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di Pier Ferdinando Casini Viene pubblicato il testo integrale dell'intervento del Presidente della Camera dei deputati, l'on. Pierferdinando Casini, pronunciato alla Convention programmatica dell'Unione Democratico Cristiana (UDC), a Roma il 21 aprile 2002. In vista della riunificazione dei tre partiti del centro destra (CCD, CDU, DE), l'intervento pone l'accento sulla Democrazia Cristiana, sul moderatismo in politica, e sulle battaglie che attendono il nuovo partito. * * * Cari amici, anzitutto grazie al Presidente Baccini, che mi ha dato la parola ed alla Presidenza tutta; e voglio dirvi che sono particolarmente lieto di poter intervenire a questa Assemblea, che raccoglie i primi importanti frutti di un intenso lavoro politico, iniziato insieme alcuni anni fa. Vorrei fare, come naturale, tanti ringraziamenti agli amici che mi seguirono e con i quali costruimmo, da D'Onofrio a Giovanardi, a Fontana, la nostra prima esperienza del CCD. Ma mi sembra giusto ringraziare soprattutto un amico, con cui pure ho avuto momenti di incomprensione, ma che, con generosità ed altruismo, ha assecondato e favorito questo progetto politico: Rocco Buttiglione. Credo sia un ringraziamento che gli dobbiamo tutti. E' un lavoro, quello politico, che mi manca molto e che seguo con grande interesse, anche oggi che, da Presidente della Camera dei deputati, non mi è possibile viverlo in prima persona. Ho sentito interventi importanti nella giornata di ieri: quello di Sergio D'Antoni, quello di Marco Follini e credo vi sia una profonda sintonia in questa sala. Oggi è il tempo di far convergere in un'unica struttura, in una unica forza politica, le ricchezze di queste diverse esperienze. E' tempo di abbandonare ogni timidezza e lavorare perché questa Unione Democratico Cristiana e dei Democratici di Centro, possa essere molto più che la sommatoria dei partiti che la compongono. Occorre valorizzare il progetto da cui nasce l'idea dell'Unione, che guarda al futuro, ma che è consapevole di rappresentare la sintesi d'una comune storia politica. A me pare che il processo di consolidamento dell'UDC sia un segnale positivo rispetto alla eccessiva ed inutile frammentazione del sistema politico italiano. Un segnale che conferma il cammino già compiuto verso l'affermazione di un bipolarismo più maturo, in cui prendano forma coalizioni sempre più caratterizzate da una pluralità di voci e contributi, ma anche più coese ed omogenee rispetto al passato. La costituzione dell'UDC è soprattutto un debito di chiarezza verso i cittadini italiani: quando gli elementi che accomunano sono talmente forti, quando le caratteristiche identitarie talmente simili, restare divisi diventa un fattore di debolezza, una scelta politica perdente. C'è il rischio di non essere compresi dai cittadini, dai propri elettori, da chi chiede di far prevalere le ragioni dello stare insieme, per essere più forti e contare di più. Il nostro denominatore comune - lo ha detto ieri Sergio D'Antoni con forza - è l'appartenenza alla storia della Democrazia Cristiana. Non ci vergogniamo di quella stagione. Io la considero, come ho già detto molte volte, anche da Presidente della Camera, una stagione nobile. Fu soprattutto grazie alla DC ed ai partiti di centro, infatti, che il Dopoguerra italiano divenne un periodo di libertà, di pace e di prosperità; fu negli anni di Governo della DC che l'Italia repubblicana visse una straordinaria stagione di espansione dei diritti civili e delle libertà; fu infine, grazie alle grandi personalità politiche che lo scudocrociato ed i suoi alleati riuscirono ad esprimere, alle intuizione originali di Alcide De Gasperi, che l'Italia divenne uno dei Paesi guida del processo di unificazione europea. Oggi tutti lamentano il ruolo limitato che l'Europa esercita nelle grandi questioni internazionali. Oggi tutti speriamo, Marco, in questa convenzione in cui i nostri rappresentanti operano, ma tutti constatiamo la nostra impotenza davanti a tragedie come quella del Medio Oriente. Tutti lamentano l'assenza di una politica di difesa comune europea. Tutti, oggi, a posteriori, ma già cinquant'anni fa De Gasperi, con grande lungimiranza e lucidità, comprese che senza una sicurezza comune l'Europa non