LA FAMIGLIA SCENDE IN PIAZZA



Forse il mondo cattolico ha capito che non basta possedere ragioni valide ma che in democrazia vanno anche proclamate in maniera forte e scende in piazza a difenderle.

Dato che la famiglia non ha valenza solo religiosa, ma ancor prima riveste importanza sul piano dell'assetto civile, sarebbe bene che ci fossero anche i non credenti che tale valore reputano essenziale per la società.

La posta in gioco è enorme perché va anche oltre la stessa questione “famiglia” e investe una visione globale della vita e delle relazioni umane.

La famiglia è stata perfezionata dal Cristianesimo, ma è nata prima e il giurista romano già aveva definito il matrimonio “coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et umani iuris communicatio”(unione dell'uomo e della donna, comunanza di sorte per tutta la vita, comunione di diritto divino e umano).

Per procreare e per allevare ed educare i figli non si è trovato niente di meglio della famiglia ed oggi due emergenze che ci attanagliano: la deriva della denatalità e l'invecchiamento della popolazione da una parte e i problemi drammatici dell'educazione dei giovani dall'altra, trovano confluenza nella famiglia.

Marc Augé ha scritto che “oggi imperversa nel pianeta un'ideologia del presente e dell'evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, perché essa si adopera a rendere obsoleti tanto le lezioni del passato quanto il desiderio di immaginare l'avvenire”.

Senza radici e senza voglia di futuro, l'uomo di oggi non potrebbe più riconoscersi nella speranza, quella che il Pascoli nei Canti di Castelvecchio esprimeva liricamente: …“pei figli de' figli, piantiamo l'olivo”.

C'è una sbornia consumistica che non si ferma agli oggetti ma che investe le persone e i sentimenti; nel caso dell'uomo, però, l'”usa e getta” pone problemi ben più drammatici che per le cose.

Notava il giurista Paolo Grossi che la parola diritto si è trasformata, si reclamano sedicenti diritti e il processo che ha affermato nel mondo moderno i diritti di libertà è sfociato in una sorta di parossismo soggettivistico: “il soggetto è stato separato completamente dalla società e si è pensato solo a un individuo autoreferenziale, assolutista, egoista.”

E' al proposito significativa la parabola della sinistra che è passata dallo stalinismo al radicalismo, peraltro secondo un percorso già preconizzato qualche decennio fa da Augusto Del Noce: la “rivoluzione delusa” passa dall'assoluto collettivo in economia all'assoluto individuale sul piano dei sentimenti e dei rapporti interpersonali più delicati e profondi.

Nella fine delle grandi ideologie e utopie collettive il riferimento di oggi è solo quello del diritto individuale, conta solo la volontà del singolo di tenere in piedi una relazione o di interromperla; non ha valore la relazione in sè e non conta l'altro e i suoi bisogni.

In tale quadro il problema della famiglia assume il significato prima di tutto di difesa di dimensione sovraindividuale e di bene comune.

Siamo nell'epoca del provvisorio e dell'effimero e c'è da domandarsi come e quanto i soggetti possano resistere psicologicamente e fisicamente senza spezzarsi alle sollecitazioni e ai traumi del continuo cambiamento; ma mentre si contesta, anche a ragione, la precarietà nel lavoro si accetta come fatto assolutamente normale la precarietà affettiva che investe dolorosamente anche i figli oltre agli adulti.

La Chiesa anche nell'ultima enciclica “Deus est Caritas” ha riproposto una idea alta dell'amore e della famiglia e il Pontefice prima e poi il cardinal Bagnasco sono scesi a difendere la famiglia suscitando, come sempre negli ultimi tempi, le reazioni laiciste di chi accetta che nella società tutti parlino meno la Chiesa. I vescovi hanno fatto riferimento in molti casi alle motivazioni del “bene comune”e il cardinale Antonelli nella sua bellissima lettera pasquale alla Diocesi di Firenze, divulgata anche a Roma dal cardinal Ruini, è sceso a difendere la famiglia colle ragioni della ragione, oltre che della fede, ricordandone la valenza civile e sociale.

Lo stato dovrebbe, da parte sua, fare una promozione globale della famiglia anche in termini economici come si fa in paesi a noi vicini, nella laicissima Francia e in Germania; ma deve anche mostrare chiaramente quale è la famiglia che serve al bene comune e non dare luogo ad equivoci.

C'è una grande confusione oggi anche tra pubblico e privato: si declassa quello che riguarda tutti e gli interessi generali a fatto privato mentre si vuole elevare a dignità pubblica ciò che ha rilevanza solo individuale.

E' stata ricordata a questo proposito la famosa frase di Napoleone: "i conviventi se ne fregano della legge e la legge li ignora".

Ma se si parla di legge, bisogna rilevarne il significato pedagogico, il fatto che essa fa costume, ed è modello di riferimento; c'è “lo spirito delle leggi” e questo fa le mentalità.

La proposta dei ”Dico”reca due messaggi devastanti e inaccettabili: il primo è la equiparazione delle convivenze omosessuali a quelle eterosessuali (la omosessualità non è più un fatto ma diviene una scelta consacrata dalla legge); il secondo è di equiparare chi si assume doveri a chi vuole solo diritti, è l'invito a non assumere responsabilità e l'incentivazione a una cultura del provvisorio.

A questo punto dovrebbe almeno essere chiaro a tutti le cose che sono in questione.

Marcello Masotti
aprile 2007



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