LUIGI STURZO: UN PROFETA POLITICO DA RIVALUTARE

di Marcello Masotti


In questo anno cade il centenario di tre importanti discorsi di Luigi Sturzo che rappresentano importanti tappe nello sviluppo di pensiero che porterà al Partito popolare: La Democrazia Cristiana nel pensiero e nella vita, Lotta sociale come legge di progresso e Il programma municipale dei cattolici italiani. L'invito ad una riflessione sulla figura e l'opera di Sturzo viene, inoltre, non solo dalla messe di scritti su di lui pubblicati negli ultimi anni, ma ora anche da un evento di carattere religioso ma che non potrà non portare luce su tutta la poliedrica personalità del personaggio: l'apertura del processo di beatificazione, avvenuta il 3 maggio scorso. Don Luigi Sturzo, infatti, pensatore e politico, erede nella sua Sicilia di D'Ondes Reggio e di Gioacchino Ventura e della grande tradizione cattolica ed italiana del Risorgimento a partire dal Rosmini, fu e volle essere, prima di tutto, sacerdote e uomo di fede integrale.

Il sacerdote siciliano, "uomo di pensiero e di azione", ha subìto la sorte che nella storia hanno avuto protagonisti scomodi citati per quel che serve agli altri, negati per quel che realmente hanno detto o fatto.

Avversato nel primo Novecento dalla classe dirigente liberale, alla quale si era opposto e che aveva contestato per non essere abbastanza "liberale" e di cui aveva rotto il monopolio politico antisocialista con la fondazione del Partito Popolare; combattuto, come "prete intrigante" dal Fascismo che non tollerava la sua opposizione intransigente; invitato dalla Chiesa a lasciare l'Italia non solo perché minacciato di morte ma anche perché divenuto personaggio scomodo quando sembrava che la maggioranza degli italiani si orientasse a seguire Mussolini; fatto oggetto al rientro in Italia, dopo la fine della guerra, di sola memoria storico / agiografica quale fondatore del Partito Popolare ma emarginato quale voce di dissenso e elemento di disturbo, proprio da coloro che per credo ideale avrebbero dovuto essergli vicino; "negato" per le idee che esprimeva e che venivano considerate frutto di una involuzione senile a fronte delle battaglie d'avanguardia combattute nei primi anni del secolo; divenuto "Senatore a vita" per la volontà di un liberale laico e credente, Luigi Einaudi.

Il rammarico per l'emarginazione di una grande lezione, morale, politica, economica, è tanto più forte se si considera che veniva condannato alla sterilità un pensiero che avrebbe potuto contrastare efficacemente nel secondo dopoguerra il predominio cinquantennale della cultura marxista e che avrebbe anche consentito di correggere errori concettuali e prassi politiche: "i mali passi", come Sturzo li aveva chiamati (statalismo, partitocrazia, aumento della pressione fiscale, corruzione e immoralità ai vertici della società) che avrebbero poi portato alla crisi dello stato e alla disgregazione del partito che dichiarava di ispirarsi ai valori cristiani. E' inevitabile, infatti, che al vuoto e alla subordinazione culturale segua poi anche la perdita del potere politico.

Scriveva Dario Antiseri nel 1995, di fronte a questa "tacita interdizione" che ha coinvolto, sia pure con diverso grado di responsabilità, la cultura laica e quella cattolica: "Io non mi capacito di come, quando la sinistra ha innalzato Gramsci a più grande intellettuale del secolo, i cattolici non gli abbiano contrapposto un uomo come Sturzo".

Poi, dopo questa sorta di secondo esilio, di carattere culturale questa volta, negli ultimi anni del Novecento, proprio quando si consumava la fine della Democrazia Cristiana, ma anche in una società nella quale i valori cristiani si offuscavano in una crisi politica, ma prima ancora morale e di idee, si assiste alla straordinaria risoperta della figura di colui che Maurice Vaussard aveva definito "il più grande pensatore cattolico del nostro secolo".

Quando insieme al muro di Berlino crollano le certezze del Comunismo, quando anche nelle forze di sinistra del mondo occidentale emerge la consapevolezza che l'interventismo statale, spinto oltre certi limiti, diventa insostenibile per le conseguenze politiche non meno che per quelle economiche relative all'incapacità di creare sviluppo, nella caduta dei vecchi "idoli" e nella riscoperta del "mercato", si porta l'attenzione non più soltanto al fondatore del Partito popolare ma anche allo Sturzo dell'ultimo periodo. Il maestro "negato" diventa, a proposito o a sproposito, uno degli autori più citati.

Monsignor Pennisi ha scritto che di questi tempi il nome di Sturzo ricorra in una serie di interventi di politici e di uomini di cultura, è segno di una riscoperta non "storica" ma "politica" del pensiero sturziano, che viene considerato una miniera dalla quale ognuno pensa di trarre quello che gli serve in funzione del suo progetto politico. Qualche volta si ha la sensazione che lo si citi senza nenache averlo letto, dopo averlo ignorato per decenni, quasi si trattasse di un uomo per tutte le stagioni.

