PERCHE' E' NECESSARIO UN RINNOVAMENTO PER LA FRANCIA

articolo di Francois Bayrou sul quotidiano Le Figaro del 27 novembre 2001


E' necessario che il 2002 sia l'anno del rinnovamento. E' per questo che sono candidato alle elezioni presidenziali.

Non è la Francia che è malata: è un paese sano, vigoroso, con degli atouts eccezionali nel mondo. Pochi paesi hanno la facoltà di sposare così intimamente tradizione e modernità. Della tradizione, abbiamo un'eredità incomparabile di paesaggi, di patrimonio, di cultura. Della modernità, abbiamo i giovani formati, la ricerca, le imprese. Tradizione e modernità: l'uno e l'altra valgono oro!

La Francia è in buona salute. E' la sua democrazia che è malata. Tra i paesi confinanti, non c'è nessuno che sia altrettanto colpito da impotenza pubblica.

Non c'è un tema rilevante dell'azione pubblica, dopo dieci anni, che abbia trovato soluzione e conclusione. Ogni volta che la decisione dello Stato è stata attesa, sperata o resa necessaria, tutte le volte all'appuntamento è stato un insuccesso.

Dopo quindici anni, la sicurezza dei Francesi, l'ondata galoppante delle aggressioni, dei furti, delle violenze, è stata al centro di tutte le campagne elettorali. Ogni volta le stesse parole sono state utilizzate: "Tolleranza zero, priorità delle priorità, mezzi nuovi"! E, ogni volta, è stata la disfatta completa. La delinquenza e la violenza aumentano anno dopo anno, e al posto della tolleranza zero, si ha l'impunità a più del 95%!

Sono quindici anno che lo scacco regna su certe periferie urbane. L'integrazione non è stata fatta. Dei miliardi della politica delle città non se ne vedono i risultati.
La disoccupazione vi batte sempre dei record, a dei tassi spaventosi del 30 o 40, qualche volta del 50%! I genitori sono senza aiuto e senza soccorso davanti ai loro figli senza punti di riferimento. I traffici diversi vi prosperano, droga, armi, e ora armi pesanti, di provenienza dell'ex Yugoslavia. E l'islam vi si carica di una identità ribelle; il fondamentalismo muove le sue pedine.

Sono dodici anni che la situazione delle pensioni è sul tavolo. E, al di là dell'ordinanza presa da Edouard Balladur e Simone Veil nel 1993, nessuna delle decisioni che si impongono è stata pronunciata. Durante questo periodo, tutti i nostri vicini sono riusciti a far sedere intorno ad un tavolo tutte le loro forze vive, sindacali e politiche, e a regolare la questione.

Sono anni che la situazione materiale e morale degli agricoltori si degrada, raggiungendo oggi una disperazione che i poteri ignorano superbamente, contentandosi di ripetere che niente bisogna cambiare nella politica agricola comune!

Sono anni che l'emarginazione, che servì come tema della brillante campagna della "frattura sociale", è diventata endemica.

Sono anni che lo statuto del lavoro in Francia, gli oneri fiscali e sociali che pesano su di esso, l'ostracismo con cui lo si colpisce, penalizzano i salari, le imprese e assicurano il trionfo della disoccupazione.

Sono venti anni che a causa delle evoluzioni della società, la famiglia è mal assicurata e poco difesa, nei suoi interessi materiali e morali. Essa è cambiata di forma, è divenuta multipla. Ma rimane per l'infanzia un bisogno vitale. Essa ha bisogno innanzitutto di riconoscimento, e questo riconoscimento le è stato rifiutato.

Sono anni che la scuola è messa in discussione nei suoi principi, strapazzata, criticata, senza che si riconoscano i suoi successi. Al contrario, non si perviene a porre ad essa la questione primaria: come far imparare a leggere a tutti i bambini?

Sono venti anni che si scava il fossato tra il potere ed i cittadini. Il processo decisionale è illeggibile. Il Parlamento è senza poteri. La democrazia locale, a cinque o sei piani diversi, è così complicata che non ci si capisce niente.

Il potere è tecnocratico, e dunque è diventato sordo. I Francesi l'hanno capito. Sanno che, per farsi intendere, non c'è che un mezzo: la prova di forza. E dunque, giorno dopo giorno, i poliziotti, le mogli dei gendarmi, le infermiere, i routiers, gli agricoltori fra poco, tutti scendono in strada. E quando lo fanno, come per miracolo, i cordoni della borsa si aprono e ne escono miliardi, quando, ancora alla vigilia, si negavano i bisogni.