avrebbe mai potuto dire la sua, avendo la certezza di essere ascoltata. E' troppo facile, quindi, oltre che ingiusto, appiattire la storia della Democrazia Cristiana sugli anni di tangentopoli. E' un giudizio fazioso, di parte ed è anche un giudizio sbagliato. Sbagliato perché non considera che la Democrazia Cristiana non è stata sconfitta da tangentopoli. Piuttosto ha veduto esaurire, con il venire meno delle grandi contrapposizioni ideologiche del novecento, una delle ragioni, forse la più solida, della sua esistenza, così particolare. Il crollo dell'Unione Sovietica, la fine fallimentare del comunismo, ha fatto venir meno le motivazioni per cui tanta parte della classe dirigente italiana preferiva accantonare diversità pure rilevanti - infatti poi sono emerse dalla diaspora della DC - per mantenersi unita in un partito che rappresentava la diga contro il comunismo. Le motivazioni per cui tanti italiani, pur non essendo intimamente legati da scelte di fede ad un partito di ispirazione cristiana, davano il proprio voto alla DC. Tangentopoli ha solo accelerato un percorso segnato, un destino storico che relegava il partito di De Gasperi, di Fanfani, di Moro, di Cossiga, di Forlani, entro i confini temporali del novecento. Ma nel destino storico della DC tangentopoli e la corruzione hanno un bel misero spazio! E la storia, quando si potrà finalmente dare un giudizio non frettoloso e non fazioso sulla DC, riconoscerà che i meriti legati a quegli anni furono di gran lunga superiori ai demeriti. E io credo che questa Assemblea debba rendere i dovuti onori a quelle personalità democratico cristiane, da Andreotti a Mannino, che si è cercato ingiustamente di liquidare con il marchio dell'infamia. Nel perido delle grandi contrapposizioni ideologiche, la DC seppe proporre alla sua classe dirigente ed all'intero paese, la cultura politica della moderazione, il dialogo come fattore della coesione sociale, il rifiuto della faziosità come strumento di lotta politica, una vera e propria "religione" delle istituzioni. Io credo che nel condurre questo nuovo partito nelle acque agitate dell'attuale contesa politica, vada tenuto fermo il timone sulla rotta tracciata da questi insegnamenti e da queste tradizioni. Per chi, come noi, ha sulle spalle una lunga ed intensa storia politica, c'è il rischio di fare fatica nel cogliere ed interpretare le novità che ci vengono proposte da una società in rapida e continua trasformazione. C'è il pericolo - questo lo dobbiamo riconoscere - di guardare troppo alle nostre spalle, rinunciando così ad espandere l'orizzonte del nostro futuro. Il punto è che siamo ad un bivio: possiamo imboccare la strada che conduce ad essere partito residuale di una stagione politica del passato. Una stagione nobile, di cui come ho appena detto non ci vergogniamo, ma una stagione del passato. Ovvero la strada che edifica una forza protagonista della nuova stagione della politica. Possiamo decidere di amministrare una rendita di posizione, acquisita in ragione della nostra storia, rivolgendoci a quelle classi e quei ceti che furono interlocutori primi della Democrazia Cristiana; ovvero possiamo cercare di coinvolgere nel nostro progetto politico i giovani, i nuovi ceti produttivi, le élites intellettuali e scientifiche di questo Paese. Possiamo infine cullarci nella nostra storia, nel nostro vecchio e glorioso simbolo, nelle grandi figure storiche della DC; ovvero riappropriarci delle grandi battaglie politiche del nostro tempo. Io credo che se parliamo ai nostri figli solo di De Gasperi, o della tradizione democristiana, rischiamo di evocare drammaticamente qualcosa che essi non conoscono. Affrontiamo invece le grandi sfide dell'oggi, le grandi sfide ideali, perché la politica non può ridursi ad un pragmatismo senza ideali nemmeno nel crepuscolo delle contrapposizioni ideologiche. La battaglia per la pace, per la pace in Palestina e Israele, da condurre anche attraverso una sempre più stretta sinergia con i partiti fratelli dell'Internazionale Democristiana; le battaglie contro la povertà e le grandi diseguaglianze sociali, in un mondo della globalizzazione che può essere una opportunità, ma anche un tragico elemento di involuzione per i più deboli; la battaglia contro la liberalizzazione della