Per la comprensione del personaggio e delle sue battaglie e per l'avvicinamento al suo pensiero può essere utile ripercorrere alcune delle tappe significative di un itinerario umano e politico connesso con le vicende più importanti del paese.

Il partito popolare

Sulla base del grande lavoro preparatorio che riceve il primo impulso dalla Rerum Novarum, dopo la Grande Guerra, Sturzo fonda nel 1919 il Partito Popolare come forza in antitesi sia al Liberalismo individualista e centralizzatore sia al Socialismo che si appella alla lotta di classe.

L' Appello ai liberi e forti, all'insegna del "programma morale, sociale e politico, patrimonio delle genti cristiane", rappresenta un metodo nuovo a fronte dell'antico "trasformismo" italiano e fa meritare a Sturzo l'appellativo di "messianico del riformismo", come lo definisce Piero Gobetti.

Sul piano religioso e morale il programma si apre con l'impegno di difendere "l'integrità della famiglia contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento" e di sostenere "la libertà di insegnamento in ogni grado, senza monopoli statali". Nel rifiuto dello Stato come fonte di eticità e di diritto si proponeva di restituire all'individuo quanto gli era stato sottratto dallo Stato. Esso voleva dare una base più ampia di quanto avesse fatto il Liberalismo alle libertà moderne; allo stesso modo poneva il rifiuto dello "stato tutto", dello stato panteista sostenuto dai socialisti e successivamente dal fascismo; e mentre era fautore della conciliazione degli interessi delle varie classi, si proclamava interclassista, affermava la vocazione "popolare" volendo con ciò significare "la integrazione sostanziale di unità nazionale e di ragione sociale".

Esso era fautore, secondo l'insegna dei liberi comuni che aveva adottato come simbolo di partito, di una libertà non "formale e esteriore" ma "intima e sostanziale che pervade e informa tutto il corpo": quella degli enti locali e delle organizzazioni di classe, della scuola, dell'insegnamento e della Chiesa.

Sul piano sociale voleva, in attuazione dei grandi principi della Rerum Novarum, promuovere una socialità, capace di elevare verso l'alto, facendo "tutti proprietari" e non livellando verso il basso, alla maniera socialista, facendo "tutti proletari".

Il partito che costituisce, secondo Chabod "l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo", si presentava ispirandosi ai "saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia" ma non doveva qualificarsi su basi religiose; doveva essere, cioè, per usare le parole di Sturzo: "aconfessionale". Rimane esempio alto di lucidità politica e di coerenza morale e religiosa la polemica, al congresso di Bologna del 1919, con Agostino Gemelli e Olgiati che lo avevano accusato di non porre la religione come elemento di differenziazione. Sturzo replica: "Non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa [...] né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica [...]. E' superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il Cattolicesimo è religione, è universalità, il partito è politica, è divisione [...]". E' il rifiuto delle opposte tentazioni del machiavellismo e del clericalismo, l'affermazione dell'autonomia e laicità della politica. Nell'articolo del 9 agosto 1959, all'indomani della scomparsa, Giovanni Spadolini, sul "Corriere della Sera", commemorava "il laico Sturzo" sempre fautore della laicità dei cattolici, della aconfessionalità del partito, della distinzione tra "azione cattolica e azione dei cattolici". Ecco l'autentica "rivoluzione" sturziana, il taglio netto tra clericalismo e cattolicesimo sociale, la rivendicazione perfino orgogliosa da parte di un sacerdote dell'autonomia dei cattolici nella società civile.

Sul significato delle scelte di quel periodo Paolo Emilio Taviani, scrivendo di Luigi Sturzo nella storia d'Italia, alcuni decenni dopo, notava: "Fu il sì dato, con Don Sturzo, dal mondo cattolico a quel che di valido era nella tradizione liberale, che permise il superamento di un'antitesi ancor più grave di quella che travagliava i rapporti fra Chiesa e Stato in Italia: l'antitesi fra il cattolicesimo e i principi politici di libertà dell'età moderna".

