SENGHOR, L'UOMO CHE OSO' SOGNARE L'EURAFRICA

di Mario Pedini


Il 20 dicembre scorso è mancato all'età di 95 anni Leopold Sedar Senghor, ex presidente del Senegal, poeta e latinista insigne, uomo di grande spessore intellettuale e politico, forse la figura di maggior spicco dell'Africa post-coloniale. Abbiamo chiesto una rievocazione al sen Mario Pedini che, attraverso i suoi passati incarichi ministeriali, ha avuto occasione di conoscere Senghor e di diventarne amico.

“….Vivace e distinto, luminoso nel suo sguardo, immediato nella parola….Tanto minuto di fisico quanto basta tuttavia per far da supporto ad una testa nobile, ben modellata, viva negli occhi intelligentissimi. Un parlare pacato anche un poco da pedagogo, un linguaggio che sulla gente,credo faccia magia…Un ponte spirituale che si apre sull'Africa e sull'Europa e che nella poesia, nel rievocare il mistero africano, fa ansia di valori universali e, come lui dice, anche mediterranei”.

Così trovò Leopold Sedar Senghor disegnato in un mio appunto di missione in Senegal quando, in quattro deputati dell'Assemblea parlamentare europea, proponevano anche a lui, come già ad altri leaders della nuova Africa, di aderire all'offerta di Associazione dettata dal Trattato di Roma istitutivo della Comunità europea. In quel primo incontro, ben lo ricordo, egli ci scavalcò nell'entusiasmo. Ci disse che i nuovi Paesi non avrebbero consolidato la loro libera sovranità senza l'appoggio della vecchia Europa, ci parlò di una decolonizzazione morbida capace di frenare le tentazioni tribali risorgenti nel continente nero. E ci parlò dei segni di Roma rimbalzati anche sulla sua terra, di un destino comune mediterraneo e della convergenza in esso di quella “negritude” in cui lui, come Cesaire e i poeti di “Presence Africane”, si riconoscevano.

E la nègritude, vocabolo per nuovo? Senghor la vedeva concorrere ad una cultura universale in cui tutti i popoli, in nome dell'arte, potranno incontrarsi e creare. Chi dunque più di lui poteva essere disponibile ad associare, per lo sviluppo, l'Africa libera alla nuova Europa?

Da quel primo incontro nell'incanto di Dakar, altri anche privati e personali si sono offerti alla mia esperienza umana e politica. Rappresento con l'ambasciatore Tornetta l'Italia nella tarda primavera del '63 alla proclamazione dell'indipendenza del Senegal, la colonia privilegiata della Francia. Ovviamente è formale l'incontro con Senghor ma indimenticabile è l'immergersi nel popolo che circonda il suo presidente in un'esplosione dionisiaca di colori, di ritmi, di danze gridando al cielo e all'oceano la gioia e l'illusione della sua libertà e le consegna, perché le garantisca, al suo Poeta.

E al poeta che fa politico, certo giova, con la saggezza classica discesa dai suoi studi, l'esperienza parlamentare già sperimentata in Francia. Un'esperienza che ha anche esaltato il poeta ma che ora, nella sfida concreta, si arricchisce di ancestrale sensibilità africana, di senso preciso della realtà e ben intuisce le insidie politiche di una terra vergine di democrazia.

Si è voluto dire che il Senghor politico, in contraddizione con il poeta, ha gestito il governo presidenziale del Senegal con autoritarismo eccessivo e ha assunto non poca responsabilità nel fallimento della Federazione tra il Senegal e il Mail di Modico Keita che la Francia aveva progettato ancor convinta del suo impero.

E atto quasi da tiranno è giudicato il gesto deciso con cui Senghor ha dimissionato e confinato per anni Mamadou Dia, il capo del Governo sospettato di disponibilità alle seduzioni di Mosca.

