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di Mario Pedini L'ONU dedica una sessione speciale alla lotta contro l'AIDS. Guarda soprattutto all'Africa ove dal 1980 sono morte per tale malattia 21 milioni di persone (3 milioni nel solo 2000) e 36 ne sono tuttora infette. Kofi Annan chiede un fondo di emergenza di 21 miliardi di dollari "per fermare il morbo" cui si aggiungono sempre più tubercolosi, malattia del sonno e, ultimo flagello, l'insetto che acceca le popolazioni lacustri. Il mondo ricco? Appoggia la richiesta dell'ONU a cominciare dagli Stati Uniti. D'altronde, in una stagione in cui si ama chiedere "perdono" delle colpe passate, proprio i bianchi americani non possono insieme ai trafficanti europei e arabi, riscattarsi così, almeno in parte, della secolare "tratta degli schiavi"? E forse anche la vecchia URSS potrebbe riscattarsi essa pure dalla colpa di aver imposto nel dopoguerra insieme con gli USA, una decolonizzazione che non dovunque era matura e che molto tuttora costa. Italia ed Europa rispondono all'appello. Ne siamo lieti. Ma che cosa ci auguriamo? Che non si senta il dramma dell'AIDS solo con quell'emozione e con quel pietismo che non sempre sono accompagnati da quella meditata e razionale riflessione che è indispensabile per curarne i danni umani e sociali e magari, per eccesso di emozione, li aggravano o ne allontanano le soluzioni. Fondi finanziari dunque sì contro l'AIDS, sì e con generosità ... Ma meditata razionalità nell'usarli e attenta valutazione del contorno operativo indispensabile per renderli efficaci. Controllo anche politico e di gocerno perché non accada che, come spesso avviene per gli alimenti destinati a tanti profughi del mondo, gli aiuti anti-AIDS non siano commerciati di contrabbando o lucrati da una corruzione pubblica e privata. E chi ne controlla l'utilizzo, sostotuendo le autorità locali se risultano inefficienti o se imperversano lotte tribali? In verità non è tempo di dare all'ONU strutture amministrative adeguate e, ove necessario, "di surroga"? E poiché i compiti aumentano per la complessità dei problemi, tempo è di chiedersi anche come finanziare quelle Nazioni Unite cui tanto si chiede ma cui, con gli USA in testa ai morosi, poco si dà (e io personalmente mi augurerei di aggiungere alle tasse che pago al mio Stato, un "x per mille" che vada all'ONU per il Mondo che, con l'Italia e l'Europa, è ormai la mia Patria!). Ma torniamo alla campagna anti AIDS ... Ben venga ... ma la si gestisca bene e con saggezza in tutti i suoi aspetti e, mi si lasci dire, anche in quelli che chiamerei i servizi e gli impegni da essa "indotti". Giusto battersi, per fare uno fra più esempi, perché tutti gli ammalati di AIDS dispongano delle necessarie medicine per curarsi. Non dimentichiamo però che l'AIDS può essere ora "frenata" ma non "cancellata". Molto vi è ancora da fare per debellarla e per arrivare al traguardo occorreranno spese di ricerca scientifica ancora imponenti. Giusto è quindi chiedere che i medicamenti scendano a prezzi accessibili ... ma fino a livello di non inaridire i mezzi di ricerca che richiedono dimensione "multinazionale" e facilitiamo nel contempo le incipienti imprese locali. L'OMS e l'autorità politica vigilino a che si raggiunga giusto equilibrio tra ricerca, mercato, utenza. Ma vi è un altro "indotto" della lotta all'AIDS che va pur affrontato e che coinvolge i nostri governi come quelli locali, un impegno umano organico che si aggiunga a quello già meritorio del volontariato. Quello di accompagnare l'intervento ONU - e perché non fallisca - con un sistema sanitario che assicuri l'articolazione periferica della terapia (e lode al Botswana che ha già destinato una buona percentuale delle sue entrate da "esportazione di diamanti" al bilancio della sanità per un moderno piano ospedaliero). Come dare avvio al sistema senza una riflessione sulla spesa pubblica dei Paesi emergenti, sulla necessaria scelta di pace, sugli indirizzi da imprimere alla cooperazione dei Paesi ricchi? E infine ecco il problema principe: come disporre di medici e di paramedici che, nel quadro del piano ONU, integrino o addestrino al meglio l'ancora insufficiente personale medico locale. Ovvio che la "cooperazione" nostra debba associarsi alle università locali e moltiplicare le borse di studio finalizzandole al "ritorno in patria". Me vi è anche un'altra opportunità da gestire: consentire ai nostri medici, se lo vogliono e in un anno che direi "sabbatico" e ufficializzato, di mettersi a disposizione dei centri sanitari africani conservando il loro posto di origine e maturando anzianità. E un'altra opportunità da far valere non per la sola sanità ma anche per altri servizi? Così come nel '68 passò la legge di volontariato giovanile nei Paesi emergenti sostitutiva del servizio militare, legittimare oggi, garantire e organizzare, utilizzando esperienze già avviate, i "Volontari Seniores". Quanti pensionati in ottima salute, ricchi di una esperienza professionale, non si metterebbero volentieri a disposizione di Paesi nuovi con altruismo e non senza fascino di avventura? Sen. Mario Pedini (articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 2/7/2001)
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