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di Carlo Alberto Ciocci e Massimo Curatolo Il Partito Popolare Italiano si sviluppò in maniera sorprendente, al di sopra delle più rosee aspettative, subito dopo la prima guerra mondiale (1918-1921). Le grandi vittorie sociali e politiche e la successiva penetrazione su tutto il territorio nazionale, convinse la classe dirigente che era opportuno ed inderogabile stilare un apposito regolamento che disciplinasse il funzionamento delle sezioni del partito su tutto il territorio. Il Regolamento approvato dalla Direzione, non fu tuttavia totalmente applicato da tutti; merita comunque l'attenzione di essere trascritto per la necessaria memoria storica. Art. 1- Le sezioni del partito sono comunali e sono composte da almeno cinque soci. Alla sezione di un comune possono iscriversi anche abitanti dei comuni vicini, fino a che non venga costituita la prima sezione comunale. Art.2- La sezione ha una direzione non inferiore ai tre membri tra cui in segretario. L'accettazione dei soci è fatta dalla direzione della sezione. Possono essere iscritte pure le donne. La direzione della sezione delibera, inoltre, sulle esclusione dei soci, tranne il caso previsto all'art. 7 dello Statuto. Ad ogni socio iscritto viene ogni anno rilasciata la tessera del partito. (il precitato articolo dello Statuto del Partito Popolare prescrive che: “Il Consiglio nazionale delibera degli indirizzi generali e sulla esclusione dei soci per ragioni politiche”) Art.3- La quota sociale è di lire due all'anno, delle quali una viene trattenuta dalla sezione e l'altra viene rimessa alla segreteria del partito. Art.4- La sezione, per scopi specifici di propaganda e di organizzazione, può stabilire sottoscrizioni e contributi volontari, però non può imporre una quota maggiore di due lire all'anno per l'iscrizione e la partecipazione alle assemblee generali e alla cariche sociali. Art. 5- La direzione della sezione è nominata ogni anno entro un mese dopo il congresso nazionale. L'Assemblea fissa il numero dei delegati alla direzione e le rispettive cariche.
Art. 6 –L'assemblea inoltre: Art. 7- La direzione della sezione attua i deliberati della assemblea, studia i programmi speciali amministrativi, propone i candidati comunali da proclamare nella assemblea e la linea di condotta da seguire; stabilisce i rapporti con altre associazioni e organizzazioni sociali che aderiscono al partito o che hanno affinità o che rispondono nel loro campo specifico alle finalità programmatiche del partito. Art.8 .-Il segretario redige i verbali, cura la corrispondenza e la contabilità, dirige l'ufficio e la propaganda. La direzione della sezione stabilirà l'indennità di competenza del segretario. Art.9- In via transitoria e fino alla costituzione della sezione, funzionerà un comitato promotore o un incaricato nominato direttamente dal Segretario Politico, ovvero da una commissione provinciale provvisoria all'uopo delegata. Particolare attenzione va posta alla sezione romana, la cui nascita avvenne l' 8 febbraio del 1919. La prefata sezione si avvalse, invece per il funzionamento della stessa, di un proprio statuto redatto dalla Direzione Nazionale. Infatti l'art. 3 dello Statuto Nazionale prescriveva che: “Il partito ha sede in Roma ed è costituito dalle sezioni comunali alla quali saranno iscritti i soci. Ogni sezione rappresenta il numero dei soci iscritti. Un regolamento approvata dalla Direzione del partito stabilirà le norme della costituzione, del funzionamento dei rapporti delle sezioni comunali” A tale riguardo va osservato che nell'ambito romano la sezione rimase unica, in quanto non furono mai costituite sotto sezioni, se non in periodo di campagna elettorale. Per quanto riguarda l'iscrizione dei soci, suscita oggi meraviglia il disposto dell'art. 2 con il quale veniva consentito che al partito popolare “possono essere iscritte pure le donne”. Per essere iscritti, inoltre, non era sufficiente farne richiesta, ma occorreva anche essere presentati da almeno due soci. Tutto questo, almeno in apparenza, suscita oggi forte perplessità. Come era possibile, infatti, che un partito che si dichiarava di massa ed operante per le masse, possedesse norme quasi “elitarie” e classiste? Far parte del partito era difatti il frutto di una ricerca sulla qualità delle persone da iscrivere, piuttosto che sulla quantità degli iscritti che rappresentavano la massa del ceto medio. C'è allora da chiedersi chi furono gli iscritti nell'ambito del partito popolare e soprattutto a quale classe sociale essi appartenessero. Dominava principalmente la classe borghese e, nell'ambito della sezione romana, si notava una forte presenza anche di liberi professionisti, con assoluta mancanza di adepti da parte degli strati più bassi della stessa popolazione. Evidentemente questo fenomeno era caratterizzato non solo delle zone territoriali del Centro, ma anche del Meridione d' Italia. Situazione leggermente diversa, invece, si notava nel Nord del paese, in cui, in relazione alla diversa cultura della popolazione e alla diversità delle classi sociali, la partecipazione alla vita sociale delle sezioni del partito era più diffusa e portata quindi verso il “basso”. Fu questo il limite più grande che può essere attribuito ai popolari, ma forse anche la loro forza vincente che puntando sulla qualità degli iscritti, consentì di imporsi sugli altri partiti, operando nel contempo a favore delle stesse masse e delle classe sociali più deboli alle quali, in parte, non era concesso di aderire in qualità di soci. Carlo Alberto Ciocci e Massimo Curatolo gennaio 2003 Altri articoli sull'argomento, presenti su democraticicristiani.it
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