De Gasperi. Onorevoli Senatori, la discussione generale è stata molto ampia. Diciassette oratori favorevoli e ventitre contrari. Quarantacinque ore di discussioni. Il Senato ha colto questa occasione per esprimere integralmente il suo pensiero ed ha soddisfatto - credo - le aspettative del Paese. C'è stata molta libertà di linguaggio. I colleghi dell'opposizione soprattutto non hanno mancato di espressioni molto energiche caratterizzando l'azione o l'atteggiamento del Governo. Specialmente alcuni colleghi, che io ho conosciuto in altri tempi come apprezzati collaboratori, hanno usato dei termini così radicali da far impressione nell'animo mio. Lo potete credere.
L'onorevole Negarville, hià mio collega al Ministero degli Esteri, ha detto, sapendo evidentemente che cosa voleva dire, che io avevo "mentito" e che avevo "ingannato il Parlamento sapendo di ingannarlo". Ci ha attribuito poi diversi altri titoli, come quello di "servi sciocchi", ed altri hanno incalzato su questo tono. L'onorevole Banfi ha parlato di "traditori", l'onorevole Morandi di "servi" e "demolitori della nazione", l'onorevole Sereni ha parlato di "un vicolo cieco della democrazia segreta", l'onorevole Scoccimarro ha trovato nel nostro atteggiamento "un machiavellismo deteriore" e l'onorevole Casadei ha concluso proclamando che le nostre azioni erano "una colossale truffa", e addirittura ci ha accusato di aver "arrotato il coltello nell'ombra per colpire il popolo".
Ho ascoltato, come era mio dovere, con la dovuta compunzione tutti questi giudizi; non mi sogno nemmeno di entrare in polemiche particolari sopra la fondatezza di tali accuse, ma invece, se mi permettete, voglio fare una cronaca, oggettiva più che mi è possibile, perché voi stessi giudichiate se le vostre qualifiche non siano state infondate o per lo meno affrettate.
Nessuna meraviglia che al gran pubblico, e forse a molti dei nostri colleghi, non sia chiaro il nesso fra i singoli fatti di politica internazionale degli ultimi mesi: molta confusione c'è tra il Patto di Bruxelles e l'Unione di Bruxelles, tra l'Unione Europea e il Patto Atlantico e l'organizzazione economica dell'OECE. Molta confusione perché quasi contemporaneamente queste iniziative si sono svolte, hanno preso figura ed hanno naturalmente una connessione causale o di collaborazione. Permettetemi che io ricordi le date principali.
Il Patto di assistenza di Bruxelles tra le cinque potenze venne proclamato e concluso il 17 marzo 1948. Gli italiani erano allora immersi nella campagna elettorale e non si sono occupati di questo Patto e specialmente durante la campagna elettorale non c'era che la cura da parte di tutti i partiti, compreso il mio, di declinare qualsiasi responsabilità, senza discutere sul Patto e senza venire ad un dettagliato esame del Patto stesso. Si diceva un Patto militare, direi che si è insistito sopra questo errore senza esaminare il carattere stesso e i termini del Patto. Ed è quindi spiegabile, e qui mi richiamo appunto alle affermazioni avvenute durante la discussione, è spiegabile che oggi ci dicano: voi nella campagna elettorale avete proclamato di non aderire. Direi di più, non solo aderire ma nemmeno ce ne siamo occupati e quando ce ne siamo occupati abbiamo detto: questo non ci riguarda, perché il Patto nacque al di fuori di noi e avevamo tutti l'impressione che esso riguardasse la difesa renana e soprattutto fosse rivolto al ritorno di una eventuale minaccia germanica contro gli Stati che avevano sofferto l'invasione e la guerra.
Sereni. Questo non vi preoccupava!
