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di Carlo Alberto Ciocci Il clima caotico e la crisi economica creatasi nel Paese subito dopo la prima guerra mondiale contribuirono a dare origine a due grandi movimenti che, nel bene e nel male influenzarono, con opposte ideologie, la vita degli italiani ed il destino politico dell'Italia fino ai giorni nostri: il Partito Popolare ed il fascismo. Il primo, i cui contenuti ideologici verranno poi trasmigrati nella Democrazia Cristiana, può essere considerato il primo grande movimento che sia riuscito a dare una svolta più che significativa alla politica di massa, permettendo così l'ingresso nella vita politica a tutti quei cattolici prima e alle masse popolari poi, che ne erano rimasti esclusi per diverse opposte motivazioni e concause. Il secondo rappresentato dal movimento fascista, solo grazie alla grande personalità di Mussolini riuscì dapprima a sopravvivere e successivamente ad imporsi nel mondo politico italiano. Questi seppe, infatti, con astuzia e con grande capacità sfruttare la situazione di malcontento del popolo e la incapacità dell' allora classe governante, riuscendo così a giungere al potere, con mezzi ben diversi da quelli dottrinali e pacifisti che si ispiravano al Partito Popolare. Il movimento fascista alla sua nascita era, infatti, essenzialmente un movimento di pochi, privo di programma di contenuto ideologico che, isolato dalla più parte, aveva peraltro subito anche una pesante sconfitta nelle elezioni politiche del 1919. In origine, tuttavia, le manifestazioni del fascismo si limitavano soprattutto ad azioni di lotta contro le organizzazioni socialiste ed erano orientate ad arginare il pericolo rappresentato dal bolscevismo rosso che incombeva in Italia. E sotto questa luce, non può disconoscersi che tali azioni furono anche ben viste da molti. Il movimento fascista, quindi, alla sua nascita non si prefiggeva nessun vero programma di rinnovamento del Paese che, invece, caratterizzava e contraddistingueva ideologicamente il pensiero politico del movimento sturziano. Probabilmente si vedeva, erroneamente, nella nascente organizzazione dei fasci esclusivamente un gruppo che perpetrava una lotta antisocialista e che aveva saputo raccogliere soprattutto il frutto del clima di insofferenza e di malcontento, caratterizzante quel particolare periodo storico, ma che si pensava non potesse che dissolversi di lì a poco tempo con la realizzazioni da parte delle forze politiche al governo di riforme sociali e con una economia nazionale più florida. E sotto tale luce, almeno nei primi mesi di vita del movimento fascista, non ci fu mai da parte dei Popolari e dei partiti di ideologia democratica, un dissenso verso quella nuova organizzazione né successivamente, una presa di posizione netta verso quel partito nascente che avrebbe di lì a poco cambiato il volto politico italiano ed europeo. Tale silenzio da taluni era stato, a torto, inteso come un larvato assenso ad alcune idee vagamente comuni con quelle del partito popolare, quali l'antisocialismo e la difesa dell'ideale nazionale che ispiravano anche il movimento fascista. Era stata infatti sempre chiara la posizione antisocialista dei cattolici e del Partito Popolare Italiano che aveva sempre difeso ed accettato l'idea nazionale, anche se non erano mancate da parte di taluni precise accuse per alcuni atteggiamenti dei cattolici nei confronti della guerra. In maniera più realistica c'è da ritenere che il Partito Popolare ed i suoi insigni uomini che lo rappresentavano non riuscirono però a percepire il vero volto del fascismo, sottovalutandolo per una reale mancanza di comprensione del fenomeno stesso. D'altra parte non può che rappresentarsi che i popolari erano impegnati nella costruzione del proprio movimento e nella preparazione del congresso di Bologna che avrebbe sancito la posizione del loro movimento come vero partito politico e che avrebbe portato alle elezioni del 1919 la loro grande affermazione politica. Le stesse elezioni del 1919 sancirono di contro la grande sconfitta dei fascisti che allontanati dai blocchi della sinistra e dagli altri partiti, presentandosi da soli, finirono per ottenere soltanto pochi consensi. Tutto sembrava presagire quindi la fine del movimento fascista, fuoco che sembrava già spento prima ancora di ardere, ma non era così. A tale conclusione si arrivò ben presto, facilitato anche dall'atteggiamento, nei confronti dello stesso movimento, di alcuni uomini di governo tra i quali fa spicco l'errata visione politica di Giovanni Giolitti. La possibilità, infatti, che i fascisti si organizzassero soprattutto per entrare in un governo era una ipotesi da tutti completamente scartata e ritenuta ideologicamente contraria al loro credo, almeno originario. Così si legge nel “Corriere d'Italia” del 14 ottobre 1922 che svolgeva il compito di dare voce al Partito Popolare: ” ... L'andata al governo dei fascisti sarebbe possibile se costoro rinunziassero al loro atteggiamento contro lo Stato e si collocassero come gli altri partiti coi quali dovrebbero collaborare, sul terreno costituzionale ... ma per il momento ? ... ” In definitiva mancava in tutti i politologi la reale visione di quello che fosse in “potenza” il movimento fascista e la comprensione della reale forza politica e di penetrazione che vi era in quel “piccolo” movimento che tutti sottovalutavano o non avevano realmente compreso. Solo successivamente quando, dopo aver preso piede in Italia, il movimento trasformandosi in partito politico, si apprestava ad entrare in Parlamento l'azione del fascismo, ideologicamente, assunse un volto preciso e diverso da quello che molti avrebbero voluto aspettarsi. Quel che risulta