L'ITALIA EUROPEA

di Pierferdinando Casini


Ringrazio per l'occasione offertami di esporvi alcune considerazioni sul ruolo dell'Italia in Europa, tanto più significative perché in coincidenza con l'avvento della moneta unica, con l'inizio dell'ultimo anno dei negoziati per l'allargamento, con la riapertura del cantiere istituzionale dell'Unione decisa dal Consiglio Europeo di Laeken.
Sono lieto di essere a Berlino, nuovo centro culturale e strategico dell'Europa, simbolo di un continente liberato dai due maggiori totalitarismi del Novecento. Nessun'altra città è stata così incomparabilmente trasformata dalla fine della guerra fredda. Nessuna segna così profondamente la rinascita civile per il continente che Jalta aveva diviso. Nessuna offre un modello così compiuto non soltanto della riunificazione nazionale ma anche del ricongiungimento dell'Europa. Berlino è il palcoscenico di un lavoro che ogni giorno la ridisegna, resuscita angoli a lungo negletti, un laboratorio nel quale urbanisti, politici, scrittori riflettono attorno alla città degli anni a avenire, alle forme di convivenza del secolo nuovo.

2. Vengo a parlarvi dell'Europa nel solco di una tradizione comune e di una forte assonanza delle politiche dell'Italia e della Germania, paesi uniti, indipendentemente dalle coalizioni di volta in volta al potere, nel proposito di costruire insieme nuovi e più giusti equilibri, attenti ai diritti della persona prima ancora che ai privilegi della sovranità nazionale. Sulla base della Dichiarazione sul Futuro dell'Unione, nata da un'iniziativa italo-tedesca, il Consiglio Europeo di Laeken ha aperto nuovi orizzonti. Spetterà alla Convenzione, inclusiva di rappresentanti anche dei Parlamenti nazionali, pensare, come ha detto il suo futuro Presidente Giscard d'Estaing "qualcosa di nuovo, diverso, semplice, accessibile".

La forza dell'Italia è sempre consistita nella coerenza con la quale essa ha percorso il cammino verso l'integrazione. Alla base vi è la fondata convinzione dei governi di rispondere ad una aspirazione generosa del proprio popolo. Nelle ore cruciali delle decisioni comunitarie, abbiamo saputo scegliere, in ogni occasione, in nome di un ideale superiore. Ecco uno degli aspetti distintivi della nostra cultura, una delle vocazioni oiù vere di una unità nazionale che esiste e resiste. Come esistono, sia chiaro, le caratteristiche regionali e locali derivanti da una storia secolare, fonti di identità e lealtà perfettamente compatibili fra di loro e con l'identità europea.

Gli italiani hanno avuto per secoli la percezione che il loro paese fosse un'entità unica in termini di cultura, civiltà, comunanza di lungua e di storia, pur non esistendo ancora uno Stato unitario. Di qui forse la nostra costante disponibilità a spogliarci di quote di sovranità nazionale a vantaggio della costruzione europea.

Camminiamo in qualche modo sulle spalle di giganti, quali Adenauer e De Gasperi. Essi personificano il vissuto collettivo che ci consente di vedere un certo numero di cose in più e più lontano degli altri. Ci gioviamo dell'opera di coloro che vollero trasformare la disfatta in opportunità di rinascita, memoria critica, ricostruzione giuridica, economica e sociale.

Per questo l'Italia ha svolto un ruolo di impulso in tanti momenti decisivi dell'avventura europea. Di converso, l'Europa ha avuto negli ultimi cinquant'anni un'influenza decisiva sulla trasformazione economica, sociale e politica del nostro paese.

L'Unione non sarebbe nata senza la riconciliazione franco-tedesca e senza l'Europa Willy Brandt non avrebbe compiuto il gesto di inginocchiarsi a Varsavia né Kohl e Mitterrand si sarebbero tenuti per mano a Verdun. Ma tutto sarebbe stato forse più precario e reversibile, come le tante alleanze e riconciliazioni di cui è disseminata la nostra storia, senza il concorso dell'accortezza politica e della vocazione universale del nostro paese, in un'Europa distrutta dalla illusione che gli Stati avessero una sovranità illimitata.