Ma forse che i drammi che hanno poi travolto l'Africa con tante sanguinose lotte tribali, gli assassini di leaders cominciati subito nel Congo con Lumumba e in Togo con Olimpio, non fanno apparire saggia quell'espulsione dei dirigenti del Malì da Dakar fatta solo imbarcandoli a viva forza sul treno per Bamako?

Ma fu forse evitato così un macello tribale?

Senghor era in verità un politico ben cosciente dei rischi di una libertà piovuta sull'Africa anche prematuramente: era ben avvertito delle insidie legate al bipolarismo internazionale allora imperante…ma non è mai stato l'uomo che adorasse il potere per il potere e ne abusasse.

Egli portava sulle spalle, come detta la favola antica, due bisacce…(il che non è di tutti i politici). Esaurita quella della politica…ritornava a suo uso quella mai esaurita della cultura!

E ben Senghor la dimostrò quando, dopo avere ben preparato la sua successione, nel 1980 lasciò la Presidenza del Senegal per ritirarsi in Francia dove, fatto membro della famosa Accademia, ritornava a quel suo poetare che lascia alla letteratura mondiale capolavori indubbi e rivela, pur in lingua francese eletta, una musa africana tuttavia capace di accendere universale emozione.

Non pochi, da quei primi giorni dell'indipendenza di Dakar e dei miei primi incanti africani, sono stati gli incontri di cui Senghor mi ha onorato.

Mi era prezioso, negli anni '70, sottoporre al suo consiglio le prime leggi di cooperazione italiana nelle quali mi impegnavo e fu proprio lui che, inaugurando a Milano il palazzo dell'Africa, felicitò pubblicamente il ministro Aldo Moro e l'Italia per avere legiferato con moderna e umana coscienza del sottosviluppo.

Poteva dirlo con convinzione perché, ben lo so, egli amava l'Italia e, non poche volte me lo disse, l'avrebbe voluta più di quanto non era, protagonista di politica, internazionale in coerenza con la sua grande storia.

Amava certo in primis la Francia ma ammirava il nostro Paese. Ne temeva anzi le ricorrenti crisi, le incertezze politiche. E fu proprio lui che nel '74 mi convocò nel sua appartamento a Parigi per dirmi:” Ritengo sia bene che lei dica a Moro che ormai per stabilizzare la politica italiana, cosa che io tanto auspico, è venuto il tempo di cercare un'intesa con i comunisti di Berlinguer…solo Moro la può fare….e fatelo perché qualcosa non può non cambiare anche in Russia!” ( Messaggio che certo portai al destinatario).

Ma l'Italia per Senghor?

La culla di quella cultura mediterranea nella quale egli credeva con intima convinzione. Feci bene, come ministro dei Beni Culturali, ad invitarlo ad inaugurare i restauri di un quartiere etrusco di Cerveteri.

Il presidente poeta si impregnò in quel mattino pieno di sole della voce dei secoli, quasi pianse di commozione davanti ai cavalli etruschi nel museo di Tarquinia, rifece lezione di storia nella campagna di Vulci e nel pomeriggio, in Campidoglio, mentre solennemente il sindaco prof.Argan gli attribuiva la cittadinanza di Roma, esplose in un discorso ammirevole ampiamente punteggiato di citazioni fatte in latino autentico. Quel latino che, mi disse in macchina, io conservo a Dakar come base della cultura degli studenti migliori….e che non so per quale ragione voi italiani buttate oggi nel dimenticatoio.

Verrà per i nostri posteri il giorno di una pacificazione mediterranea in una civiltà che possa emergere da tanti contributi di storia, verrà il giorno di un'Eurafrica nella quale la mia generazione politica europea ha creduto e per la quale molto ha lavorato e sperato?

Non ho torto di credere che se la stagione siffatta verrà, tra i suoi poeti e i profeti essa a ragione potrà onorare Leopold Senghor.


On. Mario Pedini


(articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 31/12/2001)


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