|
di Mario Pedini Quarant'anni or sono il presidente Kennedy, con quel suo stile che trascinava noi giovani di allora, proponeva una “Partnership” tra un'Europa che doveva sempre più unirsi e un'America che con essa si impegnasse a promuovere pace e democrazia nel mondo. L'Europa ha certo camminato verso la sua unità e molto ha fatto per il mondo nuovo.Ma quanto a “Partnership” con gli Stati Uniti?. Dopo anni fertili, ammettiamolo, ora molto non si realizza. L'Unione Europea manca tuttora di una politica estera comune e di difesa che le dia peso internazionale adeguato (e poco di aiuta per essa il legame privilegiato dell'Inghilterra con l'America). Per di più non pochi sono oggi i casi di dissenso tra un'Europa ancor debole e un'America tentata di arroganza. Qualche esempio? Il rifiuto americano degli accordi di Kyoto sull'ambiente , il diverso giudizio sull' ONU e sulla politica del Fondo Monetario per l'aiuto ai Paesi di via di sviluppo, la protezione dell'acciaio americano con i dazi ora imposti da Bush a dispetto dell'accordo mondiale sulla liberalizzazione. Nei temi di fondo:la diversa opinione sulla “globalizzazione” che gli americani vedono come trionfo della competitività e, quanto a strategia petrolifera ed energetica, la spregiudicatezza con cui gli USA operano ignorando l'interesse che l'Europa ha alla stabilizzazione della Russia e alla collaborazione mediterranea. Ma il più pericoloso dissenso che crea oggi diffidenza tra l'America ed Europa è la valutazione politica del conflitto tra Israele, palestinesi e mondo arabo, conflitto la cui degenerazione, noi temiamo, potrebbe incendiare il mondo e sul quale, contro il buon senso, troppo si indulge ad emozione. Di moda è infatti in America guardare ormai agli europei come partigiani dei palestinesi e, in ambienti europei antiamericani per vocazione antica, considerare l'America di Bush partigiana di Israele quale pedina di suo sospettato imperialismo. Dissenso questo pericoloso perché dividerebbe alla fine gli stessi europei e, col tempo, gli stessi americani. La verità è che su questo tema occorre sereno ragionamento nell'interesse della buona politica. Ovvio che noi europei, più degli americani, possiamo capire gli arabi nel bene e nel male e influire perché tra essi i moderati prevalgano sui fanatici. Gli arabi sono parte non della storia americana ma,da secoli, della storia mediterranea. Ovvio, anche nell'interesse della sua sicurezza, che l'Europa sia in pieno solidale con l'America e partecipi con convinzione alla lotta da essa condotta contro un terrorismo che minaccia tutto l'Occidente. Bene è però che l'Europa giudichi il conflitto alla luce della sua saggezza, con l'esperienza del suo passato e che dica, ad esempio, che la potenza militare, per quanto impotente, non può risolvere da sola questa ed altre crisi internazionali già in atto. Crisi da valutare infatti sullo sfondo di un mondo, quello di oggi, in cui è in atto una secessione mondiale dei poveri. E' essa che impone ai ricchi la moralizzazione dell'economia e una seria lotta contro il sottosviluppo. Tanto seria da convincere i poveri ad accettare quel gradualismo senza il quale non si può migliorare il mondo. Di fronte all'aggravarsi della crisi del Medio Oriente a mio giudizio l'America non deve sorprendersi se gli europei pensano che proprio essa, contribuente importante al bilancio finanziario di Israele, possa influire in modo deciso a che si rilanci il negoziato di pace. Occorre in realtà ritornare agli accordi di Oslo sottoscritti da Rabin, occorre ridimensionare gli insediamenti israeliani illeciti, affrontare il problema dei tanti profughi, riconoscere lo Stato palestinese. Solo infatti da uno Stato internazionalmente legittimato e non dominato da bande, si può pretendere rispetto dei patti. Patti che devono essere garantiti anche dall'Europa e da tutti gli Stati arabi che devono assumere essi pure i loro impegni. Assurdo e immorale certo che gli estremisti palestinesi ricorrano al suicidio per uccidere quando ben altre forme efficaci di pressione sarebbero possibili (ottimo in merito il fondo di Panebianco sul Corsera del 18 aprile). Legittimo quindi che Israele voglia snidare i centri armati del terrorismo. Ma la misura, i limiti, il dopo? Tempo è dunque di porre fine al massacro per evitare il peggio e gli americani per primi devono convincersene. Ecco la necessità di un rinnovato colloquio politico tra Unione Europea e Stati Uniti d'America, la ragione per rilanciare una “Partnership” Kennediana che guardi veramente al Mondo. Potremo così convincere gli americani, che oggi pesano sull'umanità problemi tanti impotenti da non poter essere risolti da una sola potenza. E' stato anzi per questo che noi in Europa abbiamo salutato come segno di nuova politica il fatto che Bush abbia coinvolto nella lotta al terrorismo, insieme a noi, la Russia e la Cina aprendosi a coscienza di multipolarismo (e non vorremmo ora che si voglia fare uso a geometria variabile di questa alleanza cioè secondo gli interessi di un'America tentata di imperialismo). L'assestamento del mondo richiede, oltre la sconfitta del terrorismo, un'economia più aperta ai poveri e molto per essa l'Europa può fare nell'interesse pure della grande America. Quell'America che, non dimentichiamo gli antiamericanisti di casa nostra, è pur sempre garante di una solidarietà occidentale senza la quale anche l'Europa, lasciata a se stessa, correrebbe il rischio di diventare essa pure Terzo mondo. Sen. Mario Pedini (articolo pubblicato sul quotidiano Giornale di Brescia del 22/4/2002)
|