DEMOCRAZIA CRISTIANA, ANNO 1990

di Giovanni Spadolini


Presentiamo il discorso, tenuto il 7 febbraio 1990 presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma, dell'allora Presidente del Senato Prof. Sen. Giovanni Spadolini, in occasione della presentazione dell'opera in cinque volumi "Storia della Democrazia Cristiana" delle Edizioni Cinque Lune.

* * *

Saluto il presidente e il segretario della Democrazia Cristiana. Saluto tutti i colleghi parlamentari. Saluto con sentimenti di amicizia e di colleganza, vorrei dire professionale, i curatori dell'opera monumentale sulla "Storia della Democrazia Cristiana" giunta al quinto volume nelle eleganti edizioni delle "Cinque Lune". In particolare il suo animatore e coordinatore Francesco Malgeri.

Esprimo in primo luogo il mio compiacimento perché la storia dei fatti che andiamo vivendo diventi già storia. Quarant'anni fa, quando io entrai nell'università italiana come professore incaricato non esisteva la storia contemporanea ed era quasi bandita la storia dei partiti. Oggi le cattedre di "contemporanea" sono decine, e nel concorso del 1980, in cui ancora fui giudice, i candidati erano centottanta per ventisette posti. La storia dei partiti è certamente meno numerosa ma non meno significativa nelle personalità che la coltivano e nei ruoli da essi ricoperti.

Malgeri che è uno storico di razza ha saputo coordinare un'équipe. Un'équipe vasta e multanime che ha interpretato i vari momenti della storia della Democrazia Cristiana dalle origini fino al delitto Moro e agli anni di piombo, per poi arrivare all'ultimo decennio tormentata della vita italiana che ha visto anche l'alternanza dei laici alla guida dell'esecutivo e un nuovo rapporto fra forze cattoliche e forze laiche.

Non solo: Malgeri ha sempre unito la ricerca e la raccolta di materiale documentario prezioso ai profili storici che egli ha tracciato o fatto tracciare (è significativo che il coordinatore complessivo si sia riservata l'età di De Gasperi, cioé la più bella stagione della Democrazia Cristiana, quel periodo centrista al quale negli ultimi anni ripensava sempre Ugo La Malfa come al momento migliore dell'intera democrazia italiana post-bellica).

Consentendo questo innesto fra indagine storiografica e materiale documentario la casa editrice "Cinque Lune", cui si rivolge il mio cordiale pensiero, ha reso un grande servizio non solo agli studiosi ma anche agli studenti, ai ricercatori, a coloro che affrontano l'indagine dei problemi essenziali del nostro Paese dovendo superare le difficoltà di recepimento del materiale documentario.

Le generazioni future sono del tutto avvantaggiate rispetto alla nostra, che dovette affrontare ostacoli incredibili nel reperimento del materiale programmatico relativo alle forze politiche ottocentesche e novecentesche. Mi limito a ricordare cosa fu per me la ricerca del materiale dell' "Opera dei congressi", quando scrissi "L'opposizione cattolica" e quella del materiale non meno clandestino e catacombale dei repubblicani astensionisti, e legati al non-expedit politico fino al 1895, quando affrontai la storia del movimento repubblicano pressappoco negli stessi anni e sempre all'ombra del Mondo di Mario Pannunzio.

Quelle fatiche sarranno risparmiate alla futura generazione, e non è merito di poco. E particolarmente in questo momento in cui il travaglio delle forze politiche è così profondo e investe le stesse fonti di legittimità dei partiti politici e la loro storia.

Vorrei ricordare quanto fu complessa la scelta del nome del partito nel periodo clandestino e alla fine del 1942.

"Democrazia Cristiana" o non piuttosto Partito popolare? Quando i capi dell'antifascismo cattolico si riunirono a Milano alla fine del '42 per fissare le "idee ricostruttive" che avrebbero dovuto accompagnare la rinascita di un partito cattolico in Italia - la guerra, per il fascismo, era perduta, la possibilità di una pace separata affiorava all'orizzonte, il Vaticano puntava ormai tutto sulla carta delle potenze alleate, pressioni da oltre Tevere partivano verso il Re tentennante - il fronte appariva diviso a metà.

C'era chi propendeva per riprendere tale e quale la testata di Sturzo, "Partito popolare", avallata dal prestigio del suo fondatore, esule in America, vittima della destituzione vaticana quasi vent'anni prima, simbolo vivente di un antifascismo operoso largamente raccordato con l'antifascismo laico (il sacerdote siciliano era amico di Sforza e di Salvemini, aveva dato anche una mano alla Mazzini Society).