Senza l'Italia il popolo europeo non sarebbe rappresentato da un proprio Parlamento. Né sarebbe stata convocata la Conferenza da cui scaturì il mercato unico. Non si sarebbero assunte, proprio a Roma, le determinazioni decisive verso la moneta comune. Senza l'Italia sarebbe mancata, nel quotidiano operare delle istituzioni comunitarie, la voce che teneva ferma, anche imponendola, la rotta verso l'Unione.

Oggi l'Europa è intenta ad individuare con precisione il proprio approdo finale, l'Italia ad aggiornare le proprie istituzioni anche per porle in maggiore sintonia col processo di integrazione europeo. In questo senso il compito fondamentale di questa fase è integrare il nostro federalismo interno in via di formazione e quello europeo come due facce della stessa medaglia, due elementi di un unico disegno.

Occorre saper distinguere la difesa dell'interesse nazionale dalla definizione delle regole dell'Unione. Non confondere l'insoddisfazione, che può manifestarsi da parte di ciascun paese con riserve sul rafforzamento dell'Unione in senso sovranazionale. Un rafforzamento che è, oggi come ieri, un punto fermo della nostra politica estera.

Ritengo che l'interesse nazionale sia meglio tutelato da un'Europa dotata di istituzioni forti, secondo il metodo comunitario, piuttosto che affidata a processi e metodi intergovernativi. Anche per noi italiani i Trattati europei sono stati portatori di libertà, hanno consolidato una cultura della stabilità e hanno guidato il ritiro dello Stato dal terreno dell'economia.

3. L'Unione rappresenta il consolidamento irreversibile delle regole democratiche, dello stato di diritto, dell'ordine sancito dalla legge; la rinuncia ad una concezione esclusivamente territoriale del potere, alle scorciatoie demagogiche offerte dal nazionalismo.

Di fronte alla straordinaria accelerazione della interdipendenza economica, al maturare di minacce che solo l'umanità nella sua interezza può scongiurare, i pur significativi passi compiuti in Europa sono stati sinora lenti e lacunosi. L'integrazione è impervia perché percorrerla significa limitare la sovranità degli Stati. A ben pensare invece è proprio l'Unione che restituisce allo Stato nazionale il valore positivo di una tradizione storica e culturale molto ricca.

E tuttavia colpisce il ritardo con il quale ancora uomini e governi riescono a darsi strumenti ed istituzioni per guidare un continente che si unifica e si trasforma rapidamente, che ha realizzato un unico mercato ed un'unica moneta, che è chiamato a parlare con un'unica voce sulla scena internazionale. Già i due eventi più significativi di quest'anno, l'euro e l'allargamento, portano con sé il rischio di un doppio vuoto politico: di responsabilità rispetto alla Banca Centrale Europea e di governabilità rispetto al raddoppio dei membri dell'Unione.

A Laeken è stato indicato il percorso finale per le nuove adesioni, a beneficio di paesi nel cuore dell'Europa, troppo a lungo vittime della geografia prima che della storia. Nonostante ricorrenti incomprensioni ed anche sospetti, il negoziato è quasi giunto in porto. Sospinto, in Italia come in Germania, dal rammarico che la lunga divisione ha lasciato nelle nostre coscienze, dal debito verso l'altro volto, troppo a lungo oscurato, del continente, dalla importanza di nazioni ricondotte finalmente nella civiltà e nella storia d'Occidente. Parlando di divisioni non posso qui non ricordare quando da giovane parlamentare entrai in polemica col Presidente Andreotti sostenendo apertamente le ragioni a favore della riunificazione del vostro paese.

