E' TEMPO CHE L'U.E. TORNI A FAR POLITICA

di Mario Pedini


La guerra dell'Iraq, a quanto sembra, è militarmente finita. Rimangono però i contrastanti sentimenti che l'hanno preceduta e accompagnata e non poche preoccupazioni sul futuro. Per affrontarle penso si debba ragionare e operare con realismo. Basta con un pacifismo sinistrorso spesso motivato da un rancore antiamericano di stampo veterocomunista.

Come europei abbiamo fatto tutto il nostro dovere per scongiurare la guerra, convinti che essa non sarà mai strumento per creare giusto ordine internazionale.

Ammettiamo che gli americani, ostili per principio a compromessi, favoriti pure dal gioco del dittatore incriminato e dalla paralisi dell' Onu, hanno accelerato anche troppo l'intervento.

Il minacciato veto franco-tedesco-russo ha fatto esso pure il gioco degli interventisti e il nostro pacifismo dogmatico, ammettiamolo ha rischiato di renderci difensori di una dittatura dei cui orrori indiscusse sono le prove togliendoci pure oggettività di giudizio.

Non a torto Foreign Affairs ci ricorda che nella guerra post-jugoslava la Nato è intervenuta senza mandato dell'Onu. Ammettiamo comunque, quasi a sanatoria reciproca, che al di là e al di qua dell'Atlantico, tutti i Paesi han preso posizione secondo motivi di politica interna (e anche in Italia ci si è barcamenati secondo condizionamenti interni).

Ma ora sarebbe un nonsenso, credo, non compiacerci che la guerra sia stata condotta con rapidità e con danno limitato, dimenticare altre guerre di cui il mondo ha sofferto in modo ben più grave, ignorare che la lunga dittatura irachena è stata bestiale. E saremmo irresponsabili noi europei se per pregiudizi ideologici non operassimo, per quanto ci tocca e pur con legittime riserve, per appianare i dissensi e concorrere a che la fine della guerra sia ora conquista di pace.

D'altronde, per la pace, l'Europa molto può ora fare nell'interesse suo e della stessa America. I pericoli indotti dalla guerra non sono infatti pochi e possono aggravarsi se chi sa condurre guerra non coltiva poi la pace con saggezza, lungimiranza e cognizione di storia e di ambiente.

Ovvio è oggi il pericolo della guerriglia. Ma possibile è anche che il dopoguerra rilanci un terrorismo che in primis punta sugli Stati Uniti, ma incombe anche su tutto l'Occidente, minaccia i regimi moderati arabi, alimenta guerre di religione.

Ebbene, ben poco può la forza militare contro tali incognite. Ma non crediamo nemmeno che l'intento americano di attuare "democrazia" partendo dall'Iraq sia risposta di successo per pacificare e rilanciare Paesi che, dominati da tribalismi, per la democrazia maturi non sono. Noi riteniamo invece che per prepararli almeno al rispetto dei diritti umani, condizione prima di democrazia, sia utile anche il contatto con un'Europa come la nostra che rifiuta la guerra, si apre a convivenza di razze e civiltà e già trasferisce sviluppo sul Mondo nuovo con associazioni fondate su affinità umane e storiche.

Noi speriamo che l'attuale, dirigenza americana, erede comunque di un Paese che ha generosamente garantito e tuttora garantisce la nostra libertà, vorrà ben gestire la pace come bene ha gestito la guerra.

Ma la conferma definitiva che il mondo si attende ora dall'America è la volontà decisa a imporre pace e convivenza con imparzialità tra israeliani e palestinesi. È infatti in quell'intesa più volte invano cercata che - più che in Iraq, in Siria, in Iran - sta la chiave della pace del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Ed è in quel negoziato che gli estremisti d'ambo le parti cercheranno di boicottare che si vedrà se l'America è forte solo militarmente o se, come crediamo a ragione può gestire un ruolo mondiale per idoneità politica.

Ovvio che non può pesare verso l'America e contare nel mondo un'Unione Europea che resti divisa cosi come è apparsa nella recente crisi irachena: un'Unione preoccupata solo di benessere economico, paralizzata da concorrenze interne, tentata da neutralismo di comodo o da retorica nazionalista. Urge dunque un rilancio europeo e non per la piatta preoccupazione di partecipare ai benefici della vittoria anglo-americana e alla ricostruzione, ma per onesta volontà di concorrere ai problemi aperti dal dopoguerra.

È tempo di guardare alle radici dell'Unione, di preoccuparci del loro stato, di affrontare quell'approfondimento imposto dai Trattati e senza il quale gli allargamenti, anche se suggestivi, sono fughe in avanti forse più dannose che utili.


On. Mario Pedini
maggio 2003




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