importante ricordare è che si arrivò alle elezioni politiche del 1921 con l'ingresso in Parlamento di ben 37 fascisti che trasformarono il Fascismo da movimento sentimentale a movimento politico. Con le seguenti parole ” ... Dopo le elezioni il Fascismo si è trasformato ad un tratto da movimento sentimentale in movimento politico ... ” pronunciate da Grandi al congresso fascista tenutosi a Roma dal 7 al 10 novembre 1921, si ha la vera svolta politica del movimento. Ed ancora una volta, sotto questa luce si intravedeva, erroneamente, nel nuovo partito l'abbandono di tutte le posizione estremiste e sovversive in favore di una nuova linea democratica e liberale. E sempre sul Corriere d'Italia del 8 novembre 1921 si leggeva: “ ... due ipotesi possono farsi: o che il Congresso adotti un programma puramente e semplicemente liberale, oppure che ne componga uno a mosaico dandosi il liberalismo ed il collettivismo, cementando tutto col mastice formale della democrazia ... certo, se il fascismo si decidesse ad infilare con risolutezza la via liberale, perderebbe un numero di aderenti più grande che non acconciandosi ad un programma ambidestro: ma non perderebbe la sua ragione di vita, lo scapito numerico sarebbe compensato dal guadagno di forza morale; altrimenti non è difficile prevedere che il fascismo a breve scadenza si sfascerà ... ” Nella sua azione “politica” il fascismo si rivolse soprattutto contro tutti i movimenti che considerava di ostacolo alla presa del potere, in particolar modo contro il Partito Popolare che con la sua ideologia e le sue organizzazioni rappresentava il vero antagonista politico. Con la sua intransigenza ideologica e di pensiero, infatti questo e le sue organizzazioni avrebbero potuto ostacolare dapprima la presa del potere e successivamente l'avvicinamento alla Santa Sede. L'atteggiamento di Sturzo nei confronti della politica di provocazione dei fasci fu, comunque sempre coerente con l'azione ispirata alla dottrina cristiana ed al pensiero ideologico dei popolari, imperniato su due punti fondamentali: la grande fiducia nella istituzione dello Stato e la esortazione a non rispondere alle provocazioni. Si riporta, a tale proposito, quanto contenuto nel “Il Corriere d'Italia” del 16 marzo 1922: " ... Raccomandiamo ai nostri amici di tutta Italia, contro i quali proprio in questo momento si rinnova la violenza, di mantenersi forti e sereni: e pure sostenendo l'urto con fermezza e dignità raccomandiamo, per quanto è possibile, di non raccogliere provocazioni ... Se, insomma, altri in nume del patriottismo si adopera effettivamente per arrecare danno all'Italia, dimostriamo noi in questo momento di saper anteporre il pensiero d'Italia a qualsiasi nostro, sia pure legittimo, interesse di parte ... facciamo noi, cioè, quello che gli altri non fanno che a parole: serviamo la Patria ... " Ancora Luigi Sturzo, rivolgendosi al movimento fascista si auspicava che la linea strategica adottata da Mussolini potesse subire quel cambiamento tale da consentire l'integrazione a pieno titolo nella vita politica ed attiva della nazione accanto alle altre forze politiche e democratiche. Ed è forse sotto questa luce che alcuni popolari della frangia destra del partito, anche se la cosa suscitò grande disorientamento, ritennero di entrare nel primo governo presieduto dal capo del movimento fascista. Vengono annoverati tra questi alcuni nomi illustri tra i quali Giovanni Gronchi, Stefano Cavazzoni, Vincenzo Tangorra ed Ernesto Vassallo. Si trattava in sostanza della presa di posizione della destra del partito che sperava di ottenere un cambiamento di politica del partito fascista. Le motivazioni di tale collaborazione vennero chiarite da Mario Cingolani che nel “Il Corriere d'Italia” del 31 ottobre così si esprime: ” ... la nostra collaborazione lealmente chiesta è stata lealmente data per un ritorno più rapido alla normalità della vita italiana ... perché nell'ordine e nella libertà possa adempiersi quell'ardua opera di ricostruzione nazionale per la quale è sorto il Partito Popolare ... Occorre che gli amici con pazienza e fermezza continuino l'antico lavoro …” Parole che mostravano ancora una volta la speranza che il movimento fascista potesse essere ricondotto su linee programmatiche ed ideologiche diverse e che con la collaborazione di forze ed ideologiche cristiane e sociali si sarebbe anch'esso ben presto adeguato alla linea democratica degli altri partiti. I fatti, tuttavia, dimostrarono il contrario.
Carlo Alberto Ciocci * * *
I Delegati dei Fasci si riunirono in congresso il 23 marzo 1919 presso i locali del Circolo degli Interessi Industriali e Commerciali in Piazza S. Sepolcro a Milano. * * *
Giovanni Giolitti (1842 - 1928). Entrò in Parlamento nel 1882 come deputato. Esperto in materia finanziaria divenne ministro del Tesoro sotto Crispi nel 1889 e successivamente primo ministro. Travolto dallo scandalo della Banca Romana, si dimise ma tornò al governo sotto Zanardelli, come ministro degli Interni .Negli anni 1911/12, due azioni avrebbero condotto l'epoca di Giolitti al declino: la conquista della Libia e il suffragio universale. * * *
DINO GRANDI nasce il 4 giugno 1895 a Mordano (BO). Combattente della prima guerra mondiale fu uomo politico di rilievo del movimento fascista, rilevando buone doti politiche. Sottosegreteraio agli Interni ed agli Esteri, divenne dapprima Ministro degli Esteri e poi ambasciatore a Londra. Guardasigilli e presidente della Camera dei Fasci. Condannato a morte, in contumacia dal Tribunale di Verona e dal Tribunale regolare dopo la liberazione fu, in seguito, amnistiato. * * *
Giovanni Gronchi nacque a Pontedera il 10 settembre 1887.
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