Nessuna esperienza esisteva su opportunità e requisiti della transizione dal comunismo allo stato di diritto, dal monopolio sull'economia al libero mercato ed al governo delle leggi. Non ha giovato l'illusione di un'automatica e definitiva vittoria del mercato. In realtà il capitalismo presuppone regolamenti giuridici, reciproca fiducia, consapevolezza che la nostra non è una società di mercato ma un'arte ininterrotta di contrattazione e di compromesso tra mercato e democrazia, capitale e governo delle leggi, libertà di intraprendere e diritti e doveri. Dopo l'89 i governi dei paesi candidati hanno appreso che senza chiare giurisdizioni, senza diritti dell'uomo e diritti di proprietà ben radicati, senza la cultura del contratto il mercato non funziona. La vera transizione dal comunismo alla democrazia passa dunque in primo luogo attraverso le riforme istituzionali e giuridiche: l'approdo all'Unione rappresenta il coronamento di questa esperienza.

I fattori che ostacolano la nascita di una vera Europa politica sono stati ricordati infinite volte: la mancanza di una lingua comune; passati storici tanto diversi; eterogeneità nuove e più profonde. Ma se si vuole veramente costruire un nuovo soggetto politico, una polisi europea che costituisca in un certo senso la sintesi dei vari aspetti nazionali di una comune civiltà basata sui valori del cristianesimo e del rispetto della dignità della persona umana, occorre modificare vecchi equilibri, superare il proprio passato e sfidare l'avvenire per costruire un nuovo destino comune. Bisogna credere nelle proprie buone ragioni, nel carattere ultimativo delle scelte che esse impongono. L'Unione è la più forte eredità consegnataci dal secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Tuttavia, nel mostrare soprattutto ai giovani la strada percorsa, sarà opportuno sottolineare anche l'incompiutezza dell'opera e ciò che resta da fare.

Non ci illudiamo infatti che con l'avvento dell'euro i compiti dell'Unione siano esauriti. Abbiamo ancorato la democrazia ad una moneta sana, amministrata da una Banca Centrale indipendente. Anche qui abbiamo attinto all'esperienza della storia tedesca. E' utile ricordare, in occasione dell'euro, che il mito del marco tedesco non può essere ricondotto ad una semplice idolatria del benessere. In realtà la storia della Germania ricomincia con la modesta, sobria preferenza accordata ad una economia forte, fonte di ordine e democrazia. Comincia con l'umile devozione verso una moneta stabile, non manipolata dai politici e dalle loro tentazioni.

Ma i fatti corrono rapidi, più rapidi anche dei tragitti immaginati dai governi. Non basta un mercato presidiato dall'euro, una casa costruita interamente intorno alla moneta. Guai se si parlasse solo dell'evoluzione dei cambi, senza affrontare il nodo della guida politica, dei costumi civili che la nuova Unione deve rafforzare e difendere anche oltre il proprio perimetro!

Nonostante la crescente importanza dei collegamenti tra i partiti europei, l'Unione non costituisce ancora il teatro centrale della lotta politica in Europa. Di qui la contraddizione tra il carattere nazionale del dibattito politico e la dimensione ormai europea dei problemi e delle loro soluzioni. Ma, come ama ricordare il Presidente Ciampi e lo ha fatto ancora qui a Berlino nel novembre scorso, "il futuro è nella pace europea". Il traguardo indicato a Laeken sarà una Costituzione europea, quale che sia la denominazione che dovrà essergli attribuita. Se la Convenzione avrà il potere di proporre ma non di decidere, dovrà pur immaginare uno o più modelli istituzionali coerenti.

A partire dal marzo prossimo l'Unione è attesa ad una nuova prova come laboratorio per una ulteriore diminuzione dei poteri attribuiti nominalmente agli Stati membri. La formula nella quale mi riconosco di più è quella della "Federazione di Stati nazionali", dove il nodo è proprio nella ricerca di un equilibrio fra i due termini della federazione e della nazione. Bisogna essere consapevoli che il termine federazione si colloca oggi in parte in un campo minato e chi lo sostiene viene visto come il fautore di un superstato o nemico dello Stato nazionale. In realtà chi lo afferma impedisce la trasformazione di una forma dello Stato forse ormai anacronistica e lontana dalle necessità dei cittadini.

