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di Mario Pedini E' certo allo sfascio economico, finanziario, morale. Con la sua crisi minaccia la finanza internazionale e gli equilibri politici. Eppure è un Paese che il buon Dio ha dotato di tutto: una terra fertile, pianure immense, montagne che fanno impallidire le Alpi, fiumi e cascate capaci di dare elettricità a più di un continente. Tutta razza bianca senza problema alcuno di integrazione. Gli indigeni furono fatti subito fuori dagli spagnoli. L'Europa, e l'Italia in particolare, hanno trasferito laggiù emigranti laboriosi che hanno fatto di quel Paese una riserva alimentare cui mezza Europa ha attinto nel dopoguerra. Vi sono intere province in cui si parla veneto e piemontese. Gli inglesi hanno poi fornito amministrazione, trasporti, servizi. Gli americani? Diffidenti ma disponibili. In sostanza: un'Europa riciclata ma alla latina! Ammettiamolo: anche noi di essa ci siamo serviti ... ed è anche per questo che pure noi italiani soffriamo della loro crisi e non solo per i tanti italo argentini che laggiù vivono! Chi di noi vecchi non ricorda d'altronde Evita Peron che nel '47 venne a Roma dal Papa e, angelo biondo, portò grano a noi italiani affamati di pane argentino? Ma è con Peron, il generale sindacalista, che comincia la prima frana, con l'incontrollata politica sociale, con la statizzazione dell'economia, col benessere garantito, con il populismo compiacente. E dallo sconquasso economico, ecco la guerra civile e gli estremisti di sinistra ispirati a Fidel Castro, il culto fanatico della violenza e, per reazione, ecco la terribile dittatura militare e i “desparecidos” di destra e di sinistra. E poi, per uscire dal vicolo cieco, la droga del nazionalismo ecco la guerra delle Fakland-Malvine e, dopo la sconfitta, il ritorno al sistema democratico ma in un Paese ormai ammalato, decaduto nel costume, disabituato a lavorare, in tutti i suoi ambienti risentito e ansioso di vendette.
Sono arrivato la prima volta nella mia vita a Buenos Aires, la bellissima, nell'estate 1983. Vi dominavano i militari. Presiedevo un delegazione del Parlamento Europeo. Cercammo contatti con le cosiddette forze democratiche di opposizione, come sempre tra loro divise, parlammo con le madri della “Plaza de Majo” sul cui dolore sincero non mancava nel mondo della “guerra fredda” anche chi speculava. Oggi? La bancarotta. Inutile ripeterne i dati e ricordare che essa è anche in parte non piccola frutto anche di una politica finanziaria internazionale di cui molto di male si può certo dire. Oggi? Ecco tanti leaders politici bruciati uno dopo l'altro sull'altare di un peronismo che inquina il sangue argentino come una droga e che ancora alimenta superbia nazionale e distorce il senso della realtà. Oggi? Ecco i commentatori politici anche in Europa che si chiedono il perché della frana di un Paese potenzialmente ricco e cui l'Europa ha trasferito tanto di sé. Si può dire quello che si vuole ma forse la verità è una sola. Che all'origine di tanti guai (e occorre sputare sangue perché gli argentini si riprendano con l'interessato aiuto del mondo internazionale) sta il peronismo. Sta cioè un sindacalismo che si è fatto Stato, che ha creduto di identificarsi con la società, che ha diseducato al lavoro, che ha esaltato i diritti mettendo in soffitta i doveri del cittadino, che ha privilegiato una democrazia permissiva, che ha sperperato risorse ... Pessimo sistema per un Paese tutto sommato improvvisato e propenso per temperamento a facilismo e supponenza anche per la ricchezza della sue naturali risorse! E con tanta crisi? Forse anche un ammonimento per certi Paesi europei come l'Italia che non hanno voluto mettere limiti ad un sindacalismo forse anche da noi tentato di straripare e facilitato a farlo anche da un'immunità che gli viene concessa da una magistratura e da un stampa che si guardano bene dal chiamare in causa le responsabilità del sindacalismo nostrano per non poche presenti difficoltà italiane e, soprattutto, per la decadenza, in casa nostra, di quel senso dello Stato di diritto cui, fino agli anni '70 si era voluto a ragione agganciare la rinata democrazia italiana. Un destino peronista anche per l'Italia? Direi che, se l'aggancio all'Europa comunitaria non lo blocca, se non si ritrova il senso dello Stato, se non si regola con legge la libertà sindacale (e noi della prima repubblica irresponsabilmente non lo abbiamo fatto), se lasciamo fare a certi personaggi, “peronista” o quasi potrebbe essere anche il destino del nostro “Bel Paese”! Pecco ciò dicendo di anti-sindacalismo? No. Dico solo che, sindacalismo per sindacalismo, preferisco quello delle Trade Union britanniche che hanno consentito una linea realista come quella oggi portata innanzi da Blair o quello olandese di Kok che, leader sindacale progressista, passato direttamente dal sindacato al governo, accettando la “flexibility” ha portato in tre anni la disoccupazione di casa sua dal 12 al 6% con vantaggio dei giovani, ha rilanciato gli investimenti liberalizzando, e pur salvando il "Welfare State" della sua gente e dimostra oggi tanto senso dello Stato da dare le dimissioni solo per riscattare la dignità dell'Olanda da dubbio comportamento dei militari olandesi tenuto in Bosnia e non per sotto il governo Kok ma comunque a disdoro dello Stato olandese il cui onore va tutelato da qualsiasi governo.
On. Mario Pedini
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