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di Ivo Butini Il direttore de "Il Riformista" annovera tra gli sgraditi doveri d'un giornalista quello di chiedere ogni tanto un'intervista a un leader politico. Questo condivisibile convincimento non gli impedì di ritenere che la terza elezione consecutiva di Tony Blair alla guida del Regno Unito fosse argomento meritevole di qualche attenzione da parte di un leader importante di un partito importante della sinistra italiana. E' meglio non parlarne, fu la risposta. L'argomento è "divisivo". E siamo nella stagione dell'Unione. Sono passati i tempi dell'Ulivo mondiale, si pensi che Romano Prodi si è congratulato, sì, ma con due "nonostante...". Con un'osservazione fulminante il direttore Antonio Polito considera la ripetuta preposizione avversativa "un profilattico per non prendersi un virus". Dopo una lucida e spietata analisi di ciò che la sinistra, magari anche in Italia, deve a Tony Blair, il direttore de "Il Riformista" giunge a una conclusione interessante. Ci vorrebbe in Italia un grande leader centrista con un grande partito di massa. I due grandi partiti di massa, Forza Italia e Democratici di Sinistra, non hanno leader centristi. I due leader centristi che Polito individua, Follini e Rutelli, non dispongono di partiti di massa. Mi è tornato in mente, così come me lo raccontò Attilio Piccioni, un lontano scambio di opinioni tra Benedetto Croce e Palmiro Togliatti sui limiti reciprocamente inversi del rapporto tra classe dirigente e masse esistente nei loro partiti, il liberale e il comunista. Si consolarono (si consolò Croce) che peggio di loro stava il Partito d'Azione. Come di lì a poco si vide. Antonio Polito è pessimista. Ritiene che oggi in Italia i "giovani" leader politici aspettino che la leadership arrivi loro "dalla sorte o dall'altrui sfinimento". E conclude che oggi l'Italia soffre d'una crisi anagrafica. Il Presidente degli Stati Unitti d'America è venuto in Europa per partecipare a Mosca alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ha fatto tappa in Olanda perché anche là ci sono tombe di soldati americani e si è fermato a Riga, in Lettonia, dove ha pronunciato un discorso sull'ultima storia europea. Ernesto Galli della Loggia ritiene (Corriere della Sera) che a fronte di questo discorso le classi dirigenti europee abbiano dimostrato la loro angustia. Galli della Loggia ricorda la differente accoglienza che le popolazioni europee d'occidente riservarono alle truppe americane alla fine della Seconda Guerra Mondiale rispetto a quella riservata alle truppe sovietiche dalle popolazioni dell'oriente europeo perché per le popolazioni dell'Europa orientale "la fine della occupazione nazionalsocialista significò, in realtà, l'inizio dell'incubo della dominazione comunista-sovietica". Nel suo discorso a Riga il Presidente Bush collocò l'accordo di Yalta, fra Churchill, Roosevelt e Stalin, nella ingiusta tradizione degli accordi di Monaco del 1938 e del patto di non aggressione russo-tedesco (Molotov- Ribbentrop) del 1939. Su questi aspetti Barbara Spinelli ha scritto un articolo molto bello su "La Stampa". Una ideale galleria di tradimenti democratici, di fronte al fenomeno totalitario, scrive Galli della Loggia. Egli ritiene che le clessi dirigenti e colte dell'Europa Occidentale vivano con sopportazione infastidita e quasi con imbarazzo quelle memorie. In verità, a Yalta Churchill, Roosevelt e Stalin giuocarono le loro carte secondo la loro natura e i loro interessi per chiudere al megglio la guerra. Poi la storia cambiò i giuochi e le carte passarono di mano. Le Nazioni dell'Europa orientale sono tornate (stanno tornando) alla democrazia e così cambiano l'Europa della guerra fredda. La Germania è unita, non ci sono più gli imperi di Francia e d'Inghilterra, è scomparsa l'Unione Sovietica. Nella coscienza europea profonda permangono conflitti irrisolti e sensi di colpa. C'è poco da essere infastiditi perché la storia continua. Galli della Loggia mette bruscamente la posta sul piatto. Considera le classi dirigenti europee prigioniere della loro routine e delle loro politichette. Non è una cosa nuova. Esse non capiscono che finché non arriverà un leader europeo capace di farsi carico per intero del dramma europeo, fascista e comunista insieme, non nascerà una nuova Unione. Rimane quella che oggi "si pavoneggia, boccheggiando, nei palazzi di Bruxelles". Anche la crisi europea è forse una crisi anagrafica? On. Ivo Butini 11 maggio 2005
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