Dall'altra parte c'era chi guardava a qualcosa di nuovo, chi voleva segnare un taglio netto con le responsabilità o le debolezze del passato, avviare un nuovo corso dei cattolici italiani, del tutto svincolato da talune ambiguità del popolarismo non meno che da quanto era avvenuto fra le due rive del Tevere intorno e dopo il 1929. Non senza qualche reminiscenza gobettiana, non senza qualche ansia di una cattolica "giustizia e libertà".

Il contrasto fu mediato da De Gasperi, un ex-popolare del tutto sui generis, anche per una formazione culturale e morale estranea ai fermenti dell'opposizione cattolica post-risorgimentale, ai rancori delle catacombe clericali. Fu De Gasperi a far sua l'espressione nuova caldeggiata dai milanesi, dai "rinnovatori", soprattutto perché conteneva la parola "democrazia", implicante l'accettazione integrale e cordiale del metodo democratico da parte del nuovo partito cattolico: il che voleva dire molto dopo i Patti Lateranensi del '29, dopo l'indifferentismo dell'Azione Cattolica sul tipo di regime politico, dopo i residui, mai vinti, di clerico-fascismo o di corporativismo. E ci fu, perfino per De Gasperi un'influenza giobertiana, l'ombra di "Demofilo".

C'entrò poco, o niente, il richiamo alla prima "democrazia cristiana" di Romolo Murri, quella dei fasci del 1899, carichi di succhi socialisti e di presentimenti modernisti; fasci che avranno la tolleranza affettuosa di Leone XIII e l'opposizione impietosa di Pio X.

A Milano, i reduci del murrismo erano pochi o punti (sola eccezione di rilievo, Gronchi). C'erano i vecchi popolari; c'erano i cattolico-liberali di rito ambrosiano, da Meda a Migliori; c'era il gruppo di Malvestiti, l'unico che avesse incarnato un movimento di antifascismo attivo ma con una testata paradossalmente nostalgica e quasi romantica, con un patetico richiamo a "Cristo Re" opposto al Cristo del "Trono e altare" fascista, "movimento guelfo di azione". Ma cosa poteva dire, il guelfismo di così arcaiche origini, a un De Gasperi?

Qualche tempo dopo De Gasperi dette una spiegazione di quella scelta ricordando che in seno ai primi comitati unitari antifascisti era sorta "l'idea di chiamarsi democrazie unite: democrazia liberale, democrazia socialista e ... che cosa potevamo essere noi se non la democrazia cristiana?". E quasi contemporaneamente Sturzo in America era arrivato a spiegare che quel termine, "Christian Democracy", abbracciava una corrente di pensiero e di rinnovamento sociale che era comune agli Stati Uniti, che partiva da Wilson, passava da Roosevelt e sfiorava Wallace, salvo giungere successivamente al laborismo britannico e all'etica di Stafford Cripps. Che non era servizio da poco alla causa dell'antifascismo cattolico, e dell'Italia da liberare.

Le fortune della Democrazia Cristiana, quelle che si prolungarono per il trentennio culminato nel congresso del Palazzo dello Sport, partono da lì, dal 1943. Quel nome nascondeva una doppia vocazione, moderato-liberale e rinnovatrice. Col termine "democrazia" gettava un amo a tutto il mondo liberal-democratico, sbandato o disperso. Con l'aggettivo "cristiano" faceva appello alle masse cattoliche, al "popolo cristiano" che si era inserito a fatica nelle strutture dell'Italia legale anche sotto il fascismo ma mantenendo una sua autonomia, una sua caratterizzazione peculiare e inconfondibile.

De Gasperi riuscì a creare un partito completamente diverso da ogni modello europeo. Un po' erede dei blocchi moderati giolittiani; un po' continuatore del "messianesimo riformatore" di Sturzo (come lo aveva chiamato Gioberti) attraverso il sindacalismo cristiano, le ACLI, le correnti avanzate di una società cattolica che sarebbe arrivata a Dossetti e oltre.

Partito tendenzialmente repubblicano, ma senza rompere la continuità dello Stato. Partito ricco di umori riformisti, ma senza cesure radicali con l'esperienza prefascista. Partito proiettato nel futuro di un'Italia da rinnovare, e quindi in stretto raccordo con la logica dei comitati di liberazione, ma con una storia lontanissima da risuscitare e difendere, una storia pre-risorgimentale, pre-unitaria. Il culto dei simboli fu così forte che Scelba, uno dei fedelissimi della tradizione popolare, si preoccupò di far trovare i distintivi già fatti con lo stemma "Libertas", il simbolo dei comuni medievali, alla prima riunione della DC romana dopo la liberazione. E così rinacque lo scudo crociato.

