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di Mario Pedini Mi si chiede spesso ben sapendo che io la seguo da anni: “come va l'Africa”? Ma se nel 600 o nel 700 un cinese sbarcato a Venezia o a Marsiglia avesse chiesto : “come va l'Europa”? Certo gli avrebbero risposto che vi erano tante Europe. E in verità ? In Francia la monarchia si andava facendo assoluta, nella Germania dei tanti staterelli ci si era scannati per decenni tra cattolici e protestanti, le maggiori monarchie covavano guerre di successione, in Spagna l'inquisizione dominava ancora, in Inghilterra il Re e il Parlamento si erano sfidati a morte, a Roma pur dopo il Concilio trionfava il nepotismo, Venezia lottava contro i Turchi e la Russia contro i Tartari. E l'ospite cinese? Avrebbe convenuto che vi erano molte Europe nonostante una tendenziale e illuminata unità della cultura e una diffusa e ammirata rinascita scientifica. E perché non dovrebbero esserci oggi tante Afriche a pochi decenni da una “decolonizzazione” partita precipitosamente e senza sufficienti cautele ? Finita infatti negli anni '90 la concorrenza imperiale della “guerra fredda”che comunque imponeva un certo ordine al Mondo , non c'è oggi da meravigliarsi se vi sono anche nel Continente Nero Paesi che già camminano bene e Paesi invece ancora “inceppati” o per lotte tribali , o perché asfissiati in confini innaturali, o perché dominati da interessi esterni o interni duri a morire. Un esempio di Paese “inceppato”? L'Angola che pur tanto ricca di risorse, soffre da vent' anni di una dannata guerra tribale sulla quale soffiano pure ambizioni esterne e giocano concorrenze petrolifere ( e quante volte il petrolio, benefico per pochi ricchi , non diventa maledizione per i tanti poveri!)… Afriche diverse quindi? Certo. E non solo , come dice la Banca Mondiale, per tasso di povertà e per il PIL. Ma anche per ragioni profonde che investono storia, cultura, ambiente e che motivano diversità non dissimili da quelle ragioni che ,in un passato che speriamo sepolto, hanno motivato le “varie Europe”. Un esempio proprio in Africa? Guardiamo a due Paesi ambedue ex colonie francesi e con popolazioni francofone, ambedue usciti da coraggiosa lotta per l'indipendenza ( ricordo nel marzo '62 l'arrivo dalla Francia degli ex prigionieri politici malgasci che a Tananarive assumevano con Tsiranana la guida della “Grande Isola” così come ricordo Modibo Keyta, il fiero “bambara” designato presidente del Mali dopo la rottura con il Senegal.) Perché quei due Paesi pur affini per passato coloniale versano oggi in condizioni politiche tanto diverse? Buone e democratiche quelle del Mali anche se Paese in lotta continua con il “grande deserto”, critiche quelle del Madagascar pur non povero quanto a natura, ma ora minacciato di andare a pezzi nella contesa tra due irriducibili aspiranti presidenti, Didier Ratsiraka che non vuol andarsene e Marc Ravalomanana che , idolo della folla della città, ormai si ritiene eletto. Ma approfondiamo il confronto. Il Mali? Nel 1980 con un colpo di Stato militare Moussa Traorè lo governa con pesante dittatura militare. Nel marzo 1991 ,sotto la spinta di una sanguinosa ribellione popolare, Amadou Toumani Tourè, ( da allora detto ATT), con parte dell'esercito, depone il dittatore. Lui stesso, come“presidente provvisorio”, indice elezioni ma non si candida e anzi sorprende tutti dichiarando : “ Il mio desiderio? Ritrovarmi in strada come uomo qualsiasi, ma libero e pronto a servire”. Alpha Oumar Konarè eletto presidente nel '92 e riconfermato nel '97, governa poi con saggezza, consolida la democrazia, pacifica la frontiera nord dei Tuareg, migliora l'economia, influisce in bene sulle crisi africane, avvia una nuova classe dirigente. E prima di chiudere il secondo mandato? Concede grazia e libertà a Moussa Traoré, il dittatore condannato a morte ( mai eseguita ) nel '92. E ora il nuovo presidente eletto a vasta maggioranza ? Proprio Toumani Tourè l'ufficiale che abbattè il dittatore. Situazione dunque esemplare quella del Mali e non solo per l'Africa. Ma il Mali? Anche se povero, è ricco della storia del suo antico impero , da essa rievoca le gesta dei suoi eroi e ne fa poesia che oralmente trasmette di villaggio in villaggio con i suoi “trovatori”, unisce ai fieri “bambara” altre nobili razze su cui il noto etnologo-scrittore Hampaté Bah tanto ha indagato, è fedele all'Islam ma lo vive pure come misticismo e da secoli lo medita nella leggendaria università di Tumbuctù. Un paese dunque il Mali con identità precisa e mai venduta ai colonizzatori francesi. Diverso invece il Madagascar.La natura vi è più benevola e ti affascina con i riti e la poesia della sua gente, ma alla sua identità certo non giova la contraddizione tra apporto indigeno, indiano e africano e per di più manca di quei centri di cultura che , anche in Africa , hanno formato dirigenza e rafforzato quelle radici storiche che sono base per costruire Nazioni. Caso limite dunque il Mali ? No…guardiamo al Ghana, la colonia privilegiata degli inglesi, la prima nazione proclamata indipendente con N'Krumah, il teorico sognatore dell'Unione Africana. Anche nel Ghana gli avvii sono stati tormentati e sono sboccati nel regime militare di Rawlings. Ma lui stesso ha poi voluto la legittimazione del voto e del pluralismo e due anni or sono si è fatto da parte e ha visto sconfitto il successore da lui stesso proposto. Oggi? Ecco regolarmente eletto John Kufuor, il cosidetto “ gigante gentile”, un liberale progressista che governa ad Accra con saggezza, in correttezza democratica e con idee e stile che possono dirsi esemplari. Ma anche dietro Accra? Ecco l'impero antico del Ghana e dei Songhai , ecco la civiltà degli Ashanti e dei Kay autorevole per ordine e culto e, infine, merito britannico, ecco l' Università di Accra , la prima tra molte. Storia, identità, cultura…ecco dunque “l'humus” migliore per dare vita anche in Africa a nuove Nazioni…Non così, ahimè, almeno per ora, in Zimbabwe, in Congo e altrove…Ma così anche in Senegal ove pacifica è stata l'alternanza democratica tra Leopold Senghor, il presidente poeta, Abdou Diouf il socialista e ora il presidente Abdoulaye Wade. E così anche in altre “Afriche” ove lentamente la stabilità democratica avanza stimolata pure, ammettiamolo, dall'esempio di uomini di cui non solo l'Africa, ma tutto il Mondo, possono onorarsi. Uomini come Nelson Mandela l'antico prigioniero che predica non odio ma pace o come il suo amico, il vescovo Desmod Tutu, che ancora opera, e Dio lo ascolti, per fare del Sudafrica, come ha detto lui stesso nel giorno della fine dell' apartheid: “l'arcobaleno del Signore”. On. Mario Pedini (articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 1/7/2002)
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