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di Carlo Alberto Ciocci Ritengo doveroso, nel terzo anniversario della scomparsa di Flaminio Piccoli, unirmi a coloro che hanno voluto ricordare il pensiero e l’opera di questo statista, che fu protagonista ed interprete della vita politica italiana ed europea nella seconda metà del XX secolo. Ancora vivo è in me il ricordo dei solenni funerali del 14 aprile 2000, svoltisi a Roma, nella Chiesa del Gesù, con la partecipazione di molti esponenti della politica, della cultura, di autorevoli estimatori e di tanti amici. Alla sua morte, Piccoli aveva 84 anni, essendo nato in terra austriaca il 28 dicembre 1915 dove la famiglia era stata “internata” per italianità. Ma è a Trento che Piccoli muoverà i primi passi politici dopo essersi laureato a Venezia in lingue e letteratura moderna ed aver partecipato, come ufficiale degli alpini, alla seconda guerra mondiale meritandosi due medaglie al valor militare ed aver partecipato alla lotta di liberazione. Nel 1945 lo troviamo, infatti, a condirigere il giornale della Resistenza trentina “Liberazione nazionale” e, successivamente, a “Il popolo trentino” (il giornale di un altro storico trentino, Alcide De Gasperi) e poi al quotidiano “L’Adige” che Piccoli dirigerà per oltre 20 anni. Per Piccoli, la vocazione era probabilmente quella del giornalista. E tale si è validamente dimostrato, come lo attestano centinaia di suoi articoli e la sua partecipazione a diverse rubriche televisive, specialmente durante il periodo, dal 1968 al 1992, che fu ininterrottamente, Presidente nazionale della stampa cattolica. Anche nel mondo dell’informazione fece le sue battaglie, con la presentazione di proposte di legge a garanzia del pluralismo nel mondo dei media, consapevole, sosteneva, “che la libertà di stampa è presupposto di tutte le altre libertà”. E, poiché non raramente giornalismo e politica rappresentano un binomio inscindibile, Flaminio Piccoli (Flam per gli amici), lo troviamo primo eletto alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione Trento-Bolzano, per il partito della Democrazia Cristiana, nelle elezioni del 1958, per essere poi sempre rieletto nelle successive legislature. A Roma, è apprezzato per il suo dinamismo, per il parlare chiaro, per la sua coerenza politica ed onestà intellettuale, per il coraggio nelle scelte talvolta impopolari. La mediazione, le manovre tattiche e compromissorie, ritenute persino virtù in politica, non gli erano congeniali: per lui, al momento di decidere, valeva il sì e il no, senza vie di mezzo, senza fughe in avanti, senza mascheramenti. In tal modo, Piccoli, nel gennaio 1969, dopo essere stato Vice Segretario, diviene Segretario nazionale della DC e, successivamente, ministro delle Partecipazioni Statali nei Governi presieduti da Rumor, Colombo e Andreotti. Nel maggio del 1972 assume la presidenza del Gruppo DC alla Camera, incarico che ricopre fino al luglio del 1978 quando viene eletto Presidente del Consiglio Nazionale per essere poi, nel marzo del 1980, rieletto Segretario politico della DC e, ancora, nel 1982, nuovamente Presidente del Consiglio Nazionale, carica che conserverà fino al maggio del 1986, per assumere, subito dopo, la presidenza della Internazionale Democratico-cristiana e di Presidente della Commissione Esteri alla Camera dei Deputati. Il suo ultimo impegno parlamentare avverrà con la elezione, nel 1992, a Senatore della Repubblica per il collegio Sorrento-Castellammare. Anche per chi scrive, per molti anni legato da fraterna amicizia e da vincoli di condivisibili battaglie politiche, non è facile parlare di questo protagonista della storia della DC e delle vicende del nostro Paese. Un personaggio per taluni “difficile da decifrare”, mentre, in realtà, era dotato di una grande carica umana e di alto senso dello Stato. In tutto questo, sorretto da una profonda fede cristiana che lo portava a vivere sobriamente e, inseparabilmente, dalla moglie Maria e dai tre figli. Piccoli considerava la politica un servizio reso alla comunità, svolto con il sostegno di una passione inesauribile, congiunta al rigore dell’idea e con la coscienza di compiere un dovere prima ancora che un diritto. Un dovere, ha lasciato scritto, “che deriva, al politico, dall’essere erede delle più grandi civiltà, di combattere con le armi dello spirito, la battaglia contro la violenza, contro l’intolleranza, contro il razzismo, contro l’ignoranza, contro l’egoismo, per assicurare la vittoria della pace, della unità e della solidarietà fra tutti gli uomini”. Un messaggio che non dovremmo mai dimenticare.
On. Carlo Alberto Ciocci ![]() |