Da De Gasperi a Fanfani a Moro, lo scudo crociato ha vissuto come asse centrale di un equilibrio democratico realizzato col concorso, spesso determinante, delle forze politiche di estrazione laica e poi socialista. Dal centrismo al centrosinistra fino alla fase dell'emergenza: dalla collaborazione con Saragat a quella con Nenni o con La Malfa. Nella tradizione della politica di alleanze che ha sempre caratterizzato la politica italiana, il blocco democristiano assumeva lo stesso posto delle maggioranze depretisiane o giolittiane: ma con l'aggiunta di un qualcosa di specifico, quell'anima popolare e sociale, cui mai De Gasperi rinunciò, che ritornò nella visione di Moro, che ispirò le giovani generazioni attratte dall'immagine di Zaccagnini.

Ma sempre partito di governo: diversamente dal Partito popolare che era nato in un'Italia diversa, in un'Italia ostile, in un'Italia in cui i cattolici erano ancora considerati con sentimenti di prevenzione o di diffidenza collegati alle lotte risorgimentali.

La grandezza di De Gasperi, fin dagli anni dell'esilio in patria, fin dagli anni della biblioteca vaticana così cari ad Andreotti, fu quella di intuire il ruolo e il destino nazionale e di governo del partito democristiano, e in questo senso del tutto separato dal Partito popolare: forse qui andrà ricercata anche una parte delle radici di quella diffidenza inconsumabile che divise De Gasperi e Sturzo.

Vorrei concludere queste mie parole di saluto, con un episodio raccontato da un collega senatore, Adriano Ossicini, in un suggestivo libro di alcuni anni fa "Cristiani non democristiani".

L'autore è un cattolico che non fu mai democristiano, figlio di un esponente popolare antifascista che ebbe un ruolo non secondario nella resistenza silenziosa e domestica di quell'ala minoritaria dei cattolici in gran parte di provenienza sturziana che non aveva piegato alla dittatura. Reduce dall'esperienza della sinistra cristiana che diventò dopo il '41 il gruppo dei cattolici comunisti, e come tale fu sconfessato dal Sant'Uffizio alla fine del '44. Ostile allo scioglimento del movimento che coincise al termine del '45 con la caduta del ministero Parri, con l'avvento del primo ministero De Gasperi.

Ebbene Ossicini, sturziano fino in fondo, e da questo punto di vista piuttosto critico che ammiratore di De Gasperi - racconta un incontro a Roma nel '37-'38, - ai confini fra liceo e università, con Alcide De Gasperi. Lo promuove, nel suo "salotto giallo", uno dei superstiti dell'esperienza popolare che non ha mai ceduto al fascismo, che ha tenuto vivi i fili di un'opposizione discreta, prudente, "cattolicamente" ispirata, Giuseppe Spataro: un notabile tanto tenace quanto guardingo.

Lo studente arriva da De Gasperi con le certezze di un giacobino-cattolico. Ossicini è per una linea di attacco, di iniziativa; ha coperture all'interno dell'Azione Cattolica; si ispira al magistero di padre Stefano Bianchi.

De Gasperi lo raggela: "il fascismo cadrà, ma per crisi interna". I cattolici non possono non essere prudenti, debbono pensare al domani. L'essenziale è essere pronti all'appuntamento del post-fascismo. Non possiamo ripetere - cito il senso, non le parole di De Gasperi - l'errore del '22, la rinuncia a guidare il governo: al momento della caduta di Facta, "quando Meda fu officiato per prendere il potere". "La successione al fascismo - ecco le conclusioni di De Gasperi - può essere da noi accettata ma in un ruolo di potere". O meglio di guida del potere.

Ecco perché De Gasperi seppe essere il leader del governo - dopo la generosa esperienza di Parri - prima ancora che qualunque verifica elettorale fosse stata compiuta. Non sapremo mai fino in fondo a che punto l'esperienza fortunata del governo De Gasperi incise sui risultati sia delle amministrative del '46, sia del voto congiunto per il referendum e per la Costituente. Certo una nuova storia nasceva e di quella storia siamo tutti in un modo o nell'altro compartecipi.

Giovanni Spadolini
7 febbraio 1990




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