Gli anni dell'esilio

Poi l'avvento del Fascismo al potere lo vede oppositore intransigente; il suo intervento è il “discorso di un nemico”. Consumato il dramma e invitato a lasciare il Paese, prende, nell'obbedienza silenziosa, la via dell'esilio. Vennero allora gli anni tristi, quelli che Lui chiamò l' “inverno politico” del PPI. Sturzo che raccomandava da Londra agli amici nel settimo anniversario della fondazione del partito “nessuno scempio di forze, nessuna mossa discutibile, nessun gesto inutile”, ma “il raccoglimento, lo studio, la preparazione”, l'essere anzitutto se stessi: cioè rigidi assertori di libertà, dava da parte sua l'esempio aprendosi, quando l'azione era preclusa, all'opera dottrinale che doveva portarlo a dare sistemazione alle sue idee in una visione complessiva della società e dello Stato, a coltivare la filosofia e la poesia, la musica e la sociologia; Della Rocca ha scritto, a proposito di tale intensa attività intellettuale, che Sturzo “sfruttò l'esilio come dono del Signore da offrire a sua volta, attraverso i suoi studi, come dono alla patria”. Nacquero così: La comunità internazionale e il diritto di guerra (1928), La società sua natura e leggi (1935), Chiesa e Stato (1939), La vera vita. Sociologia del soprannaturale (1943) che formano “una originale quadrilogia, che può dirsi illuminatrice degli aspetti più intimi dell'uomo, della sua vita interiore ed associata allo stesso tempo, nel ritmo storico di una concreta dinamica realtà …”.

Si pone, tra l'altro, la questione del rapporto tra il “monismo politico” dello Stato, considerantesi l'unica realtà sociale, e il “monismo filosofico” che è tanta parte del pensiero moderno, dalla rivolta contro la trascendenza in nome della natura e della ragione, al pensiero idealista, al materialismo marxista; si individua, poi il problema dell' “assoluto” che si è creduto di risolvere accantonandolo da parte e che, invece, ha portato all'assolutizzazione di realtà particolari (stato, classe, razza, ecc.) dando ad esse gli attributi di divinità.

Egli inseriva la crisi italiana ed europea nel quadro più ampio dell'involuzione dello Stato moderno che aveva da tanto tempo e con tanta chiarezza delineato valutandone gli aspetti propriamente politici, sintetizzati nel tentativo di assorbimento della società intera, ma prima problema etico e culturale. Al proposito Mario Ferrara aveva scritto: “E' proprio nella concezione dello Stato, della sua natura e delle sue funzioni che si pone l'importanza dell'opera di Luigi Sturzo, sociologo e storico e l'origine della sua azione politica”.

Il contatto con il mondo anglosassone diventava, inoltre, occasione di confronto e di studio tra concezioni e tradizioni politiche diverse: quella continentale / europea e quella liberaldemocratica anglo / americana consentendogli ulteriori stimoli e riflessioni per l'analisi di leggi e istituzioni. E' presumibile che anche la modifica di toni, se non di giudizio globale sul Liberalismo, derivi da questo: la conoscenza diretta dei sistemi politici anglosassoni.

Sturzo nel periodo giovanile aveva assunto un atteggiamento negativo anche se più verso il Liberalismo come “sistema di governo, quello dell'Italia crispina e giolittiana fortemente anticlericale” che non riguardo al Liberalismo come “idea politica”. Durante i 22 anni di esilio, fino al '40 in Inghilterra e poi fino al '46 negli Stati Uniti, Sturzo conosce direttamente questa realtà politica. Scrive Gianfranco Morra: “Era naturale che Sturzo accentuasse la sua consapevolezza circa il duplice volto del Liberalismo: quello continentale, ben presto trapassato da una esaltazione astratta della libertà alla sua negazione radicale con il giacobinismo di Robespierre e il bolscevismo di Lenin, e quello anglosassone, capace di difendere i diritti naturali e le convivenze pluralistiche e federalistiche […]. La liberaldemocrazia è del tutto in linea con la scoperta cristiana della libertà di coscienza e Sturzo non manca di riconoscerlo”. Il totalitarismo nasce dalla concezione panteista dello stato che ha trovato in Hegel la sua espressione più compiuta. Scrive Sturzo in Chiesa e Stato: “La negazione di Dio non libera gli uomini dalla Chiesa, ma li asservisce ad una chiesa tirannica e totalitaria”. Di particolare interesse, al proposito, la comparazione tra la Dichiarazione d'indipendenza americana, col riferimento cristiano a Dio e con la quale furono fissate le fondamenta di uno stato libero e moderno, e la Dichiarazione francese dei diritti dell'uomo e del cittadino, che, affidandosi all' “Essere supremo”, in breve tempo vede sboccare la rivoluzione razionalista nell'impero dittatoriale. Si riprendono alcuni temi cari alla tradizione cattolico – liberale; sull'importanza della fede religiosa nella politica e dei valori trascendenti per ancorare i diritti umani, aveva scritto Alexis de Tocqueville nella sua Democrazia in America: “Dubito che l'uomo possa mai sopportare ad un tempo una completa indipendenza religiosa e un'intera libertà politica e sono portato a ritenere che se egli non ha fede, bisogna che serva, e che, se è libero, bisogna che creda”. In ordine alla libertà economica aveva detto Hamilton nel Federalista: “Secondo le leggi che governano il normale corso delle umane cose chi somministra i mezzi di sussistenza ad un determinato individuo ne domina anche la volontà”. Sturzo di ciò era profondamente convinto: “Se la libertà è violata nel campo economico”, scriveva nel 1958, “è lesa anche […] in quello culturale, in quello politico e sociale e viceversa. Non c'è esempio nella storia di una libertà che stia in piedi da sola”.