D'altro canto la nazione ha rappresentato un grande fatto nella storia europea ed il dramma di alcuni stati contemporanei, in Africa come in Asia, sta proprio nella difficoltà che essi incontrano a realizzare questo modello. Nessuno, pertanto, credo possa ignorare lo Stato nazionale nel perseguimento dell'unità continentale. La nazioni europee oggi rivelano la loro vitalità e molto di più: esprimono quella pluralità che costituisce l'essenza dell'Europa. L'Europa non si potrà fare contro ma solo con le nazioni. Dal canto loro le nazioni dovranno imparare a vedere anche sé stesse come agglomerati di diverse componenti etniche e culturali.

Non esiste ancora una Costituzione comune preceduta da diritti e doveri fondamentali che ciascun governo, o partito che si candidi a governare, debba obbligatoriamente sottoscrivere ed osservare. Sanzioni e vincoli devono acquistare nuova concretezza, imporre responsabilità verso autorità ed elettori sovranazionali oltre che nazionali. L'Unione ha vocazione a dotarsi di una dottrina della sovranità limitata liberamente consentita. Solo così l'Europa sarà credibile ed accettabile nel far coincidere legalità e legittimità; Nazione e Federazione; sovranità popolare ed equilibrio dei poteri.

Si dice anche che una Costituzione non è possibile perché manca un "popolo" europeo. Ma la costruzione europea è il risultato di una combinazione abbastanza straordinaria di lungimiranza, visione utopistica e pragmatismo. E talvolta il "demos" è il prodotto dello Stato più che il suo presupposto.

Dobbiamo offrire ai cittadini un contratto sociale sufficientemente chiaro e leggibile, che consenta loro un'adesione ideale ma anche emotiva all'Europa, aprendo nuovi orizzonti al costituzionalismo. Esso, in un unico movimento che aveva legato la rivolta di Boston e la presa della Bastiglia, già nel diciottesimo secolo combinava il principio democratico con quello della rappresentatività. L'Unione è tuttavia alla ricerca di un ordine costituzionale che sia legittimo e funzionante ad un livello mai prima immaginato dalpunto di vista dell'ampiezza e della capacità di mettere insieme popoli ed identità diverse.

Un ordine che non può non fondarsi sui principi della democrazia rappresentativa e quindi dare ai parlamenti - europeo e nazionali - un ruolo adeguato nelle decisioni dell'Unione. Rafforzare quindi il Parlamento europeo e riconoscere pienamente ai parlamenti nazionali il ruolo di istituzioni indirette dell'Unione come ha giustamente indicato il Presidente Thierse. Un ordine costituzionale che dovrà affermare con pieno valore giuridico i diritti fondamentali degli individui come ragione fondante della stessa Unioen, diritti che proprio grazie all'iniziativa tedesca sono stati solennemente affermati nella Carta Europea.

4. La creazione dell'Europa non è un atto costituente unico ed esaustivo, quale fu quello che dette vita agli Stati Uniti d'America. Non sarà possibile a Bruxelles fare quello che i padri fondatori fecero a Filadelfia, cioè quasi un colpo di stato, visto che arrivarono con un mandato molto limitato e ne uscirono con un Congresso ed una Costituzione federale. Ma la Convenzione dovrà avere coraggio e capacità progettuali per una nuova identità. Un'identità da costruire e pensare non, come sarebbe tentato qualcuno, contro l'egemonia americana bensì in stretta cooperazione con il nostro Alleato al di là dell'Atlantico per costruire assieme condizioni di pace e sviluppo.