De Gasperi. La diplomazia italiana in questo periodo si applicava invece a proposte costruttive della organizzazione europea. Vi cito e ricordo le proposte del 25 agosto del Ministro degli Esteri italiano per un'organizzazione o una trasformazione permanente con funzioni diverse anche di carattere poltico dell'OECE; poi per promuovere, attraverso gruppi federalisti, una Unione Europea, Unione Europea che poi divenne un fatto compiuto attraverso l'unione più completa delle cinque Potenze, ma che ora viene considerata il primo germe di una organizzazione che potrà diventare federalista.
Era chiaro che l'Italia in questi movimenti cercava ancora la sua posizione, limitava il suo interesse soprattutto a quello che era ricostruzione dell'Europa ed unione delle forze europee. Dissi questo in modo preciso in una conferenza a BRuxelles il 20 novembre 1948, in cui, dopo avere affermato che l'Italia era per sua tendenza, per suo proposito occidentalista, aggiungevo però che circa i mezzi di questa ricostruzione, circa i modi e le procedure, si poteva essere di diverso parere.
Questa mia dichiarazione ebbe una conferma quando, durante il dibattito del dicembre 1948 alla Camera, conclusi che, secondo il mio parere, noi preferivamo qualcos'altro che non fosse il Patto di Bruxelles, cioè il Patto dei Cinque di assistenza, considerandolo piuttosto come un Patto di difesa renana e quindi in rapporto all'eventuale rinascita della Germania, dicendo che l'Italia aveva una posizione più mediatrice e che quindi non aveva fretta di agganciarsi in una simile formazione.
Intanto il Patto Atlantico, di cui si parlava da molto tempo, ma più nei giornali che nei consessi competenti, diventa una iniziativa ufficiale il 26 ottobre 1948. In una riunione di Parigi abbiamo il primo comunicato in cui si dice che i Cinque più l'America si erano trovati d'accordo sui principi di un Patto difensivo dell'Atlantico Settentrionale e sui passi da compiersi in questa direzione.
Le istruzioni del Ministro degli Esteri per gli ambasciatori, in questo periodo, quali sono state? Queste: agire per tenere aperte le possibilità per aderire o non aderire a trattative che venissero iniziate per questo Patto di sicurezza; non prendere nessun impegno da parte nostra; combattere soprattutto il senso di sfiducia che andava diffondendosi in qualche Nazione circa il valore della socialità dell'alleanza con l'Italia, valore interiore, questione morale quindi, ed insistere sopra l'apporto che l'Italia è chiamata a dare a una formazione di difesa della civiltà occidentale; interessare anche alla nostra situazione difensiva nel rispetto però del trattato di pace.
Io vorrei richiamare la vostra attenzione sopra questo punto di vista perché può essere oggetto di contrasto, lo riconosco. Ma noi avevamo il dovere fin dall'inizio di non sbarrarci la via a quello che noi consideravamo metodo necessario per svuotare della sua sostanza il trattato di pace nei suoi limiti e nella sua iniquità.
Che cosa è risultato da questi sondaggi fatti dai diversi ambasciatori presso le diverse Cancellerie? E' risultato questo, allora: primo, che appariva estremamente difficile di tenersi fuori del Patto di Bruxelles che in quel tempo veniva considerato dall'America come il passaggio naturale verso il Patto Atlantico, un Patto più largo; secondo, che sembrava molto improbabile di ottenere uno statuto particolare di garanzia ed eventualmente di prestiti per il riarmo, entro i limiti cui ho accennato, per la sola Italia, cioè un Patto bilaterale.
Il 10 dicembre 1948 cominciarono a Washington le riunioni per la redazione del Patto. Verso la fine di dicembre, dopo Natale, si ebbe l'impressione che le decisioni maturassero, e allora il Governo italiano inviò un memorandum per riassumere il proprio punto di vista sopra la più scottante delle questioni, cioè sopra la garanzia americana nei rapporti che per l'America sono in genere difensivi. Non è il momento qui che io vi possa leggere tutto il testo di questo memorandum; è ancora troppo presto e non attiene a me farlo in questo momento. Però vorrei farvi alcuni accenni per dimostrarvi il linguaggio pieno di responsabilità, la prudenza e la misura con cui abbiamo proceduto.