Questi riferimenti richiamano a quanto alcuni autori (Morra, Infantino, ecc.) hanno sottolineato circa l'appartenenza di Sturzo da una parte al filone cattolico liberale italiano (Rosmini) e dall'altra al liberalismo classico, ben distinto da quello continentale di matrice razionalista e antireligioso, che include Hamilton, de Tocqueville, Kant, Croce, Acton, per arrivare a Von Mises e Von Hajek e che pur mantiene aspetti fondamentali della filosofia cristiana del personalismo.

Tra gli aspetti pratici delle democrazie anglosassoni che colpiscono Sturzo, oltre alla libertà economica e alle forti autonomie locali, c'è quello della libertà scolastica. Scriveva Sturzo nel 1947: “In verità la scuola in America è libera: libera perché qualsiasi ente o individuo può aprire o promuovere scuole di qualsiasi grado o facoltà; libera perché programmi, corsi e insegnanti non sono imposti da ordini ministeriali; libera perché la scelta dell'insegnante è lasciata alle scuole stesse e alle facoltà scolastiche senza limiti neppure di nazionalità e di indirizzo; libera infine perché nei collegi e nelle università gli alunni hanno facoltà di scegliere essi materie e corsi, ottenendo il diploma e la laurea per speciali materie scelte e per corsi seguiti. Finché gli italiani non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e per tutte le forme, resteranno sempre servi: servi dello stato (sia democratico o fascista o comunista), servi del partito (quale ne sia il colore), servi di tutti, perché non avranno respirato la libertà, la vera libertà che fa padroni di se stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, fin dai banchi della scuola, di una scuola veramente libera”.

Il rientro in Italia

Quando rientra in Italia, nel 1946, Sturzo ufficialmente è accolto come trionfatore con tutti gli onori ma ormai i tempi sono cambiati, il gioco politico è condotto da De Gasperi, leader riconosciuto e interlocutore della Curia Vaticana da una parte e degli alleati dall'altra. La situazione è drammatica: i problemi della guerra perduta col paese da ricostruire materialmente e da ricomporre moralmente, con l'inflazione da combattere, col referendum e il trattato di pace da affrontare; incombe la minaccia dello stalinismo che attende a organizzare la rivoluzione e a preparare i colpi di stato in una temperie politica che Jemolo definì “gli anni del roveto ardente” e che vede lo scontro tra l'Occidente e il mondo comunista, attorno alle Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana si cercava di realizzare una grande mobilitazione, come scelta di campo; anche la Chiesa con le sue organizzazioni è impegnata direttamente. Di fronte al pericolo mortale anche le distinzioni tra politica e religione passano in secondo piano. Scrive De Rosa che “riuscire ad amalgamare una forza di partito di massa che potesse uscire dal dilemma rivoluzione o reazione fu veramente opera straordinaria […]. L'unità politica dei cattolici, estranea all'idea di partito di Luigi Sturzo diveniva necessaria, invece, per De Gasperi, ma essa era limitata, circoscritta alle motivazioni politiche della mobilitazione”. Delle ragioni di De Gasperi Sturzo si rese perfettamente conto; pure mantenendo la convinzione di dover lasciare ai cattolici la libertà delle proprie opzioni politiche e con tanti dubbi che con l'unità politica dei cattolici la Democrazia Cristiana avesse dovuto “accettare di essere non un partito ma un coacervo di partiti”, come disse a De Rosa; riconosceva nel 1959: “però, venuto il momento di una difesa suprema della nazione pericolante o aggredita, i cattolici han fatto tra i primi il loro dovere”.

Anche su altri temi importanti si era già manifestata tra i due differenza di giudizi: sul governo Badoglio che Sturzo non riteneva rappresentare una “reale rottura col passato”; sul Trattato di pace, ritenuto punitivo verso l'Italia da considerare, invece, a pieno titolo alleato nella guerra antifascista; sulla monarchia, per la quale non c'è più spazio nell'Italia rinnovata del domani. Sono, in una stima reciproca che mai porta alla rottura, posizioni diverse che risalgono alla personalità, alla formazione, alle responsabilità dei personaggi: De Gasperi, che sosteneva di venire da una scuola politica diversa e più prudente di quella di Sturzo, era nutrito di realismo politico a fronte dell'idealismo dell'antico erede dell'intransigentismo. Di fronte all'urgenza delle riforme Sturzo è d'accordo in via di principio ma dissente sui modi di realizzarle: Riforma agraria, Vanoni, Cassa del Mezzogiorno; l'atteggiamento è sempre quello di chi vorrebbe le riforme tali da lasciare integra la libertà e capaci di fare la democrazia più piena e completa. De Gasperi, capo del governo, che senta tutta l'urgenza politica di farle, si lamenta delle “pubblicazioni precettive di moralità politica”, che gli complicavano la vita in un momento già tanto difficile. Sturzo in una posizione più distaccata al convento delle Canossiane, da studioso, con una formidabile esperienza di vita sociale e politica, di pensiero e di azione, cerca di cogliere, invece, anche gli effetti a lunga scadenza morali e sulle istituzioni, le conseguenze politiche ed economiche. Rimangono memorabili le osservazioni fatte nel Comitato permanente per il Mezzogiorno, alla cui presidenza lo aveva chiamato De Gasperi, per la realizzazione di un disegno organico di sviluppo del Sud: Sturzo dà la priorità alle infrastrutture, sistemazioni idrauliche e forestali, viabilità, quali premesse dell'industrializzazione e alla seria formazione professionale per porre fine al “genericismo” non solo delle classi operaie ma anche delle classi medie.