E' auspicabile che già dalla Convenzione esca un modello istituzionale forte e trasparente, a cominciare da una duplice ridefinizione del potere europeo, in senso orizzontale, nel rapporto in altri termini tra il potere legislativo e quello esecutivo, e verticale,secondo un criterio aggiornato di sussidiarietà, per la quale, come è noto, ciascun livello di potere pubblico deve limitarsi alle funzioni che non possono essere adeguatamente svolte a livello più basso. Sono interessanti le proposte avanzate nelle settimane scorse in Germania sia dall'SPD che dalla CDU-CSU, poiché tutte muovono verso una più forte trasparenza istituzionale, un rafforzamento della Commissione, una sovranità piena del Parlamento Europeo in materia di bilancio.

Noi italiani abbiamo talvolta capito prima di altri che essere uniti significa decidere insieme anche quando non si è tutti d'accordo. La discriminante tra unione e divisione è la stessa che separa il diritto di veto dalla regola della maggioranza. Ancora un anno fa a Nizza l'Italia era tra i pochi paesi che con vasto appoggio dello schieramento politico e dell'opinione pubblica sosteneva l'abbandono della regola paralizzante dell'unanimità ovunque il Trattato la prescrivesse, salvo che nelle questioni propriamente costituzionali.

Se l'Unione non potrà legiferare senza un ricorso pieno al voto di maggioranza, non potrà d'altro canto applicare tale principio senza estendere la codecisione del Parlamento Europeo a tutta la produzione legislativa ed associare più compiutamente ad essa i parlamenti nazionali. Vorrei fare soltanto l'esempio della fiscalità, che è qui molto sentito. La fiscalità incontra il doppio ostacolo del perdurare della regola dell'unanimità e della difficoltà di definirne con precisione i contenuti. In assenza di un chiaro e condiviso criterio per la corretta ripartizione tra competenze nazionali e comunitaria, la regola dell'unanimità diviene come una sorta di clausola di salvaguardia contro l'eccessiva ingerenza di Bruxelles.

5. Il costo della non unione è avvertibile sul piano economico. Non esiste altra area monetaria fatta di più poteri sovrani e dunque priva di un potere politico rappresentativo di ordine superiore. All'interno di un paese sia la politica monetaria che quella fiscale trasferisono continuamente ricchezza da una parte all'altra di esso. Ma ciò avviene nel nome e per conto degli interessi generali che il potere politico rappresenta e garantisce sulla base di un mandato elettorale. Ciò sarebbe possibile se in Europa vi fosse ad esempio un'autorità politica che, forte di una investitura popolare, potesse gestire in funzione espansiva la politica economica e finanziaria dell'intera area. Dobbiamo però almeno avanzare verso un più forte coordinamento delle politiche economiche, per riequilibrare quella che talvolta viene definita la solitudine del banchiere centrale.

6. Le vicende del ventesimo secolo, da ultimo il terrorismo, hanno dimostrato che la dimensione dei singoli Stati non è adeguata alle sfide contomporanee. L'Unione Europea ci consente di non essere relegati ai margini della storia maggiore come, ad esempio. in epoca rinascimentale accadde agli Stati italiani rispetto alle potenze europee. Se i popoli di un'Europa che è stata fino a ieri il centro del potere, della cultura e della ricchezza vogliono essere protagonisti è molto difficile che possano farlo senza congiungere anche nell'azione esterna le loro risorse e il loro destino.

Già nel Kossovo abbiamo appreso che l'indifferenza etica non garantisce la pace. Anzi, può rendere ancora più dure le guerre che in ogni caso toccherà fare, con ritardo ed a prezzi più elevati. Allora l'Unione volle l'intervento perché vide la minaccia di un ritorno ai propri peggiori demoni alle porte di casa, nel grande spazio che va dai confini con la russia all'Adriatico. Ma per agire le mancano ancora, in misura soddisfacente, armi e tecnologie, capacità militari ed istituzioni coerenti. Anche in Afghanistan si è visto che l'Europa non conta abbastanza, nonostante i progressi innegabili nel farsi ascoltare altrove. Ma poco valgono anche i singoli paesi, a dispetto di tenaci illusioni.

L'Europa deve dunque imparare a parlare con una sola voce, ad esempio nell'ambito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se vuol rendere fertile la propria memoria ed agire all'unisono quando, al di là delle proprie frontiere, succedono cose inquietanti.