Il memorandum inviato da Roma il 6 gennaio è arrivato poi, attraverso le traduzioni, in mano del Governo degli Stati Uniti il 12. Incominciava così: "Quanto segue ha come scopo quasi esclusivo il far conoscere al Governo americano l'autentico stato d'animo dell'opinione pubblica italiana di fronte alla riconosciuta necessità della più stretta collaborazione a difesa della pace e della libertà umana". Ad un altro punto: "Esso vuole essere una candida espressione del nostro pensiero, che ci pareva doverosa verso il Governo e il popolo degli Stati Uniti, cui tanto dobbiamo e coi quali l'immensa maggioranza della Nazione italiana intende conservare e sviluppare i rapporti più intimi".
Ad un certo punto, descrivendo le conclusioni cui era arrivato il dibattito del dicembre alla Camera, il memorandum così diceva: "Le dichiarazioni finali con cui il Presidente De Gasperi, il 4 dicembre 1948, sintetizzò la linea del Governo di coalizione possono riassumersi così: amicizia, fiducia e gratitudine per gli Stati Uniti; rifiuto di ogni politica di isolamento; qualsiasi forma di neutralità essendo ormai impossibile; necessità della cooperazione europea, osservando che tutte le proposte Sforza tendono a questo scopo, prima fra esse l'Unione doganale italo-francese, solo esempio pratico di fattiva e concreta collaborazione europea, proposta dopo la proclamazione del Piano Marshall. Circa il Patto di assistenza di Bruxelles, il Presidente De Gasperi dichiarò in quella occasione che esso non appariva lo strumento più adatto per accentrare tutte le forze occidentali, essendo esso stato lanciato come un patto di difesa contro un eventuale nuovo pericolo germanico ed avendo l'Italia una posizione più mediatrice in confronto della Germania".
La conclusione era: "Impegno di sicurezza e contamporanea partecipazione al Consiglio europeo costituirebbero una graduazione ed articolazione di obblighi e di prestazioni che sembrano altamente augurabili. Ci occorrerebbe sapere a tempo opportuno se gli Stati Uniti assumerebbero di fronte all'Italia un impegno di assistenza per la sicurezza delle nostre frontiere e, nei limiti del trattato di pace, per il riarmo. Appena in possesso di tutti gli elementi che ci pervengano da Washington noi siamo pronti per una formulazione di proposte concrete su cui chiedere un voto del Parlamento".
Questo il documento fondamentale del nostro atteggiamento, documento che ho letto non per intero ma in alcuni brani sufficienti per dare allo stato presente il senso della tendenza. Questo documento capitò proprio nel periodo in cui in America intervenne la crisi. Il Segretario di Stato Marshall dimissionò ed il 20 gennaio entrò in azione il nuovo Segretario Acheson. Avemmo poi l'informazione che le discussioni sul problema italiano formarono oggetto di scambio di idee il 25 gennaio a Londra tra i Cinque e poi in America tra il nuovo Segretario di Stato ed alcuni tra i più autorevoli membri del Senato americano.
Il 25 febbraio - vi prego di fare attenzione un po' alle date che dimostrano come le cose precipitino al di fuori di noi - ...
(Interruzioni dalla sinistra)
... quando dico che avvengono fuori di noi, voglio affermare una cosa realissima, cioè che l'Italia non è in una posizione ombelicale nel mondo ... il 25 febbraio c'è una nuova riunione degli Ambasciatori a Washington, e qui è il caso della Norvegia che accelera tutto il procedimento. Evidentemente c'è stato un certo allarme, si è ritenuta una certa necessità di intervenire subito per una chiarificazione. Comunque sia, la preparazione dello strumento del Patto di adesione si accelera e il 3 marzo a Londra si definisce la bozza. Insisto su questa parola "bozza" perchè in inglese si è scritto non text, ma draft, quindi è giusto quello che abbiamo detto noi, che si tratti di uno schema e non del testo del Patto.