Non si debbono neppure sottacere i punti di concordanza con De Gasperi quali l'affidamento a Einaudi della politica di risanamento economico, la politica estera atlantica ed europeista e l'appoggio all'America per l'opera di ricostruzione del paese, la liquidazione del tripartito e la messa in minoranza dei comunisti nelle elezioni del 1948.

Intorno agli anni Cinquanta si accentua il dibattito sul sistema elettorale. Nel 1946 Sturzo, ancora, difendeva la proporzionale anche se rilevava che, al di fuori delle mitizzazioni, “ogni sistema elettorale ha i suoi inconvenienti”; ma, dopo le esperienze delle elezioni successive al 1947, la sua fiducia nel sistema proporzionale come attuato in Italia va diminuendo. Nel 1950, scrivendo su Il carattere delle leggi elettorali, Sturzo affermava che nel 1919 si credette che a “rendere meno acuti i contrasti di partiti, a creare uno spirito di tolleranza con delle coalizioni efficienti e a togliere l'ingerenza dei governi nelle elezioni, poteva servire la rappresentanza proporzionale meglio che il sistema uninominale”. Poi così motivava il mutamento di parere intercorso: “uno strumento di giustizia elettorale, quale è la proporzionale, è divenuto il mezzo adatto per un più vasto dominio dei partiti, sia imponendosi al corpo elettorale, sia sostituendo la propria iniziativa a quella parlamentare e governativa, sia imponendo le proprie direttive e i propri uomini”. In un articolo successivo, del 1954, sosteneva: “in fondo non sono io che ho cambiato pensiero; sono le situazioni politiche del 1954 che sono diverse da quelle del 1919. Allora era necessario costituire un partito dinamico; dare la possibilità dell'alternativa al governo era l'unico modo di salvare il paese dal rivoluzionarismo dell'estrema sinistra e dal nascente fascismo della Val Padana; pertanto allora la proporzionale servì bene e i popolari poterono entrare nel parlamento. Oggi la proporzionale è dannosa perché impedisce la formazione di un terzo partito omogeneo e valido da presentarsi come opposizione legale e come alternativa della DC”.

Sturzo propone di ritornare al sistema uninominale maggioritario con votazione di ballottaggio a otto giorni di distanza e non ritiene opportuno ripiegare su soluzioni intermedie e poco chiare quali il premio di maggioranza, con una polemica pubblica che amareggia De Gasperi.

A conclusione dei rapporti con De Gasperi non si può non fare un cenno all'operazione, in vista delle elezioni del 1952 a Roma, che da Sturzo impropriamente prende il nome e che consisteva nel tentativo di presentazione di una lista civica al comune di Roma, dove si temeva la vittoria delle sinistre. La divergenza non fu tanto fra Sturzo e De Gasperi quanto tra lo statista trentino, che secondo la sua ferma strategia politica non accettava di combattere il comunismo se non da posizioni democratiche e senza commistioni e confusioni a destra, e ambienti cattolici e del Vaticano, è stato addebitato a Sturzo per molto tempo l'idea e il fallimento di un accordo non voluto dai partiti alleati della DC. In realtà, come Gonella ebbe poi a precisare in una intervista filmata, l' “operazione Sturzo” doveva chiamarsi “operazione antiSturzo” in quanto Don Sturzo non c'entrava niente. Infatti solo per cortesia, per scelta di altri e per obbedienza svolse la sua opera mediatrice. Nello stesso filmato Andreotti afferma che “l'operazione fu voluta da centri non strettamente politici e che Sturzo, obbediente, iniziò e chiuse tale operazione, poiché non era convinto della sua bontà”. Tale interpretazione, la medesima di Sturzo e di Gedda, coincide con quanto Andreotti scriveva su “Concretezza” nell'agosto 1965; stranamente, però, qualche anno dopo, lo stesso ebbe a esprimersi diversamente e parlò di “una brutta pagina nel curriculum di Don Sturzo”, scrivendo in occasione del 40° della morte del fondatore del Partito popolare.