droga, quella contro lo sfruttamento delle donne e dei minori. La battaglia che si deve fare è quella di portare avanti fino in fondo le nostre convinzioni sulla scuola libera, sulla formazione delle giovani generazioni, sui diritti dei consumatori, nuove frontiere queste su cui si misurerà la capacità dell'UDC di raccogliere il consenso della gente. Ed io voglio dire per esperienza diretta che uno straordinario e grande lavoro è stato fatto dai gruppi parlamentari democratico cristiani. Io conosco in particolare quello che Volonté ed i suoi collaboratori hanno fatto alla Camera dei deputati, con grande intelligenza, e voglio veramente darne atto anche come Presidente della Camera. Oggi più che mai c'è bisogno di un supplemento di moderazione. Lo ha detto ieri Marco Follini ed io mi ritrovo pienamente in questa analisi. C'è bisogno del rispetto reciproco fra avversari politici, della necessità di una piena legittimazione dell'avversario. C'è bisogno che si raffreddino i toni del confronto politico. Io non credo che un sistema maggioritario, anche se fortemente bipolare, debba necessariamente essere caratterizzato da uno scontro politico ed istituzionale permanente. Mi sono anzi battuto, in questo anno di Presidenza della Camera, perché le decisioni adottate dall'istituzione che presiedo fossero ispirate a principi di ragionevolezza e di moderazione e tenessero conto delle legittime aspettative delle diverse parti politiche. Francesco D'Onofrio ieri ha detto una cosa che mi ha veramente fatto pensare molto, e che pienamente condivido. Sono convinto che le istituzioni debbano essere la casa di tutte le forze politiche; il luogo ove ogni forza politica, anche di minoranza ed opposizione deve essere messa in condizione di dare il suo contributo di riflessione e di proposta per il bene comune della nazione. Avere un'opposizione seria e motivata nelle sedi istituzionali, in particolare in Parlamento, serve anche alla maggioranza che governa il Paese; rafforza il dialogo politico e la qualità della nostra legislazione; induce la stessa opposizione a limitare la tentazione di ricorrere alla protesta di piazza ed allo scontro sociale. Il metodo della moderazione, che non è debolezza delle proprie convinzioni, ma rispetto per quelle altrui, mi sembra ancora oggi il modo migliore per adempiere la propria vocazione politica. Questo ruolo può ben essere interpretato da chi, in entrambe le coalizioni che si confrontano nell'attuale sistema bipolare, si riconosce nella storia democratico cristiana. L'unificazione di CCD, CDU e DE rilancia il ruolo di una politica centrista, moderata, di ispirazione cristiana e sociale, ma fortemente impegnata nella modernizzazione del Paese e nella realizzazione di una rete di riforme che diano all'Italia più libertà e meno vincoli. E' certamente vero che il centro, come spazio di autonoma aggregazione politica, è morto nel nostro sistema bipolare. E tuttavia, amici, vince in Italia chi riesce ad occupare il centro. E' successo nel 1996, quando questo obiettivo fu conseguito da Romano Prodi, è successo ancora lo scorso 13 maggio, quando invece fu Silvio Berlusconi ad essere più convincente per gli elettori di centro, quelli che fecero la differenza. Essere un partito moderato non vuol dire essere conservatori. Ed oggi tutti coloro che affrontano la politica con la mente aperta non possono non riconoscere la necessità di portare a compimento la perenne transizione italiana, il cammino infinito verso un sistema istituzionale, economico e sociale finalmente riformato. E credo che questo l'abbia detto non solo l'amico D'Antoni, che oggi ha responsabilità politiche, ma anche l'amico Pezzotta. Lungo questo cammino non va rotto il dialogo sociale. Va rispettato profondamente il ruolo del sindacato, ma anche allo stesso modo, il diritto di chi governa legittimamente il Paese, di lavorare per realizzare il proprio programma di governo. I sindacati hanno organizzato, con lo sciopero generale dello scorso 16 aprile, una grande giornata di legittima e pacifica protesta. Una classe dirigente seria ne prende atto e non si stanca di intessere quel dialogo sociale che è un elemento di forza, e non di debolezza, per chi lo esercita. Se dialogo sociale deve esserci, io credo che non meno ci debba essere