DECENTRAMENTO: SI' MA NON ALL'ITALIANA

di Mario Pedini


Il presidente Ciampi si è ispirato all'affresco sul «Buon Governo» di Simone Martini per esprimere alcuni pensieri saggi su quella che ormai si definisce la «devolution» (termine inglese di moda per fare progressismo...) cioè il «decentramento» di funzioni che dallo Stato unitario possono passare alle Regioni e ai Comuni. In realtà pensieri opportuni perché in materia di decentramento oggi in Italia la confusione è molta.

Ammettiamo poi che molto non ci ha convinto il decentramento sperimentato in Sicilia ove per «amministrazione improvvida» si perdono preziosi fondi regionali europei, il deficit incalza e si fanno scandalose spese di comodo (e la Sicilia non è il solo esempio di sperperi finanziari in un'Italia che fa sovente spese voluttuarie e, tra l'altro, ha acquedotti che perdono acqua al 40% in media). Certo non sono contro il decentramento io che sono figlio politico del Partito disceso da un Luigi Sturzo che fece del decentramento amministrativo un suo programma!

Ho potuto anzi vedere come ministro dei Beni culturali ed ambientali ad esempio (e Brescia ne è un ottimo test) come il decentramento in giusto equilibrio tra responsabilità ministeriali e interventi regionali e comunali crei energie nuove, pubbliche e private, di cui già ha tratto beneficio lo splendido patrimonio nazionale.

Energie e iniziative che, se ben equilibrate, se promosse da amministratori lungimiranti, stimolano anche, attraverso gli enti locali, oltre che occupazione, opportuno approfondimento di un'identità regionale che non contrasta con la nazionale e aiuta coscienza di una storia comune e di comune destino.

Ma a condizione che anche nel decentrare si usi misura, si operi con buon senso, con cultura, con visione unitaria. La Spagna oggi, ad esempio pur con un regionalismo marcato in Catalogna, Castiglia, Levante, Andalusia, Asturie, paesi Baschi, difende bene e meglio di noi gli interessi spagnoli alla Comunità e al Parlamento europeo e i suoi politici operano con vivo senso della «hispanidad» e con orgoglio della storia comune. La Francia? Parlate con un tassista parigino!

Può essere della Provenza o della Bretagna, comunista o lepenista, ma se solo criticate la Francia, egli ne difenderà la «grandeur " !

Così nella Germania dei Lánder, così nel Regno Unito delle Contee e nonostante tanta storia di secolari contrasti. E se pur lassù oggi si «decentra», lo si fa con alto senso dello Stato.

E perché non dovrebbe essere così pure in Italia?

Attenzione! La nostra unità nazionale è recente e non ha alle spalle le grandi monarchie di Francia e di Spagna con le loro efficienti amministrazioni (e noi inquiniamo tuttora la nostra di politica e di sindacalismo!). Per non poche regioni d'Italia il governo «centrale» è stato governo straniero.

Il temperamento italico indulge all'individualismo e il cittadino diffida del suo prossimo. La nostra intelligenza mediterranea ci rende insoddisfatti di ogni autorità, le nostre vicende storiche ci rendono scettici i mass-media spingono molti a facile protagonismo...

Ma soprattutto manca a noi italiani, spesso indotti da antico bisogno «ad arrangiarsi», un forte senso della comunità: sin dai tempi di Dante siamo contesi tra sovranità religiosa e sovranità laica, per tentazione di invidia svalutiamo i nostri uomini migliori e lasciamo spesso che altri fuori d'Italia ne lucrino intelligenza e invenzioni. Poco vogliamo sapere poi, quasi che. il mondo cominciasse da noi, di quella nostra splendida storia italica che dovrebbe motivare il nostro orgoglio e pur avendo dato come emigranti laboriosi sangue ed esempio ad altri popoli, poco amiamo darne a noi stessi.

Ma il pericolo maggiore è lo scarso senso del bene comune e la vocazione a considerare il bene pubblico come bene proprio e ad esporlo talvolta al saccheggio privato. Certo che ciò dicendo, indulgo al peggio del nostro temperamento e non esalto quell'« inventiva» che, nata da intelligenza o da bisogno, ci fa grande popolo utile agli altri, prezioso per quell'Unità europea che però ci stimolerà a prendere coscienza, spero per correggerle, delle nostre deficienze.

E allora se il decentramento è anche per noi necessario, come attuarlo? Credo ben valutando i nostri difetti e le nostre qualità e facendone ragione di più efficiente governo.

Attenti quindi ad un decentramento propagandato solo per un pregiudizio politico in una democrazia che miri, più che a servire il cittadino, a conservare posti di potere come se il Partito fosse più importante della nazione.

Attenti ad un decentramento senza amministratori imparziali e in cui la spesa pubblica locale non sia ben controllata (la Germania dei Lander ha il massimo di decentramento ma con il massimo di controllo pubblico) sì da offrire spazio al saccheggio di comodo.

Attenti a un decentramento che per recuperare storia e cultura locai e pur necessarie, non le riconduca a conoscenza e orgoglio di quella storia nazionale che ci è invidiata, che ci ha reso grandi nei secoli e per la quale contiamo ancora nel mondo. Attenti ad un decentramento scolastico che benefici le zone ricche d'Italia e impoverisca di professionalità zone meridionali pur di grande tradizione culturale.

Giusto quindi che il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi dica: decentriamo si... ma con giudizio!
Grazie, signor presidente!


On. Mario Pedini
30 dicembre 2002




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