La libertà e la battaglia antistatalista

Considerando le figure di Sturzo e De Gasperi emergono le differenze, ma /al di là dei dissensi tattici, delle diverse conclusioni operative) si devono anche evidenziare le convergenze; non solo la comunanza di antiche battaglie ma un quadro di riferimento di pensiero omogeneo: dalla ispirazione cristiana che si concilia con la concezione liberaldemocratica in politica e nella economia, ai contenuti dell'antifascismo, al rigore amministrativo.

In quegli anni, sotto la sapiente guida di De Gasperi si realizza tra cattolici e laici quella integrazione di pensiero e politica rimasta l'esempio più alto di governo dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi e che porta prima alla ricostruzione del Paese e poi al risanamento del bilancio e al miracolo economico iniziato negli anni '60.

Ben più distanti appaiono le posizioni tra Sturzo e il gruppo dossettiano che, peraltro, va a contrapporsi a De Gasperi all'interno della DC. Sturzo e De Gasperi erano credenti che facevano della fede il proprio riferimento di vita ma non condividevano affatto l'ambizione messianica di “rifare una società cristiana”, come La Pira diceva. Rispetto al gruppo dirigente democristiano che si era formato negli anni Trenta e Quaranta (FUCI, Azione Cattolica, Università cattolica), già in primo piano alla Costituente, e che poi si troverà in posizioni di sinistra, divide anche il giudizio sul periodo antecedente al fascismo: “che l'Italia prima del fascismo non sarebbe stata affatto una democrazia”. Sturzo, attenuando vecchie intransigenze, scrive invece nel 1944 in l' Italia e l'ordine internazionale, che il Risorgimento è “una pagina degna della storia italiana” e da allora “la storia di un regime parlamentare con tendenze verso la democrazia” e che “la democrazia italiana che andava maturando tra il 1900 e il 1914 non aveva come ostacoli personali né Vittorio Emanuele, né Giolitti, né le pretese dittature monarchico borghesi che non esistevano”, bensì l'atteggiamento della borghesia industriale, l'assenteismo dei cattolici e il rivoluzionarismo della sinistra.

Inoltre la cultura cattolica dei deputati democristiani dell'Assemblea Costituente, che risponde ai nomi prestigiosi di Dossetti, Moro, La Pira, Fanfani, Mortati, è rivolta ad affermare, come Galli Della Loggia ha messo in evidenza, uno “stato di massa” promotore di solidarietà e di uguaglianza, che fa dire a Sturzo, a proposito della prima parte della Costituzione: “Lo stato è sempre invocato come il provveditore di tutto e di tutti”.

Lo storico del movimento dossettiano, Paolo Pombeni, ha rilevato, a proposito della diffidenza di questi uomini verso il liberalismo individualistico di origine illuministica, che in essi non c'era nessuna conoscenza dell'altro filone del liberalismo che va da Locke alla Costituzione americana e che, invece, Sturzo ben conosceva.

Al fondo delle diverse impostazioni si coglie una visione differente dell'uomo, potremmo dire, antropologica: da una parte una sorta di simmetria realizzata dall'alto; dall'altra una sorta di presa d'atto di una realtà dialettica e diversificata in cui la lotta è inderogabile: “lotta sociale come legge di progresso”, aveva intitolato Sturzo la citata opera giovanile; anche se per dare frutti e non drammi deve essere illuminata da Cristo, guidata dalla responsabilità e deve vedere potenziati i vari centri sociali in grado di svolgere funzioni di tutela.

La polemica si acuisce tra Sturzo e la Democrazia Cristiana quando, dopo la morte di De Gasperi, con Fanfani, arriva alla guida del partito una nuova generazione, portatrice di una visione più dinamica che privilegia l'organizzazione del partito ed è attenta alla gestione del potere anche per la necessità di contrapporre al comunismo una forza adeguata e vuole estendere la presenza del partito nei gangli vitali dello Stato. Sturzo coglie in questa nuova realtà i pericoli connessi all'ampliamento della mano pubblica nell'economia e alla crescita di una partitocrazia i cui interessi si intrecciavano con gli apparati dello Stato. La battaglia di Sturzo era rivolta all'IRI e all'ENI di Enrico Mattei ma anche alla sinistra della DC, responsabile dell'affermarsi di una visione della socialità viziata di socialismo che rifiutava l'interclassismo e riteneva una politica di riforme possibile solo attraverso l'alleanza politica coi partiti di sinistra. Al proposito egli sottolineava che “apertura sociale” non significa affatto “apertura socialista”.