Il 4 marzo nella seduta degli Ambasciatori si conclude e si trova un completo accordo sulla definizione della bozza e sugli Stati che dovevano essere invitati e quindi anche sull'atteggiamento da prendersi in confronto dell'Italia.
L'8 marzo - vi prego di badare alle date - noi abbiamo avuto in mano un documento informativo in base al quale abbiamo convocato il Consiglio dei Ministri per le decisioni e in base al quale abbiamo compilato le nostre dichiarazioni presentate alla Camera e al Senato.
Corrispondeva alla verità il fatto di non conoscere il draft, cioè la bozza. Abbiamo detto di conoscere però il contenuto e le linee principali e ne abbiamo dato il significato, il tenore, conforme appariva in questo documento, e per la verità abbiamo anche aggiunto un particolare che era in risposta più o meno diretta al nostro memorandum, cioè che vi sarà preciso obbligo di contribuire prima o dopo eventuali attacchi a una comune difesa, nella misura consentita alle rispettive forze; tuttavia, poiché la dichiarazione di guerra è demandata, secondo la prassi democratica, al parlamento e poiché d'altra parte potrebbe essere conveniente che taluna delle parti contraenti rimanesse neutrale nell'interesse di tutte le altre parti, fino a quando non attaccata direttamente, il Patto non prevede automatica dichiarazione di guerra.
La nota informativa prosegue affermando che il draft sarà probabilmente pronto entro la settimana corrente e che quindi sarà comunicato ai Paesi. Le parti potranno partecipare ad eventuali discussioni precedenti la firma.
Quindi quello che abbiamo affermato lo abbiamo affermato in base a questa documentazione; la pubblicazione del Patto è prevista per il 15 corrente e la firma per il 4 aprile. I Paesi a cui si richiede l'adesione sono: la Norvegia, ammessa il 4 corrente alla discussione, l'Italia, la Danimarca, l'Islanda ed il Portogallo.
Richiamo alla vostra attenzione, poiché è stato affermato diversamente, che qui non è affatto prevista l'adesione e l'invito alla Spagna.
Terracini. Andreotti c'è andato in Spagna.
De Gasperi. Andreotti è un tifoso: c'è andato proprio per il calcio, invitato ufficialmente dalle organizzazioni sportive.
(Si ride)
Voi potete dire, se volete, che abbiamo sbagliato o siamo stati poco fortunati nella nostra comunicazione al pubblico, ma non ci potete dire che abbiamo fatto qualcosa per ingannare ...
Negarville. Come no?
De Gasperi. Comunque, in base a queste affermazioni, in base a questa documentazione, il 10 marzo il Consiglio dei Ministri ha preso nella sua responsabilità, alla unanimità, la deliberazione di aderire per suo conto, con un'adesione di massima, al Patto Atlantico. La sera dello stesso giorno io comuncai alla Camera che avrei fatto l'indomani delle dichiarazioni sulla politica estera. L'indomani feci le note dichiarazioni alla Camera e al Senato. La Camera discusse fino a tutto il 18. Il 18 arrivò il testo della bozza - chiamatela come vi pare, il draft. Noi eravamo impegnati a non pubblicarlo prima delle ore 17 del giorno 18; sapete che, di solito, la pubblicazione è concordata fra i due Governi. Ed è avvenuto che anche i giornali erano impegnati dalle rispettive agenzie a non pubblicare il testo prima di quell'ora. Comunque è stato pubblicato verso le due o le tre, e questo ha servito quasi a portarvi una prova del nostro mendacio e della nostra tendenza a tenere segreto qualcosa che doveva essere invece manifesto.
Casadei. Le aggressioni dall'interno.
De Gasperi. Parlerò anche di queste.
Una voce dalla sinistra. Avremo pazienza.
De Gasperi. Non tanta quanta ne ho io!
