NATO E UE: I RISCHI DELL'ALLARGAMENTO

di Mario Pedini


Per quanto abbastanza esperto di politica estera e benché atlantista convinto, non riesco a spiegarmi bene perché al Vertice di Praga s'è voluto l'allargamento della Nato a 7 nuovi Paesi centroeuropei confinanti con la Russia che, credo, non può essere entusiasta dell'iniziativa.

Certo la Nato ha oggi in buona parte esaurito e con successo la sua funzione difensiva verso un' Urss che non c'è più.

Acquista però rilievo l'art. 5 del Trattato Nord-Atlantico, che affida all'Alleanza anche il compito di favorire sviluppo e sicurezza e di difendere la pace.

Ma a tal fine era essenziale allargare formalmente l'Alleanza a Paesi che ancora sono in transito di stabilità, di democrazia e di peso politico

Non era più saggio un approccio come fatto con la Russia che non è membro "pieno iure" della Nato ma con essa colloquia in dignità sovrana e su interessi comuni? Si teme forse un ritorno di nostalgie imperiali a Mosca? Ovvero si vuole meglio calamitare la Russia verso l'Occidente si da garantire un migliore equilibrio verso l'Asia!

Forse é in atto una strategia mondiale per ora non chiara.

Che siamo in stagione di allargamenti lo vediamo comunque anche nella nostra Unione Europea che negozia la sua crescita a 25 membri e alle cui porte battono l'Est dell'Europa e con decisione anche la Turchia. Che dire allora di questo allargamento? Che esso, anche se ormai obbligato, non manca di taluni rischi che possono compromettere l'esistente e di fronte ai quali occorre essere realisti e chiarire ricorrenti contraddizioni.

Contraddittorio è infatti volere allargare la Comunità e non contabilizzare sin da ora e bene i mezzi finanziari necessari per farlo, dichiarando anzi, come si è fatto, che non si vogliono né aumentare le spese comunitarie, né estendere la Politica agricola comune, nè incrementare i fondi regionali L rischioso è non rendersi conto con chiarezza che vi sono decisioni istituzionali essenziali e prioritarie che vanno prese d'urgenza per evitare clic l`allargamento determini paralisi e decadenza della Comunità.

Paralisi che avverrebbe infatti se per la Comunità allargata non si abolisse nella maggior parte dei casi; quel voto all'unanimità che già non poche volte in passato l'ha bloccata con i veti incrociati o meno. E se anche sembra che il voto a maggioranza sia di massima accettato, la paralisi scongiurata sulla porta, rientrerebbe dalla finestra se non si capisse che la Comunità allargata di domani avrà bisogno ancora più di ieri di quella cooperazione rafforzata (tuttora non ancora applicata) che legittima iniziative comunitarie traenti da parte di quei Paesi membri che vogliono avviare competenze comunitarie nuove rispettando il diritto di altri membri di non partecipare ad esse senza però diritto di ostacolarle o bloccarle.

L'itinerario comunitario non si ferma infatti all'acquisto. Proprio per le funzioni che l'Unione dovrà svolgere per rispondere alle sue responsabilità verso la sua società ed il mondo l'allargamento dovrà essere conquista di un futuro. Ed è proprio per questo che, con il Parlamento europeo, mantiene valore fondamentale a tali effetti dinamici la Commissione esecutiva quale prevista dal Trattato di Roma.

E' essa infatti l'istituto garante dei Trattati comunitari oltre che il proponente dell'iniziativa comunitaria. Ignorarlo significherebbe legittimare l'Europa intergovernativa ignorando che anche come Federazione di nazioni (quale definita dal Trattato di Maastricht), l'Unione europea ha una sua dinamica che va oltre quella degli Stati. Mi si dirà che proprio la Convenzione riunita a Bruxelles su preciso mandato del Consiglio dei ministri deve proporre l'adattamento della struttura comunitaria all'Unione allargata.

Certo, e possa essa riuscire nel suo mandato! Ma se anche, come auspico, essa ci darà la Costituzione europea, poco questa peserà se l'Unione in se stessa sarà imprecisa nelle funzioni essenziali. Si sarà fatta in tal caso solo retorica.

L'allargamento dunque richiede realismo, coscienza dell'essenziale, diffidenza del genericismo e della retorica. Realismo forse occorreva qualche anno fa e avrebbe suggerito una fase preparatoria dell'ingresso in cui associare tra loro gli aspiranti per armonizzarne il più possibile, e con un aiuto comunitario tipo Piano Marshall, le condizioni sociali.

Proprio un rapporto associativo speciale, ampio, ben dotato ed a termine, politicamente condizionato ma aperto a fiducia, potrebbe essere forse anche il metodo opportuno per rispondere alle insistenti aspirazioni della Turchia ad entrare nell'Unione europea. Aspirazioni da non deludere e da valutare se mai non solo per la loro importanza economica ma anche per il loro riflesso politico.

Perché, checché ne pensi Giscard d'Estaing, la Turchia ha una Costituzione laica, è un Paese islamico moderato e fronteggia un mondo col quale l'Europa di domani dovrà pur confrontarsi.

E dipenderà certo anche dalla nostra cooperazione e dalle nostre scelte favorire in esso l'estremismo oggi ben minaccioso o gli ancor deboli ma, come speriamo, pur promettenti sintomi di moderazione e di tolleranza.


On. Mario Pedini
4 dicembre 2002




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