La vicenda che dà il senso della contrapposizione nei termini più elevati, ideali e politici, in questione è la polemica tra Sturzo e La Pira “due personaggi grandissimi, che forse entrambi saranno Santi, ma che non esitarono in vita a combattersi aspramente”. Dice Gianfranco Morra in un incontro tenuto in Sicilia, “terra nella quale sono nati i due contrapposti e inconciliabili progetti politici dell'impegno democratico cristiano”: il primo, quello dello stato assistenziale di La Pira, è prima vincente e poi perdente; il secondo, quello di Sturzo, prima è perdente e poi vincente, teso alla alleanza delle due tradizioni europee di libertà, quella cristiana e quella liberale, per un disegno capace di far convergere libertà e solidarietà, stato nazionale e federalismo, eguaglianza di diritti e meriti.

La Pira aveva definito Sturzo “un retrivo rincretinito dal soggiorno in America” e aveva scritto che “l'economia moderna è essenzialmente di intervento statale”.

Sturzo definisce La Pira “lo statalista della povera gente, […] arrivato a pensare che lo stato, tenendo in mano l'economia, possa assicurare a ciascun cittadino il suo minimo vitale. L'errore degli statalisti, siano conservatori o democratici, consiste proprio in tale credenza, mentre la storia non ci dà un solo esempio di benessere economico a base di economia statale”. Sturzo aggiunge: “Non nego la necessità di interventi statali di eccezione per casi eccezionali, interventi temporanei e adeguati; nego che lo stato debba annullare la libertà economica sotto il pretesto della socialità non solo per il valore morale della libertà; ma anche perché i conti non tornano, siano i conti del caso per caso, siano i conti generali del ciclo economico […]. Sotto il fascismo non pochi perdettero il senso della personalità politico sociale dei cattolici e mutuarono dal fascismo metodi e dottrine corporative; oggi da non pochi, si tende a confondere la personalità politico – sociale dei cattolici con quella dei socialisti. Queste prospettive socialiste e comuniste della politica e delle economia, sono in sostanza soppressione di libertà, affossamento della personalità umana, dominio di un'oligarchia di funzionari gerarchizzati con la conseguenza dell'aumento ipertrofico della spesa pubblica e della diminuzione della produttività nazionale”.

Salvatorelli bollò queste posizioni scrivendo che il sacerdote calatino era passato da un “cattolicesimo temporalista” di fine Ottocento a un “liberalismo antisociale” di oggi, ma Einaudi, invece, nelle Prediche inutili notava: “Don Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono ragione di danno economico ma soprattutto perché corrompono la società politica, immiseriscono gli uomini, condannano alla tirannia e alla immoralità”. E, infatti, trova in lui la più ferma condanna la degenerazione della politica, quando da sintesi di interessi generali diventa gestione di potere nell'interesse di pochi: la partitocrazia.

Nel disegno di legge n. 124 del 1958, dal titolo: Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative, “censurava, già allora, l'esagerato impiego del denaro sia dei partiti sia dei candidati”. Allo stesso tempo non cessava di svolgere la battaglia andata famosa anche per il titolo fortunato che bene ne esprimeva i contenuti, quella dei “controllori controllati”.

Le polemiche lo portarono all'isolamento e Sturzo fu accusato di non avere capito i termini dell'economia moderna, in particolare di non aver assimilato la lezione keynesiana. E' certo che in quegli anni dietro la spinta per le riforme c'erano anche entusiasmi sinceri e disegni generosi per risolvere problemi gravi, per ridurre squilibri e favorire lo sviluppo. Negli anni successivi i mali che fin dall'inizio Sturzo aveva individuato: “le bestie enormi nemiche della democrazia […] lo statalismo, la partitocrazia, l'abuso del pubblico denaro”, si dilatarono e, mescolandosi con altri fattori (consuetudine alla gestione del potere in un sistema di democrazia bloccata, keynesismo esasperato, finanziamento dei partiti) costituirono una miscela esplosiva che doveva portare poi al crollo delle istituzioni e alla fine della DC, preconizzata dal sacerdote siciliano, in quanto ad essa sarebbe stato indispensabile un supplemento di eticità, come partito di ispirazione cristiana; una deviazione dalla moralità politica non le sarebbe stata perdonata.

Scrive De Rosa che “quando la guerra fredda incominciò a ritirarsi dallo scenario internazionale e si vide la ruggine tutta accumulata dentro le membra di uno stato fattosi vecchio e cadente, pieno di ingombri e vari affastellamenti di privilegi, anche questi di massa, l'utopia di Sturzo sembrò avere una sua attualità”.

