|
di Francesco Butini I veleni introdotti in Italia tra il 1992 ed il 1994 continuano ad ammorbare le istituzioni e la società civile, gettando una lunga ombra sulla qualità della nostra democrazia. Il sen. Giulio Andreotti è stato condannato in appello a Perugia a 24 anni di carcere, in qualità di mandante di un omicidio insieme ad un capo della mafia. Come logica conseguenza della sentenza, buona parte del prestigio internazionale del nostro Paese è dovuta quindi ad un criminale. Come giapponesi nelle foreste dell'Estremo Oriente, alcuni giudici continuano la loro guerra mondiale. C'è chi ne rimane disgustato, chi sotto sotto ne è contento, e chi è preoccupato per la democrazia in Italia. Tra il 1992 ed il 1994 è stato introdotto tra i poteri dello Stato e nel corpo sociale dell'Italia un veleno mortale, che ha reso lo Stato terreno di guerre tribali, che ha corroso la coscienza nazionale, che ha modificato ed alterato il potere dei cittadini. Il senso dello Stato proprio della classe dirigente della Democrazia Cristiana appare, alla luce di quanto è avvenuto dal biennio 1992-1993 in poi, ancora più grande. Finché non sarà smaltito tutto quel veleno, finché lo Stato e la società italiana non saranno liberi da quel senso di ottusa distruzione ammantata di falsa moralità, la democrazia italiana si avvita: "Da oggi in Italia è più prudente stare a casa", ha detto il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Finché il veleno introdotto nella società da porzioni del capitalismo italiano per orientare la privatizzazione delle partecipazioni statali, da porzioni di magistrati attenti all'effetto elettorale delle proprie azioni piuttosto che all'amministrazione della giustizia, da porzioni del potere politico sempre sconfitte dalle elezioni democratiche e dalla storia del Novecento, finché tutto questo veleno non esaurirà la sua malefica azione continueremo a vederne di tutti i colori. Tra ricatti, falsità, girotondi e predicozzi. Non ci rasserena per nulla la constatazione che tra tutte le categorie professionali, la corporazione dei giudici sia tra quelle che godono della più ampia sfiducia degli italiani, manifestata nelle risposte ai sondaggi e nel voto alle elezioni. Il potere giudiziario costituisce una delle gambe su cui cammina lo Stato democratico: la questione è troppo seria per essere affidata solo al protagonismo ideologico e mediatico di tribù accampate nei poteri dello Stato. Non vogliamo abituarci ad un'Italia "libanizzata". Ed è compito della politica introdurre gli anticorpi a questi decennali veleni. Francesco Butini 19 novembre 2002
|