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di Mario Pedini Emozione in Francia e nell'Europa di Bruxelles. Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi va al ballottaggio con Chirac che a fatica sfiora il 20%. Jospin, battuto con poco più del 16 % dei voti, lascia la politica, vittima di una sinistra che si ha esternato le sue genetiche divisioni frazionando i suoi elettori su tanti candidati. Allarme a Bruxelles per il futuro dell'Unione minacciata dall'antieuropeismo di Le Pen e mobilitazione di tutta la sinistra della Comunità (calmi gli inglesi e gli spagnoli) contro l'ipotetico “rigurgito fascista”. In Italia? Perdonabili risolini della destra berlusconiana che si vede vendicata del disprezzo supponente con cui in Francia la si è sfottuta sino a ieri sospettandola di essere inquinante per la democrazia europea. D'altronde, se proprio è l'ora della destra, non è meglio che essa allinei un Berlusconi e un Fini piuttosto che un Le Pen visto che, ahimè, in Italia un Aznar spagnolo è di là da venire? Sinceramente, mi spiace per Jospin di cui ho apprezzato la linea politica e la cui sconfitta potrebbe spingere ancor più a sinistra il socialismo francese visto che si è ormai messo in soffitta Delors, il socialista democratico di cui l'Europa può fidarsi per documentata prova e che un Mitterrand, campione di trasformismo ma bravo, non nasce tutti i giorni. La Francia dovrà così accontentarsi di Chirac sino a ieri combattuto, della sua rispettabile mediocrità e della sua buona stella, visto che, quanto a fortuna, lui è addirittura una stella “supernova”! (che cosa mai direbbe Montanelli?) Ma c'è veramente con Le Pen il pericolo di fascismo o di rigurgito alla Petain? La verità è che Le Pen rianima cromosomi che pur esistono nel sangue gallico ma, direi, non in forma patologica. Le Pen non cresce o forse crescerà solo di quel tanto di “reclame” che gli possono procurare l'allarmismo esasperato e il rifiuto di Chirac di parlargli dato che l' odierno suo puritanesimo è ben lontano dall'aulica dignità pur superba del Generale De Gaulle! Le Pen? Fenomeno forse più carnevalesco che serio, non ha influenza parlamentare e,in realtà, non ha nemmeno aumentato di molto i voti già raccolti nelle precedenti elezioni presidenziali. Il vero dramma se mai del voto francese ? La sconfitta della sinistra e la crisi di Partiti che, chiusi nel loro “particulare” e nel gioco di potere, non hanno più idee e non sono più creduti dall'elettore. L'attuale crisi francese suggerisce dunque di riflettere sui danni che al sistema democratico discendono forse, e non solo in Francia, da quel sinistrismo che tanto si è vantato di smobilitare in nome della modernità “l'Europa carolingia” ritenuta troppo cristiana. Un sinistrismo che va sempre più chiudendosi in stagnante conservazione di potere e sembra capace solo, quasi cantasse “romanza d'opera”, di “demonizzare” la destra. D'altronde, se la sinistra piange, quanto a divisioni, pure la destra, e non solo quella francese, non ha certo ragione di ridere! La sconfitta della sinistra francese dunque? Motivata forse da una litigiosità che spinge a frazionamenti continui e da una concorrenza interna che diventa spesso gara di demagogia velleitaria e rifiuto del rigore e della coerenza necessari per ben governare. Mancano forse uomini-guida alla sinistra francese pur democratica? Non credo: forse per divenire tali, quei socialisti dovrebbero oggi meditare sul laburismo inglese che, favorito pure dal fatto che la Thatcher ha consegnato a Blair uno Stato ben ripulito, sa conciliare la vocazione sociale con quei valori liberali che fanno democrazia e progresso. E se la sinistra francese che ha bruciato Jospin non farà la sua autocritica, qualcosa di ben più serio delle guasconate di Le Pen potrà verificarsi alla fine in Francia e certo con danno dell'Europa. Ma anche a proposito di Europa il successo di Le Pen qualcosa dice. E non certo per le sue aberranti richieste di far uscire la Francia dall'Euro e dall'Unione, ma perché la volontà di unità tra gli europei, e non solo in Francia, ancora non è capita come condizione del nostro futuro. Tutti, in verità, rispetto all'Unione Europea devono fare autocritica. I governi nazionali perché troppo avari nel consenso al progetto di Unione e, fatto l'Euro, troppo reticenti ad andare oltre per porre l'Europa in condizione di pesare di più nel mondo multipolare. Le Istituzioni comunitarie perché nell' imprecisione delle loro competenze, finiscono di fatto per favorire il prevalere del Consiglio dei Ministri e quindi gli interessi nazionali. Il Parlamento Europeo perché troppo indulge a genericismi dispersivi anziché concentrare i non pochi poteri di cui dispone sulla “questione europea” e sulla difesa dei Trattati. I Parlamenti nazionali perché nel loro legiferare ancora non guardano a sufficienza a quel parametro europeo che è dimensione ormai attuale. Più d'altronde si batte il passo, più la situazione si deteriora, più l'antieuropeismo si rafforza. Ed è così che le urgenze “pro Europa”del dopoguerra che furono messaggio dei Padri fondatori, si fanno lontane e il miglior benessere non le rinfocola. La fede europea vacilla così sotto il peso dei ministeri brussellesi o delle cattedrali parlamentari, l'emozionismo inquina l'oggettività del legiferare, regolamenti e direttive comunitari disorientano spesso per la loro complessità, la cognizione delle prospettive politiche è solo di pochi, la cultura non accende ideali. E' vero dunque: anche nell'Unione Europea vi è un deficit di democrazia che favorisce le compiacenze nazionaliste! Anche per l'Europa è urgente dunque una revisione. Vi mira appunto la “Convenzione” che è al lavoro a Bruxelles. E ben lavori ma, ci auguriamo, con realismo e ricordando che corretta democrazia è quella in cui l'elettore si pronuncia sugli indirizzi di fondo ma con il suo voto dà fiducia al Parlamento e con esso all'Esecutivo per l'azione politica concreta e la quotidiana attuazione. Oggi? Vi è nell'aria troppo gusto di bizantinismi e vi è anche tentazione di “integralismo democratico” come se “tutto” nell'Unione dovesse coinvolgere il voto popolare. Ma saremmo mai arrivati quanto a unità europea là dove pur siamo arrivati - ed è molto - se tutto fosse passato attraverso referendum popolari? Correggiamo dunque anche nell'Unione Europea la democrazia … ma con una “corretta democrazia” ! On. Mario Pedini 30 agosto 2002
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