E' un dramma per la democrazia. Innazitutto perché i Francesi che non sono un numero consistente, nessuno li ascolta. E poi perché ciò rinchiude le organizzazioni, i sindacati o le associazioni in un solo ruolo: la rivendicazione, la contestazione.

E' veramente la nostra democrazia che è malata. Il Partito socialista, sicuramente, porta una responsabilità pesante. Ha governato a lungo dal 1981. Di tutti i partiti socialisti in Europa, è il solo ad aver conservato la sua ideologia statalista e giacobina. Sempre il suo riflesso è rivolto alla concentrazione dei poteri ed allo scontro muro contro muro.

Ma l'opposizione, come essa funziona ed è organizzata da anni, non è riuscita a trarne vantaggio.
Tre volte noi abbiamo vinto, e tre volte, in due anni appena, i Francesi ci hanno sconfessato. Se guadro indietro i tre periodi di due anni in cui la destra ed il centro hanno esercitato il potere (1986-1988, 1993-1995, 1995-1997), ideologia a parte, ritrovo gli stessi difetti, la stessa frattura, la stessa sordità. E' la tecnocrazia che a poco a poco fa indietreggiare la politica, la sospinge ai margini, le impedisce di capire, di convincere, di trainare!

La cultura tecnocratica è la stessa da una parte e dall'altra. Potrei segnare oggi queste righe: "I nostri tecnocrati non sono né amorali né incompetenti. Ragionano con la vista corta perché sono, senza accorgersene, gli eredi ed i guardiani di un sistema vecchio di trenta anni ... Lo sforzo intellettuale necessario al rinnovamento sarà considerevole. Non potrà essere fatto dai tecnici". E' il giudizio di Jacques Chirac nel 1995! ... Purtroppo, come la frattura sociale, fu un argomento di campagna elettorale, e niente più!

Se si ama la Francia, bisogna uscira da questa spirale di pubblico scacco. E per questo bisogna rifarsi alle ragioni di questi insuccessi successivi e multipli.
La mia convinzione è fatta: bisogna battere la sinistra, ma per cambiare la politica della Francia, bisogna rinnovare l'opposizione, cambiarla in profondità, nel suo linguaggio, nei suoi staff e nei suoi metodi.

E' necessario un rinnovamento. Ed il rinnovamento non si farà da solo: se la Francia lo vuole, dovrà imporlo. Per ciò c'è una condizione necessaria: bisogna proporglielo.

E' quelloo che ho deciso di fare. Toccherà a questa battaglia per il rinnovamento cambiare gli uomini e le squadre. Per l'immensa maggioranza dei Francesi, la politica è un mondo chiuso, riservato a dei professionisti, generalmente usciti dalla funzione pubblica, e per i suoi ruoli maggiori, dall'ENA.

L'appello al rinnovamento deve permettere ad una generazione nuova di impegnarsi nelle sue responsabilità. Per convincersene, bisognerà abolire i privilegi, reali o supposti, della funzione pubblica quando essa entra in politica. Bisognerà offrire a tutti gli eletti, quale che sia il proprio mestiere di origine, anche se provengono dal privato, una garanzia di reinserimento.

Il bisogno del rinnovamento è così grande che proporrei un limite al numero dei mandati nel tempo, tre mandati consecutivi per esempio e non più, quale che sia la funzione esercitata nella nostra vita pubblica, affinché gli uomini ruotino, scoprino nuovi orizzonti e lascino ad una generazione nuova il posto necessario!

Ma il rinnovamento avrà senso solo se manifesta chiaramente le sue convinzioni ed i suoi orientamenti. Il rinnovamento non è una sfida "contro", ma una sfida "per".

Io condurrò la battaglia per la diffusione della responsabilità nella società francese. Riforma delle istituzioni, chiarificazione dei poteri, e innanzitutto del potere presidenziale, affermazione degli eletti locali, rifondazione sociale, legittimazione delle imprese e dei sindacati, tutto ciò va nella medesima direzione: la responsabilità a tutti i gradi della vita pubblica è la ricchezza delle nazioni.

Condurrò la battaglia per l'Europa. Noi siamo sempre meno numerosi a farlo: nei sondaggi, il nazionalismo ottiene oggi dei risultati lusinghieri. La riunione dei due nazionalismi, il nazionalismo di destra e qualche volta di estrema destra, ed il nazionalismo di sinistra e qualche volta di estrema sinistra, fa paura e affascina in entrambi i campi.