La proliferazione nucleare, i genocidi, i disastri ecologici non si curano delle frontiere geografiche. A sfide di questo tipo si può resistere solo trasferendo parte dei poteri sovrani ad organi sovranazionali, dando consistenza al diritto di ingerenza, riducendo alcune facoltà che erano fin qui prerogative indiscusse degli Stati. Lavoreremo perché dalla riforma dei Trattati, che vorremmo conclusa già nel 2003 magari con un secondo Trattato di Roma sotto la responsabilità della Presidenza italiana, possa emergere una capacità di politica estera e di difesa dell'Unione finalmente all'altezza delle attese, con la consapevolezza che ciò comporta ingenti impegni politici e finanziari.

L'Europa è a un bivio. Deve decidere se continuare ad essere un partner inadeguato nell'alleanza euro-atlantica, un'enorme corporazione transnazionale senza anima politica. Oppure una potenza in grado di combinare interessi economici e difendere gli umiliati e gli offesi anche lontano dai propri confini.

C'è un'altra tentazione, quella di definire l'identità dell'Europa in forma antagonista ad altre realtà. Dalla fine della guerra fredda e dalla scomparsa del comunismo come minaccia incombente, l'Europa è anche un continente tentato dalla ricerca di un nuovo avversario. Ci sono avversari veri ed avversari falsi. L'avversario vero è il terrorismo, che impone una guerra di trincea combattuta su molti fronti e con molte armi: le forze armate, la diplomazia, l'intelligence, il controllo delle risorse finanziarie del nemico. Per vincere una minaccia globale capace di aggredire con i mezzi più insidiosi saranno necessarie due qualità non sempre facilmente compatibili, la vigilanza e la normalità. Intendo dire che, come abbiamo appreso dal terrorismo in Germania e in Italia, esso non va combattuto riducendo gli spazi di libertà della società civile.

L'Europa e l'America hanno subito un attacco come parte di una civiltà occidentale accusata di essere materialista e decadente. Un'unica civiltà che pure contiene un ampio spettro di modelli politici ed economici e nel quale l'Europa ha mantenuto strutture più sociali di mercato e democrazia. Come ha ricordato il Presidente rau, il fondamentalismo è la negazione della religione. Esso rappresenta la volontà di disconoscere il mondo presente e di entrare rapidamente e senza tarumi in un futuro semplificato. Esalta il collettivo a scapito della persona, la religione a detrimento della coscienza responsabile e libera. Sarebbe tuttavia un grave errore far rivivere un'artificiosa contrapposizione tra l'Europa e il mondo islamico, che fra l'altro ha tante affinità con il nostro continente e per di più attraversa una difficile fase di transizione.

7. L'Europa non nega la diversità di credenze e di interessi, di popoli e di etnie bensì l'incapacità di inventare meccanismi intesi a gestire senza ricorso alla violenza le inevitabili dispute del mondo contemporaneo. Non ci minaccia lo scontro di civiltà bensì il cedimento alle tentazioni della sopraffazione, la disillusa rinuncia alla forza della ragione. Di questa l'Europa vuole essere, nel secolo che è appena cominciato, l'espressione più alta.

Ecco in conclusione il compito che ci attende: costruire insieme una Unione come soggetto politico forte e coerente, ricco di nuovi fondamenti ideali, provvisto di barriere difensive contro la degenerazione della democrazia, alimentata anche, in un'Europa più larga, da storie nazionali talvolta mal scritte o male assimilate. Alla fine, secondo uno dei nostri maggiori scrittori, Italo Calvino, "ci affacciamo nel nuovo millennio senza sperare di trivarci nulla di più di quello che saremo capaci di portarci".

[Intervento del Presidente Pierferdinando Casini in occasione della Conferenza sull'Europa organizzata dalla Fondazione culturale della Deutsche Bank, dall'Associazione dei Giornalisti di Berlino e dall'Ambasciata italiana a Berlino - 11 gennaio 2002]




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