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di Mario Pedini Si dice oltre Atlantico che l'Europa è vecchia e lo dimostrerebbe il fatto che oggi è reticente nell'aderire al progettato attacco all'Iraq ed incapace dunque di una sua politica estera (e come averla, domandiamoci, sino a quando l'Inghilterra sarà bifronte e vorrà essere comunitaria solo per gli aspetti economici?). Bene ha fatto però Prodi a rispondere con immediatezza emiliana che, più che vecchia, l'Europa è «saggia». Saggia, direi, anche per l'esperienza negativa di guerre raramente utili di cui essa ha seminato la sua storia, spesso con danno del mondo intero. E forse perché vecchi gli europei possono essere anche viziati da quel presbitismo che consente di vedere lontano meglio di quanto altri popoli giovani vedono la Storia. Un momento difficile però, ammettiamo, richiede a tutti «nervi a posto». Gli europei non possono dimenticare quello che essi devono agli americani per la loro libertà, ma pure gli americani devono ammettere che qualcosa devono a noi europei se, stimolati dal Piano Marshall, noi ci unimmo in «Comunità». La nostra scelta democratica, in anni di seduzione comunista e di guerra fredda ha aiutato, lo si ammetta, anche la pace americana. Oggi una crisi della Nato farebbe il gioco del terrorismo contro il quale l'America combatte anche nell'interesse nostro e contro il quale tutti ci impegniamo. Ma l'alleanza non è solo «solidarietà», è anche «corresponsabilità» verso il Mondo e il suo ordine. Doveroso è quindi che l'Europa, pur nella Nato, rifletta sui modi e sui tempi dell'attuale crisi internazionale, cerchi che se ne valuti i pericoli senza indulgere a parzialità, guardi all'ONU non come paravento, all'ONU del «Consiglio di Sicurezza» e non all'Assemblea nella quale tutto si arenerebbe. Ma il «malumore americano» è fondato su quell'antiamericanismo di moda che serpeggia in Europa, che per la Francia è rigurgito di vecchio gollismo, per altri è risentimento del comunismo sconfitto, per altri è odio verso il Paese ricco e dominante. E malumore anche per l'inaffidabilità di un'Unione Europea che non ha una politica estera comune, che non pesa politicamente nel mondo e che nella crisi attuale è divisa. Aveva ragione infatti Kissinger di chiedersi a chi doveva telefonare per cercare l'Europa, e per ora ha ragione pure Berlusconi di ritenere prematura una riunione europea sull'Iraq perché i Paesi membri sono sul tema divisi (ed è urgente chiarire pure quale sia la posizione dell'Italia). Europa colosso economico e non politico; e ahimè per lungo tempo perché una politica estera comune è il riflesso dell'unità interna e prima che dai Trattati nasce da conformità di atteggiamenti rispetto ai problemi e alle sfide che, da fuori e dal Mondo, ricadranno sull'Europa. Per tale conformità occorre tempo e gradualità, occorre superare diffidenze antiche e, nella fattispecie, chiarire la posizione britannica nei suoi equivoci. Gli americani ce ne rimproverano: ricordiamo loro che decenni e decenni sono pur stati necessari perché quella dichiarazione di Filadelfia che poneva le basi dei loro «Stati Uniti» diventasse decisa unità nazionale. La Storia in verità corre con la «sua» velocità che non è mai quella dei nostri desideri! Con questo deduco che anche la crisi irachena attuale è per noi europei apprendistato di politica comune, mette in discussione la sostanza e le condizioni della solidarietà atlantica, dimostra in ogni caso che l'Unione Europea è in divenire e deve andare oltre il suo «stato attuale», che lo stesso Euro è solo un successo interno, ma non fa politica. È d'altronde anche l'Euro cui tali Paesi pur parte della Comunità, cominciando dalla Gran Bretagna ancora non hanno aderito con «astensione positiva» è esso pure il frutto di quella «cooperazione rafforzata» che il Trattato di Nizza ha consacrato, ma che i vecchi promotori dei Trattato di Roma, Francia e Germania in particolare, con il presidente Delors hanno varato solo a Maastricht anche se di «unione monetaria», ben lo ricordo, si parlò sin dal '72 a Parigi con il progetto del lussemburghese Werner. Nuove tappe politiche comunitarie per il futuro e per scelte urgenti anche politiche, specie oggi che la Comunità si avvia ai 25 membri anche per la politica di difesa e estera pure per via di «cooperazione rafforzata» e con i poteri di proposta della Commissione Esecutiva. Diversamente l'allargamento provocherà paralisi di una Unione Europea degradata a «zona di libero scambio» come forse Londra ancora spera. L'asse franco tedesco da cui prese origine nel '63 il «Patto del Reno» solennemente ricordato a Parigi, mira, credo, anche a tale «cooperazione» per nuove competenze comunitarie. Si guardi pure ad esso con diffidenza, ma non si dimentichi che esso fu promosso da De Gaulle e da Adenauer dopo che gli altri Paesi comunitari avevano rifiutato il progetto francese di «Segretariato politico» della Comunità cui anche l'Italia aveva cooperato (Piano Fouchè-Cattanei). E non dimentichiamo nemmeno che la Comunità, nata per pacificare il secolare conflitto tra Francia e Germania, ha progredito solo quando Francia e Germania hanno proposto nuovi spazi di azione comunitaria, Italia cooperante. Il futuro d'Italia, io credo sta nel suo spazio europeo. Non dimentichiamolo, soprattutto oggi. On. Mario Pedini 3 febbraio 2003
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