Ho quasi voglia di scrivere: tanto meglio! Bisogna che il dibattito abbia luogo, e questo dibattito è vitale per il nostro avvenire. Combatterò questo nazionalismo, e lo farò in nome dell'amore per la Francia. Il peggior servizio che si possa rendere al nostro paese è di soddisfare i suoi vecchi fantasmi e di fargli credere, tra le righe, che si possa riportarlo sui sentieri ammollienti dell'isolamento e del ripiegamento.

L'Europa è un bisogno per la Francia ed è un bisogno per il mondo. Abbandonare ciascuno per conto suo, è impedirle di parlare alto e forte, di partecipare, con i suoi valori, alla definizione di un nuovo ordine del mondo.

Il rinnovamento deve infine avere il suo metodo nella riforma. Perciò, ne ho la convinzione, bisogna fissare come obiettivo di riunire la Francia invece che dividerla.

Immaginare che la riforma possa ottenersi con il trionfo di una parte sull'altra, del privato contro i funzionari, dei padroni contro i salariati, dei genitori degli alunni contro gli insegnanti, è una illusione di altri tempi.

La prova di forza, muro contro muro, è stata spesso tentata. Ha mai permesso ad una riforma di riuscire? L'insuccesso di Alain Juppé nel 1995 sulla SNCF, lo scacco di Christian Sauter nel 1999 con la riforma di Bercy, avrebbero dovuto aprire gli occhi. In fondo a questo cammino, c'è la sconfitta e la disfatta elettorale.
Non c'è riforma vitale, e non ci sarà successo, se non si riuscirà a porre tutti gli attori ed i cittadini stessi in una situazione di co-responsabilità. Lo scontro, tranché se è fatto dal popolo, ultima ratio, non è che una porta di uscita: non deve essere considerato che in ultima istanza.

Quando una riforma è necessaria, non è una fatalità che quando gli uni dicono sì, gli altri devono necessariamente dire no! Se noni non arriviamo a scongiurare questa fatalità, sulle grandi minacce che colpiscono il paese, dalla sicurezza alle periferie urbane e alla riforma dello Stato, alla spesa pubblica, noi continueremo a fallire. Noi abbiamo bisogno di una pratica risolutamente nuova e aperta, di un metodo riformista attraverso la partecipazione.

Questa apertura è il solo modo di persuadere i Francesi al di là dei circoli dei militanti e dei convinti. Questo metodo è in realtà una filosofia, una visione del mondo. La democrazia considerata non come un mezzo di governo ma come un progetto, che innalzi ciascun cittadino fino al grado più alto di coscienza e di responsabilità.

L'ascesa di questa valorizzazione dei cittadini, degli eletti locali, delle imprese, dei sindacati al rango di partner attivi della democrazia francese è una rivoluzione che non è mai stata cercata da noi. E' l'umanesimo in atti e non in parole. Un gran numero di intellettuali, di responsabili, di creativi, di ricercatori, di filosofi, cercano le vie di una nuova filosofia politica. La democrazia contro la tecnocrazia, con la volontà di realizzare nei fatti e non nelle parole, offre la sola risposta possibile.

Ecco il mio stato d'animo. Non è fatto di aggressività polemica. Combatto la sinistra al potere, senza odio ma con determinazione. E' il suo pensiero che è falso. Non ha intenzione di cambiarlo. Ai miei occhi, non dunque alcuna possibilità di riuscire, né oggi né domani, per la Francia. Ho bisogno di indicare che non ho alcun contenzioso personale con Jacques Chirac? Semplicemente, lui stesso, il suo partito ed il suo staff sono al potere, nella maggioranza o nell'opposizione, da più di venticinque anni. Io non credo che possa cambiare, nella pratica, nei riflessi, nel modo di pensare. E credo dunque che le stesse cause produrranno ineluttabilmente gli stessi effetti.

E' necessario il rinnovamento per la Francia. Lo propongo al mio paese. Io non ignoro la difficoltà del compito, dello sforzo e della costanza, dell'ostinazione pure che esso esige, tanto gli spiriti, oggi, sono persuasi niente cambierà mai. Si sbagliano. I tempi hanno le loro esigenze. E per la Francia, l'esigenza del tempo, è la battaglia per il rinnovamento.


Francois Bayrou
[articolo pubblicato sul quotidiano Le Figaro del 27 novembre 2001]



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