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di Mario Pedini Ammiro l'impegno con cui il presidente Ciampi ci richiama all'orgoglio dell'italianità e al senso della Patria. Pur nel timore di quel conformismo che è abituale anticamera di retorica, noto con soddisfazione con l'auspicio autorevole trovi ormai vasta udienza. Grazie Presidente! Anche l'on. Bossi accetta, sembra, la proposta di fare del “Vittoriano” di Roma il museo dell'italianità oltre che, come già è, del Risorgimento. E nemmeno dissento dalla sua sottintesa richiesta di sorgere nei più noti capoluoghi di Regione anche musei che documentino quanto si è concorso, con storia locale, all'idea unitaria. Giusto. Poche nazioni al mondo come la nostra, è vero, sono tanto variegate per cultura e per storia, storia di Comuni, di Signorie, di Principati e di Regni. Riconosciamolo….l'importante in ogni caso è che anche dal particolare emerga convinzione in quell'Italia che i nostri vecchi con sacrificio ci hanno consegnato unita. Qualcuno tuttavia, ora che l'Euro ha sostituito la lira, potrà anche chiedersi perché dobbiamo esaltare l'italianità proprio quando la moneta unica ci avvicina di più all'Europa. Ma a parte che l' Europa monetaria non fa ancora “unità politica europea” si può credere che l'Europa unitaria possa cancellare le identità delle sue antiche nazioni? Come giovane politico ho dissentito dall'Europa delle Patrie di De Grulle. Dico oggi invece, e per esperienza matura, che non credo ad un' Europa senza Patrie né tanto meno la auspico. L'unità non vuol dire infatti anonimato: sarà anzi tanto più solida quanto più rispetterà e riqualificherà la storia e la cultura di ognuno dei popoli che su essa convergono, enucleerà valori che più della diversità sono affini, favorirà coscienza delle nuove responsabilità cui gli europei dell'Unione dovranno far fronte anche per la funzione internazionale che, specie in tempi di globalizzazione, sempre più li coinvolgerà. Che non ha certo torto quel giovane americano che di recente ha detto: “diverso è il nostro passato, ma ormai comune è il nostro futuro”. Noi italiani nelle nostre qualità e nei nostri difetti vantiamo una nota che tanto ha contribuito alla storia pur polifonica d'Europa e non dovremmo avviarci all'incontro unitario senza l'orgoglio di essa, senza essere convinti di quella nostra Patria di cui da qualche decennio troppo siamo dimentichi o per eccesso o per individualismo, o per provincialismo o perché sedotti da ideologie smobilitanti propagandate da chi avrebbe voluto manipolare o strumentalizzare a fine di parte la nostra italianità. Certo non era facile credere ancora nella Patria Italia, il cui amore magari inconscio ci ha dato slancio mirabile nella ricostruzione del dopoguerra dopo che il fascismo l'ha inquinata di retorica razionalista e spinta ad avventura, quando tra di noi ritornavano i prigionieri ed i morti di una seconda guerra perduta e che, in nome della Patria, aveva sacrificato tante giovani vite. Ma oggi l'Italia rinata in democrazia, forte di prestigio internazionale, offre senso nuovo alla sua dignità di nazione, si offre a noi come possibile Patria coerente con la sua Storia e in cui possiamo credere. Ed è con questa Italia moderna e nel contempo antica che noi possiamo dare oggi particolare valore politico al nostro ingresso nell'Europa propria quando l'Unione Europea, senza più condizionamenti della guerra fredda, si allarga all'est del Continente e prende coscienza di un suo ruolo mondiale. Ben venga dunque l'invito presidenziale a recuperare l'orgoglio di italianità anche in funzione europea. Ma perché esso sia efficace, io credo, occorre tradurlo anche in convinzione dei giovani. Riportando l'Italia nella scuola, l'Italia con tutta la sua storia e dopo silenzi e omissioni troppo a lungo dorati. Si guardi alle manifestazioni patriottiche che, nel ricordo anche di chi ha dato la vita per la nostra libertà, raccolgono solidarietà di popolo. Ma quanti giovani e quante scuole vi partecipano? E quale è la conoscenza negli studenti della nostra storia pur in prevalenza dedicata ad un presidente non ancora chiarito? Ahimè, i dati comparativi pubblicati di recente dall'Ocse ci dicono come nonostante una pedagogia italiana che ha fatto scuola al mondo, gli studenti nostri non sono tra i primi per preparazione culturale e capacità critica. Occorre preoccuparsene. La verità e che, riforma dopo riforma, sindacato diedro sindacato, abbiamo declassato la nostra scuola. E quanto a storia, a cultura generale e civica, salvo lodevoli eccezioni (pur nel generale appiattimento una minoranza di giovani di valori viene emergendo) ben poco si dice ormai agli studenti su quel nostro glorioso passato che, per civiltà comunale, per umanesimo e rinascimento per genialità economica e genio scientifico, tanto ha insegnato all' Europa e al mondo. Eppure storia, arte, cultura sono l'identità italiana e definiscono le affinità e nel contempo l'originalità positiva con cui noi potremo pesare nel futuro europeo. Vogliamo rilanciare, come si dice oggi, orgoglio di italianità? Occorrerà alla recuperare la nostra scuola ad alta funzione, quella scuola cui certo non hanno giovato la sconnesse riforme, l'invasione sindacale e precaria e tanto meno quella manipolazione politica e di parte che male incide sulla formazione del cittadino. Il dibattito ampio che ora si è aperto sulla scuola viene incontro esso pure, nell'intento di riordinare il foro scolastico, alla diffusa attesa di recupero della nostra identità di popolo. Ce lo auguriamo e siamo convinti che sta proprio in esso il dibattito chiave anche del nostro futuro nazionale ed europeo. Un dibattito certo difficile ed irto di temi ma, tra i quali, due mi paiono condizionanti. Uno, in prevalenza tecnico, che ci si renda conto come, dato che diffusa è nei docenti la denuncia dell'insufficiente preparazione con cui gli alunni giungono alla scuola superiore, si abbia il coraggio di ripensare criticamente il percorso didattico della primaria e delle medie e si avvii un esame nel quale più che scontrarsi sui cosiddetti cicli, si affrontino, sulla base dell'esperienza, questioni di sostanza. L'altro tema squisitamente politico, che si affronti in tutta la sua complessità e qualunque sia l'onere finanziario, il problema dei docenti di ogni ordine e grado, della loro selezione, del loro aggiornamento, della loro dignità civile e del loro statuto professionale. Ed è certo, quello dei docenti, il tema primario e premente perché nessuna riforma sarà utile e mai darà risultato se la Scuola non si riconcilierà con i suoi insegnanti ed i suoi operatori, siano essi pubblici o privati, docenti o ausiliari. Chi se non loro potranno riportare nella scuola e tra i giovani, qualunque sia la loro materia, orgoglio di italianità e di Patria, attesa di Europa, onesta capacità di giudizio? E se per recuperare siffatto impegno occorrerà pensare anche ai docenti dei docenti, credo non manchino le riserve umane per promuoverla sia quanto a docenti, sia quanto ad utenti. Mario Pedini 3 gennaio 2002 (articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 3/1/2002)
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