POLITICI CATTOLICI E VICEVERSA

di Giovanni Federico


La legge sulla fecondazione assistita non poteva mancare di dare vita ad un dibattito finalmente giustificato in luogo di tanti schiamazzi inutilmente presenti nella politica italiana.

Come ha fatto ben rilevare il prof. D'Agostino non esiste una contrapposizione dei laici contro i cattolici ma di laici propri di una cultura contro i laici espressione di un altro pensiero. Non c'è insomma stata alcuna interferenza di Sacra Romana Chiesa.

Ciò malgrado i Poli si sono facilmente sgretolati anche se la giustificazione adottata dai "cattolici" della Margherita è sembrata perlomeno singolare e così riassumibile: non c'è scandalo a votare insieme a quelli del Polo delle Libertà perché si tratta di questione che attiene alla coscienza della persona e fuori dal programma politico concordato con gli altri partiti dell'Ulivo.

Viene da chiedersi: è così marginale una questione che impegna la coscienza di un uomo? Ed ancora: non è quello della fecondazione assistita un tema che è di gran lunga preminente rispetto a qualsiasi altro punto programmatico di una coalizione di partiti? Non costituisce da solo un punto programmatico che quasi potrebbe per gravità ed importanza esaurire un'intera legislatura?

Tante capriole per evitare il discorso sulle identità che come ammoniva Padre Sorge non fa sconti a nessuno ed è questione che si ripropone inesorabilmente tanto più cerchi di scongiurarla. Intanto sarebbe bene cominciare ad invertire, come è stato ben suggerito, i termini del discorso sull'impegno dei cattolici in politica. Se invece di definirsi "politici cattolici" ci si dichiarasse "cattolici politici" ecco che l'identità diverrebbe più netta e si smetterebbe di perpetuare l'assurdo convincimento in omaggio al quale per un cattolico della Margherita o dell'Udeur sia più semplice parlare con i DS o Rifondazione Comunista piuttosto che con un cattolico del Polo delle Libertà. Trova cioè più agevoli intese con chi ha radici culturali difformi dalle mie piuttosto che con un mio consimile culturale.

La forzatura di questa rappresentazione è evidente agli occhi di tutti eppure viene vissuta dai cattolici con una spregiudicata disinvoltura quasi non da cattolici.

Verrebbe da ricordare l'opportuno monito di mons. Maggiolini allorché ammonisce circa il fatto che "è bene tornare a dare importanza alle cose che ci dividono", senza cercare confusamente un appiattimento sui modelli culturali di estrazione diversa appunto da quella cattolica.

Nella preghiera per l'on. Aldo Moro nel corso della celebrazione funebre papa Paolo VI ebbe a definire l'identikit del cattolico politico allorché disse di un "uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico", tutti ingredienti di una personalità che nel panorama della politica post democristiana sembra non abbia purtroppo eredi di sorta.

Nella nuovissima collana di Spiritualità e Politica curata da mons. Vincenzo Paglia va apprezzato l'incontro promosso da mons. Nicora sul tema "I sette vizi e le sette virtù del politico". Nel lavoro editoriale che ne è conseguito si è ricordata l'avvertenza di Giovanni Paolo II che a proposito di Tommaso Moro ha detto come "l'uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale".

L'autore della Premessa ammonisce sul fatto che la "diversità delle scelte non può tenere isolati i credenti gli uni dagli altri: la diversità non significa esclusione di rapporti. Di più, la legittima ed auspicabile pluralità dei credenti nella vita politica richiede ancor più momenti di incontro e di confronto, fosse anche quello solamente di carattere religioso che vede tutti nella fondamentale condizione di essere discepoli dell'unico Signore".

Quanto poi al tema della partecipazione è illuminante il richiamo ad un articolo del 1942 di Luigi Sturzo nel quale scriveva "la politica non è una cosa sporca. Pio XI parlando dieci anni dopo a dei giovani belgi la definì 'un atto di carità del prossimo'. Infatti lavorare al bene di un paese, o di una provincia, o di una città o di un partito, o di una classe (secondo il rango politico che uno assume) è fare del bene al prossimo riunito in uno Stato, o città, o provincia, o classe, o partito. Tutto sta nel modo di lavorare, nello scopo e nei mezzi. In ogni nostra attività, noi incontriamo il prossimo: chi mai può vivere isolato? E i nostri rapporti con il prossimo sono di giustizia e careità. La politica è carità, ma non nel senso che non costituisca un dovere; il dovere c'è ed è quello che oggi si chiama dovere civico o dovere sociale. Questo dovere è generico e tocca l'individuo quando questi si trova in condizioni pratiche di adempierlo".

Viene solo da aggiungere che la cifra distintiva di un cattolico politico è nello utilizzare un "metodo" che garantisca il rispetto e l'attenzione della opinione di tutti, anche di un solo uomo e ciò che vale non è solo la quantità dei consensi ma soprattutto la qualità dei consensi verso la politica praticata nella comunità.

Ne consegue il legittimo dubbio sul sistema maggioritario che sembra sacrificare ben più di un solo uomo sull'altare delle scelte, trascurandosi il pensiero del 49% degli elettori e della società. Ci sarebbe anche da chiedersi come possa un cattolico politico riconoscersi in formazioni all'interno delle quali latita la democrazia sostanziale e la effettiva partecipazione agli indirizzi politici di volta in volta da determinarsi. Se il "metodo" costituisce la cartina tornasole della democrazia nei partiti il luogo dei cattolici per adempiere al dovere di carità politica va identificato con questa matrice senza sconti e senza inganni per e verso nessuno.


Giovanni Federico
novembre 2004



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