dialogo istituzionale; il dialogo sociale va di pari passo con il dialogo istituzionale. A tal proposito, esprimo rammarico per l'indizione dello sciopero dei magistrati. L'esprimo con la stessa forza con cui chiedo al Governo di dialogare, nel riformare l'ordinamento giudiziario, con gli operatori del settore. D'altra parte, uno sciopero indetto con più di quaranta giorni di anticipo, dà al Governo almeno quaranta opportunità per farlo disdire. Mi auguro che si operi da ambo le parti in questa direzione. Essere un partito d'ispirazione cristiana significa richiamarsi ad un impegno politico rigorosamente laico, eppure diretto a difendere i principi ed i valori dell'umanesimo cristiano; significa non aver timore di proporre e di difendere quelle politiche sociali che promuovono la persona umana, che sostengono le famiglie, che tutelano i più deboli, i minori, i diseredati. Amici, non dimentichiamoci del Mezzogiorno, che rischia di essere la grande questione dimenticata della politica italiana! Noi non possiamo dimenticare queste nostre ragioni ideali, anche quando ci pronunciamo su temi di grande delicatezza, come quello dell'immigrazione. Noi dobbiamo batterci - e lo hanno fatto Giovanardi e Buttiglione in Consiglio dei Ministri - per una politica severa contro la clandestinità, ma non vogliamo fare passi indietro su alcuni diritti fondamentali, soprattutto in materia di ricongiungimento dei nuclei familiari. Perché la politica deve essere aperta anche alle esigenze dell'umanità e consentire a chi lavora in casa nostra di ricongiungersi con i propri figli o con i propri cari, è una cosa a mio parere assolutamente necessaria. Non riesco a sentirmi coinvolto - ho già avuto modo di dirlo pubblicamente - in un progetto politico che persegua un conservatorismo compassionevole. Io credo nella politica come strumento per far crescere i diritti, per assicurare tutele giuridiche, per delineare i doveri pubblici. La carità è una categoria dell'animo e dello spirito. La tutela dei diritti è una categoria della politica. Questi sono i punti fermi di un partito che vuole difendere una tradizione politica, che si colloca lealmente nella coalizione di centro destra, e che, sul piano europeo, rivendica la centralità del suo contributo ai principi ideali ed ai programmi del partito popolare europeo. Senza guardare indietro, senza alcuna nostalgia, consapevoli che oggi, in questo nostro tempo, c'è uno spazio politico ampio per un partito moderato e d'ispirazione cristiana. Alcuni osservatori poco attenti hanno visto in questa unificazione la rinascita o la riedizione della Democrazia Cristiana. Non è così! Non si possono riportare indietro le lancette della storia! Tutti noi sappiamo, amici, che sarebbe illusorio anche solo pensarlo! La vicenda della Democrazia Cristiana è irripetibile; perché la sua stagione ha coinciso con una unità politica dei cattolici che dopo la sua fine è andata in frantumi. Non solo sul piano pratico, ma concettualmente, talché oggi sarebbe inconcepibile persino un semplice richiamo all'unità politica dei cattolici. La diaspora della DC è stata così ampia e articolata da non essere più ricomponibile. Essa non si è infatti limitata ai partiti della tradizione democristiana: molti che furono nella DC sono ora transitati in partiti del tutto diversi, da Forza Italia ad AN, alcuni sono stabilmente collocati nei DS. Si tranquillizzi, dunque, chi scorge dietro ad ogni ombra il fantasma della DC: qualunque cosa si riuscirà a costruire insieme non potrà mai essere una riedizione della Democrazia Cristiana. Certa stampa non rinuncia al tentativo di trasformare un serio progetto politico in una sorta di caricatura: quando non ci sono valide ragioni per attaccarci, spunta sempre fuori la storia della rinascita della DC! Si vede che questi commentatori sono davvero a corto di argomenti. Cari amici,
Vi ringrazio per il vostro affetto, per l'amicizia e la solidarietà che non mi avete mai fatto mancare anche nello svolgimento del mio incarico istituzionale. Vorrei in particolare ringraziare gli amici Follini, Buttiglione e D'Antoni, che ricevono da tutti noi la responsabilità di guidare questo processo politico. Pier Ferdinando Casini 21 aprile 2002
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