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di Mario Pedini
E ha ragione il monarca intervistato di deplorare che l'ONU molto abbia fatto per impedire l'esecrabile distruzione delle statue di Budda e non denunci di “burqa” , cioè la prigione infame (così la chiama) ove la donna afgana è schiavizzata. Giusto poi il suo riconoscimento che se i talebani vincessero, vincerebbe la barbarie. Ma possono essi vincere ci chiediamo? Attenzione! Se Bin Laden ed i talebani, nemici odierni che la stessa America, per errore da guerra fredda o per ossessione da petrolio, ha in passato favorito,, riuscissero a destabilizzare l'Arabia Saudita e a installarvi un loro regime, controllerebbero la chiave mondiale del petrolio. Che se poi eccitando a ribellione le masse islamiche fanatiche, facessero esplodere politicamente il Pakistan, metterebbero le mani su un impianto nucleare ormai dotato di bomba e di missili. Ne sarebbe sconvolto l'ordine mondiale. Ed è questa forse la ragione prima che, oltre i possibili interesse petroliferi e commerciali, spinge anche Mosca e Pechino a solidarizzare oggi con l'America. Nessun dubbio quindi che l'impegno militare americano in Afganistan non è solo legittima reazione all'aggressione, ma vuole anche scongiurare ipotesi tanto nere. Dobbiamo quindi appoggiarlo anche come italiani non solo per umana solidarietà alla tragedia dell'11 settembre ma perché è in gioco il destino della nostra civiltà e degli stessi popoli islamici che vogliono progredire senza rinunciare a Dio a alla fede antica. Proprio la posta in gioco ci dice però che occorre operare con la saggezza di chi naviga tra Scilla e Cariddi. Che se da un lato molte sono le difficoltà dell'azione militare sul territorio afgano e contro un nemico invisibile, forte è anche il pericolo che un suo prolungarsi faccia di Bin Laden un Che Guevara da teatro mondiale e lo aiuti a convincere l'Islam fanatico che l'intervento americano è guerra di religione, è rigurgito di crociata cristiana. Questo teme d'altronde anche re Maometto VI, capo spirituale di tanta parte dell'Islam, nella sua ampia intervista ricca pure di proposte politiche. Anch'egli senti infatti come dalla tragedia attuale possa emergere positiva stagione. L'intervista del re coinvolge quindi anche l'Europa comunitaria.Tocca infatti pure ad essa, nella concreta solidarietà con l'impegno militare americano, raccomandarne il limite e , senza complessi Concorrere a ragionevole valutazione della situazione. Non manca d'altronde saggezza all'Europa, forse per la sua antica storia. Insista essa per far capire che non si potrà spegnere l'aggressione attuale e uscire dalla crisi politica e sociale del mondo odierno se non se ne valuteranno le motivazioni e se l'Occidente non prenderà coscienza di quanto ha concorso alla crisi con omissioni ed errori. L'America stessa, come non potrà mai blindarsi negli scudi spaziali o nell'isolazionismo proprio in stagione di mondializzazione? Deve quindi chiedersi perché si diffuso nel mondo un insidioso antiamericano e on può non capire che negli anni '90 è finito il bipolarismo, finisce oggi, di fronte alla imponenza mondiale delle sfide sociali e politiche, la pretesa del dominio imperiale e come sia tempo di nuovo stile nelle relazioni internazionali. Urge ad esempio che si riprenda in mano la crisi del Medio Oriente. L'Europa comunitaria, sin dalla dichiarazione di Venezia del 1972, ha sempre valutato con chiarezza il rischio del dramma arabo israeliano e che sempre sollecitato giusta soluzione sino a dispiacere al grande alleato. Ma può l'America indulgere ancora alla politica dei due pesi e delle due misure? Vero è che il voto della lobby ebraica preme sulla politica del Congresso e del presidente americano. Ma, lo si capisce ormai anche in Europa, una democrazia condizionata da compiacenze elettoralistiche, perde credito e non fa scuola specie su un mondo cosiddetto nuovo e decolonizzato che, nel suo assieme, tra autocritica cinese e democrazia liberale, non sappiamo quale scelta alla fine farà.
La pace tra ebrei e palestinesi – e ben dicono pure gli arabi moderati- va imposta e non solo per togliere una mina vagante ma anche per giustizia. Né meno è tempo per i colossi finanziari americani di accettare i limiti etici con cui disciplinare l'economia di mercato così che essa non esasperi il drammatico dualismo mondiale tra ricchi e poveri e dia titolo per chiedere ai poveri moderazione nelle attese poiché non bastano certo pochi anni, checchè ne pensino gli “antigobal”, a meglio ridistribuire progresso e ricchezza tra cittadini del mondo. Basta con le promesse sempre disattese del ricco Occidente di trasferire parte non piccola del suo reddito allo sviluppo dei paesi poveri! Occorre operare con mezzi ragionevoli e con adeguate strutture, rinunciando a comodi protezionismi, disciplinando il commercio internazionale, stabilizzando di massima i prezzi delle esportazioni sensibili. Vero è che in questo decennio le condizioni di vita dovunque già sono migliorate. Ma la lotta globale per la povertà e per la salute deve essere il maggior impegno del nuovo secolo e con traguardi che –antiglobals permettendo- possono essere raggiunti con gradualità. Un impegno cui va aggiunto (costa molto al credito dell'America di Bush l'aver rifiutato gli accordi di Kyoto!): il recupero dell'ambiente turbato da industrializzazione selvaggia. Ma la vera innovazione cui l'America deve ormai adeguare lo stile della sua azione internazionale nel suo ruolo indubbio di superpotenza? Ormai i grandi problemi del mondo, problemi di tutti, richiedono con sensualità di programmi e coordinamento di azione almeno tra le maggiori potenze. L'intesa tra America, Russia, Cina, non può valere solo per il terrorismo: deve essere metodo di azione davanti ad incombenti sfide del secolo. Ha ragione il re del Marocco di dire:” avrei preferito che le potenze occidentali si interrogassero prima del presente dramma sul modo con cui far regnare l'ordine del mondo”. Compito questo dell'ONU, si dirà? Ma l'Onu, la cui riforma è lontana, non funziona. Tocca dunque alla maggiori nazioni stimolarla con lungimiranza istruttoria e con concordato impegno per i maggiori problemi. Che se questo avverrà, diremo alla fine che, grazie a Dio, anche dalla sfida di Bin Laden e dei talebani qualcosa di buono è venuto per l'ordine internazionale e la pace del Mondo. Sen. Mario Pedini (articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 12/11/2001)
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