QUALCOSA SI MUOVE NELLA POLITICA AFRICANA

di Mario Pedini


Conosco l'Africa sin dagli anni '60 e ne ho seguito la decolonizzazione anche per personale amicizia con taluni dei suoi leaders. Sono quindi in condizione, credo, di sentire quando e se soffia aria nuova sui suoi Paesi a beneficio di quei 350 milioni di uomini che vivono in indigenza assoluta che tanto soffrono di malattie, con una vita media metà della nostra e che tanto hanno pagato di sofferenze per la loro indipendenza. Sofferenze di cui, ahimè non mi sorprendo ben sapendo come troppo precipitoso sia stato , per imposizione russo-americana, il processo di decolonizzazione del dopoguerra. D'altronde la storia europea non dice essa pure attraverso quante lotte tribali, nazionali, religiose (non dimentichiamolo) noi europei siamo passati prima di raggiungere questa nostra pace attuale, vecchia solo di 52 anni? Qualcosa di nuovo comunque fermenta in Africa anche se il “ventre congolese” è ancora sanguinante, anche se la stabilizzazione politica è solo di pochi Paesi, anche se immensi rimangono i bisogni umani enormi le avversità sanitarie e i rischi dell'habitat. Avversità aggravate pure dai danni provocati da un sistema commerciale internazionale che, ancora protezionista, non da sbocco ai prodotti agricoli e condiziona i prezzi delle materie prime sensibili.

Una novità comunque positiva ormai maturata in Africa? La ratifica dell'accordo sull'Unione Africana. Un'Unione che, partita da proposta libica (onore a Gheddafi !) sostituisce ora la vecchia consunta Oua varata nel '63, avvia tutti i Paesi del continente a unirsi, nel tempo, in un mercato unico retto da comuni norme, tenterà di prevenire eventuali conflitti e di imporre pace e stabilità, ove esse siano minacciate. Un'unione che, perdi più, opererà in una struttura istituzionalmente modellata sullo schema della nostra Unione Europea e in cui convergeranno anche le organizzazioni Regionali già operanti.

E un altro fatto importante? Nei Paesi del Maghreb il rilancio dell' Umma che, nata dall'accordo di Marrachech, mira a un mercato unico tra i Paesi maghrebini e si organizza essa pure secondo il modello istituzionale della nostra Unione Europea: un modello quindi accettato(e a onore nostro) da che comprende come la tendenza al supernazionale sia il segno storico distintivo del nostro tempo.

Nel quadro poi dell'Unione Africana? Importanti i programmi ormai convenuti per promuovere sviluppo economico e sociale per combattere endemiche deficienze, instabilità politica e formare quadri umani. In merito? Ecco il programma Nepad (New partnership for Africa) elaborato di recente dai capi di Stato del Sudafrica, Senegal, Nigeria, Algeria, fatto proprio dall'Unione Africana e, su iniziativa del Governo Italiano, anticipato dagli stessi leader autori a Genova al “Gruppo degli Otto” quale proposta di partnership che ora l'Italia riproporrà agli “otto” nel prossimo vertice in Canada.Qualcosa dunque si muove. E di positivo nel progetto Nepad e nei commenti che lo accompagnano? Anche il fatto che sembra ormai appartenere al passato la presunzione (alimentata anche da autolesionismo europeo) , che tutte le deficienze ed i mali dell'Africa siano dipesi e dipendano dalla “colonizzazione”. La colonizzazione? Certo ha avuto le sue colpe ben gravi: ma ha avuto anche. Lo si riconosca pur criticamente , i suoi meriti. E il Nepad? Ha come premessa la chiara assunzione di responsabilità dei Governi africani ormai coscienti che lo sviluppo dell'Africa dipenderà soprattutto dalla volontà politica degli stessi africani ( è Wade, il presidente del Senegal, che ha detto “vogliamo essere protagonisti e no parassiti del mondo globalizzato”). Un'altra novità? Che il Nepad, in armonia con quanto dichiarato dai Vertici europei di Barcellona e di Valencia, sollecita la partecipazione del settore privato alla collaborazione tra Europa e Africa. D'altronde è da tempo che le associazioni industriali europee insistono su questo tema anche nella convinzione che se compete agli organismi internazionali pubblici favorire in Africa le grandi strutture e i grandi servizi, è ancora più con la presenza del privato che si può favorire nei Paesi Africani trasferimento di tecnologie, esperienze amministrative e formazioni di quadri umani. Ed è per di più con l'imprenditoria privata che si aiuta quel ceto medio che favorisce democrazia.

Né d'altronde il privato europeo interessato all'Africa è stato in questi anni inattivo se si nota come molte siano ormai specie nell'area mediterranea le imprese comuni e come si sia ottenuto che nelle “Convenzioni” di associazioni tra Unione Europea e Paesi emergenti ( i cosiddetti Acp) il Cdi, Centro di Sviluppo Industriale, disponga di più mezzi per finanziare il “capitale di rischio” di possibili “jont- ventures”.

Certo anche l'investimento europeo privato in Africa ha bisogno di garanzie e di appoggio. Garanzie da parte africana di stabilità politica di ragionevole trasferimento o reinvestimento degli utili, di normativa snella e favorevole a fiducia. Appoggio, ad esempio, per l'Italia alla Sace e alla Simest nonché ad un sostegno bancario come quelli con cui la Francia, Germania e Spagna, accompagnano le loro imprese.

E come amministrare la partnership proposta da Nepad? L'esperienza mi dice che sarebbe bene imitare quell'Associazione che il Trattato di Roma con lungimiranza propose ( Parte IV del testo) ai nuovi Stati sovrani africani ex colonie per favorirne stabilità e crescita ( e io stesso ne fui convinto e ascoltato protagonista nello mie molte missioni) . Un'associazione che, partita con 18 Paesi africani , raccoglie ormai più di 70 Paesi emergenti. Il suo pregio? Coordinare in un “unicum” l'aiuto economico, le facilitazioni commerciali, la promozione sociale . Un “unicum” che opera dal '63 con successo (Convenzioni Yaoundè e di Lomè e oggi Cotonou, ben dotata quest'ultima di finanziamento) un unicum cioè cui potrebbe ispirarsi anche il Nepad.

Vento nuovo dunque sull'Africa? Forse…ma, per l'Occidente, sfida anche liberalizzare sul serio il commercio e a fornire un aiuto al sottosviluppo ben più consistente di quello odierno pari, per l'Occidente a soli 50 miliardi di dollari anno e, per l'Italia pari per ora allo 0,18 del nostro Pil.

Il Nepad quindi? Un programma e uno stimolo anche politico da un'Africa che chiaramente ci rilancia la palla!


On. Mario Pedini


(articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 12/6/2002)


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