L'uomo di pensiero, il politico, il sacerdote

Oggi, per la prima volta, la politica italiana può ispirarsi alla eredità di questo grande maestro che ha spaziato nel primo mezzo secolo del Novecento da protagonista, nel pensiero e nell'azione, dopo la grande lezione della Rerum Novarum, conoscendo la crisi dello stato liberale e l'avvento del fascismo, passando attraverso il contatto con le democrazie anglosassoni e poi mettendo in evidenza, con una dura contestazione da polemista, i difetti della rinata democrazia italiana. Le posizioni assunte nei vari periodi della vita (primo/ultimo Sturzo) possono avere accenti diversi, come si addice al sociologo della storia che si era formato alla scuola dello storicismo vichiano, ma presentano sempre una sostanziale coerenza: la contestazione è sempre rivolta al centralismo, sia rivestito dei panni napoleonici, sia quello autoritario di stampo fascista e corporativo, sia quello statalista di sinistra; le preoccupazione è sempre quella per le istituzioni che devono servire l'uomo e garantirne libertà e dignità.

Al proposito, come notava Marco Vitale in un convegno del 1999 a seguito delle delusioni per il modo con cui l'allora governo di sinistra attuava le privatizzazioni: “roba peggiore dello statalismo contro il quale si batteva Sturzo negli anni Cinquanta”, è importante recuperare, prima di tutto, non la battaglia “anti” fatta da Sturzo contro lo statalismo ma la battaglia “per”: quella “per la libertà, per la dignità della persona, per i principi democratici”.

E infatti quello della libertà è uno dei temi centrali di Sturzo: “apostolo di Cristianesimo, ma anche di libertà, secondo l'insegnamento inconfondibile del nostro Ottocento”, scriveva Spadolini.

Tutte le sue battaglie possono ricollegarsi a quella della libertà, una concezione della libertà in senso integrale con le radici in Dio “che ama gli uomini liberi”. Anche la libertà economica è importante, in quanto, se manca, vengono meno le altre libertà.

E a monte della libertà, la fede, integrale e cristallina, filo conduttore della vita, che anima il giovane sacerdote calatino spingendolo prima a creare le cooperative e a fare il pro sindaco della città di Caltagirone e poi a fondare il Partito popolare; che ispira le opere del pensatore nelle battaglie dell'ultimo periodo di vita.

La “ragione morale” che deve prevalere sulla “ragione politica”, quando fossero in contrasto, il primato assoluto della coscienza, spiegano anche l'intransigenza della affermazione politica, gli atteggiamenti che talora apparivano troppo rigidi.

Né la politica né la socialità si fanno senza forti contenuti etici. Scriveva in una lettera a Nicola Pistelli nel 1958: “Tutto ciò che è offerto e donato dall'alto va perduto, mentre quello che si produce con il proprio lavoro e il proprio sacrificio fruttifica […] se le riforme non sono impregnate di eticità, realizzate nel sacrificio, non approdano. E' questo l'insegnamento della storia del Cristianesimo nel mondo”.

Pensava che nelle coscienze, innanzitutto, si operassero i mutamenti sociali: credeva la rivoluzione sociale possibile solo con la trasformazione degli spiriti. Anche la democrazia non può essere fatta solo di maggioranze numeriche ma anche di contenuti, di spirito, e in ciò si richiamava alla famosa frase di Leone XIII: “La democrazia sarà cristiana o non sarà”. Da questo anche il dovere di educare alla politica con una testimonianza alta di rifore morale e di competenza.

Si è aperto a Roma, nei mesi scorsi, per Luigi Sturzo, sacerdote morto in fama di santità, il processo di beatificazione.

Nella relazione del cardinal Ruini vengono evidenziati due punti: l'obbedienza alla Chiesa e il servizio al bene comune. Obbedienza e laicità sono due aspetti della fedeltà di Sturzo alla Chiesa. Voleva servirla senza coinvolgerla in responsabilità che dovevano essere dai laici assunte in nome proprio e anche gelosamente difese; ma in quanto sacerdote sapeva ubbidire incondizionatamente, come al momento della sua generosa ed eroica accettazione dell'esilio. Anche nell'occasione della nomina a Senatore a vita, prima di accettare, chiese la dispensa esplicita, allora prevista dal codice di diritto canonico, da parte del Sommo Pontefice Pio XII.

L'impegno politico per il prete che voleva, prima di tutto, essere prete, era una proiezione dell'impegno sacerdotale e un modo di realizzare la carità cristiana, essendo la politica un ramo dell'amore del prossimo. E dentro la carità ci stava il perdono: come racconta l'esecutore testamentario, professor Palladino, ogni sera il duro polemista del “Giornale d'Italia”, lasciata la penna, congiungeva le mani per pregare per i propri avversari politici.

Già avanti negli anni Sturzo, scorrendo la sua vita, aveva potuto dire “di aver servito con rettitudine una causa non indegna di un sacerdote cattolico”. L'attività sociale, politica e di studio dell'uomo di pensiero e di azione risalivano e si motivavano nell'essere egli sacerdote. E, in altra occasione, aveva detto: “Io sono un sacerdote non un politico”.


Marcello Masotti
ottobre 2002

[l'autore ha pubblicato l'articolo sul mensile “Il Governo delle cose”, Nuova serie, Anno II, luglio – agosto 2002]




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