nel mondo, della stabilità e dell’equilibrio nei rapporti fra gli stati. Il Consiglio di sicurezza è al lavoro da circa dieci giorni per trovare una soluzione accettabile in questa direzione, che non incontri veti o distinguo troppo marcati. Il nostro auspicio, che è anche la linea direttiva su cui si muove la diplomazia italiana, è che si arrivi presto a una risoluzione unica e chiara che non si presti ad equivoci e che definisce le condizioni per l’uso misurato della forza di fronte ad una eventuale, nuova e aperta sfida alla comunità internazionale. Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, l’Italia ripudia la guerra quale strumento di offesa: questo principio è scritto nella Costituzione e corrisponde al sentimento profondo della maggioranza assoluta degli italiani. Nel mondo contemporaneo, tuttavia, la guerra ha mutato in parte di natura, ed esiste ormai chiaramente il problema, analizzato da governi e intelligence di tutto il mondo e dai maggiori centri studi internazionali, della cosiddetta guerra asimmetrica. La deterrenza tradizionale, cioè la minaccia di una rappresaglia capace di congelare ogni velleità aggressiva, ha dato frutti importanti e ha prodotto risultati efficienti nel vecchio mondo della guerra fredda, quando il confronto bipolare riguardava stati o sistemi di alleanza militare e politica riconoscibili in un territorio, in un regime politico, in un esercito regolare. Le cose sono oggi in parte cambiate, e la vera, tragica novità degli attentati dell’11 settembre sta proprio nella dimostrazione che una rete terroristica alimentata da complicità statuali può colpire al cuore entro i suoi confini un Paese e, insieme, un sistema di vita e di libertà che è quello che ci accomuna, come europei e come italiani, al destino degli Stati Uniti d’America. Se a questo quadro si aggiungono le armi letali e tecnologicamente sofisticate, di distruzione e di sterminio di massa, che possono essere usate direttamente o smerciate sul mercato internazionale del terrore, bisogna riconoscere che alle nuove preoccupazioni strategiche dell’amministrazione americana non si può semplicemente rispondere con un’alzata di spalle, qualunque cosa nel merito se ne pensi. Se gli Stati Uniti mettono oggi l’accento sulla possibilità di agire da soli o nell’ambito di alleanze costruite su misura per diverse missioni politico-militari, questo vuol dire che il sistema di decisione multilaterale ha mostrato crepe insopportabili per un Paese che porta la maggiore responsabilità, e un diretto interesse nazionale, al problema della sicurezza nel mondo. Se emerge la questione della prevenzione politico-militare, questo vuol dire che c’è un legame tra la crescita del terrorismo e il pericolo costituito da stati il cui solo scopo è l’espansionismo regionale o la destabilizzazione globale mediante l’uso o la minaccia di nuovi armamenti di sterminio. La democrazia non è solo un valore per noi sacro, è anche il quadro entro il quale la pace può costruire le sue fondamenta più solide. Nel mondo moderno l’espansione della democrazia non si realizza con le armi, se non in condizioni eccezionali, e per il resto procede da una complessa azione di stimolo alla crescita e allo sviluppo: ma l’obiettivo di estendere istituzioni libere per popoli liberi dall’oppressione non deve essere visto come un progetto neocoloniale. Il compito di alleati leali e indipendenti dell’America, quali noi siamo e resteremo, è dunque quello di rafforzare gli strumenti di azione multilaterale, costruire una efficace linea d’azione europea, e discutere caso per caso i pericoli e le soluzioni, senza opporre il muro di gomma dell’inazione o della diserzione dalla solidarietà al controverso, ma comprensibile, nuovo orientamento strategico degli Stati Uniti. L’Italia ha un preciso interesse nazionale nel seguire, in questa nuova crisi, linee d’intervento responsabili e indipendenti, ma lealmente collocate nel quadro della storica alleanza con gli Stati Uniti. E’ questo, a nostro giudizio, anche il vero interesse “sovranazionale” dell’Unione europea. Ma questo è un tempo in cui gli interessi e i valori devono combinarsi strettamente e rigorosamente. Gli americani, quando hanno dato fondo alle loro risorse materiali e umane, e si sono impegnati “per ben due volte” nel secolo scorso in un’azione di liberazione del nostro continente da minacce di dominio totalitario, gli americani ci hanno insegnato qualcosa che, noi europei avevamo dimenticato nei mesi tragici dell’appeasement, quando a Monaco, con la mediazione italiana, Adolf Hitler riuscì a imporre la legge della forza e del fatto compiuto su democrazie europee intimidite e riluttanti ad agire. Gli americani ci hanno insegnato, con Franklin Delano Roosevelt, che “l’unica cosa di cui avere paura è la stessa paura”. Proseguiamo dunque con coraggio, senza cedere a uno spirito di divisione e di resa che indebolirebbe la “nuova” funzione e il nuovo smalto internazionale del nostro Paese, proseguiamo con coraggio in quello sforzo politico, diplomatico e militare che i nudi fatti, guardati senza fanatismo ma anzi con freddezza, ci impongono come un “dovere, come un dovere nazionale”. Vi ringrazio. On. Silvio Berlusconi Camera dei Deputati, 25 settembre 2002
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