(Rumori)
Comunque nel giorno 18 la Camera ha concluso i suoi lavori. Si è fatto allora gran vociare contro la mia astensione, il mio silenzio durante il cosiddetto dibattito, cioè durante le dichiarazioni di voto di carattere ostruzionistico. Ebbene, ma io non avrei potuto parlare in quello stadio della discussione, a discussione chiusa, se non riaprendo la discussione stessa, prestandomi quindi ad una nuova tattica ostruzionistica che non era nell'interesse del Paese.
(Vivi applausi dal centro e da destra - Rumori e interruzioni da sinistra)
Colleghi della sinistra, permettetemi di fare ora la mia autodifesa senza interrompermi, poiché io non vi ho attaccato in nessun senso.
Una voce dalla sinistra. Ma si difende male!
De Gasperi. A questo ci penso io.
Il Senato dopo le due feste - si è desiderato di avere le feste a disposizione - iniziò, il lunedì 21, la discussione. Ora permettetemi a proposito di questa procedura - siamo ancora ad una questione di procedura - alcune osservazioni. Qualcuno potrà dire: perché non avete posto in discussione prima la tendenza, o la conclusione a cui eravate arrivati? E' molto semplice: perché non potevamo porre in discussione il problema prima di avere la risposta degli Stati Uniti, o prima di sapere almeno con certezza o con la massima probabilità, che saremmo stati invitati. E' evidente quindi che per il decoro dell'Italia e per un atteggiamento doveroso non potevamo discutere qualcosa che non era affatto definita.
E questo è stato fatto anche secondo le regole del più ampio, democratico sistema, per non dire poi secondo le regole antiche; ci sono qui dei maestri che, a questo riguardo, richiamandosi alla procedura seguita o ad altre cose, se mai mi accuseranno di eccesso e non di mancanza di democrazia.
In secondo luogo non sapevamo che questa risposta implicasse immediatamente l'invito ad accedere al Patto Atlantico di assistenza generale. Certo, stando alla procedura parlamentare o alla prassi, credo che le persone autorevoli che sono qui, che rappresentano la tradizione parlamentare, mi avrebbero concesso di comportarmi come si è comportato Bevin il quale ha rifiutato la discussione sul Patto prima di averlo elaborato e definito, oppure di dire come Schuman: "La mia firma non impegna la Francia. La Francia la impegnerete voi quando darete la ratifica". Ma abbiamo preferito venir subito al Parlamento non perché ci sia stato chiesto da chicchessia, oppure per la meschina finalità di riversare la nostra responsabilità sulle Camere. Abbiamo anzi detto chiaro che la responsabilità la prendevamo noi in quanto a noi competeva come era di dovere. Ma dovevamo pur prendere in considerazione il fatto che, per le circostanze a cui ho accennato prima, circostanze di cronaca e di storia, le Camere non avevano discusso la questione pregiudiziale, e la forma più ovvia era quella di prendere la propria decisione con la responsabilità ministeriale e presentarsi alle Camere in una discussione che desse o non desse la fiducie per compiere ed eseguire questa decisione.
Signori Senatori, io spero quindi che nessuno farà me e i miei colleghi responsabili del tentativo di riversare su altri quella che è la nostra responsabilità, soprattutto di tentare, e di ottenere attraverso questa discussione, una specie di preratifica, se non per la questione essenziale, per le direttive di politica estera in materia di discussione e di deliberazione del Parlamento.
Mi vorrete permettere di concludere che non c'è stata menzogna, non c'è stato machiavellismo deteriore; se volete vi posso ammettere che ci sono state le complicazioni derivate dal fatto complesso di un patto collettivo, di trattative che si estendono a tutto il globo. Il fatto è che questo Patto - dovuto ad iniziativa di sette stati promotori che hanno, naturalmente tenuto l'iniziativa in mano e dominato la procedura - ha portato alla alternativa che dovemmo presentare al Consiglio dei Ministri. E questa ormai non poteva essere posta che così: o accessione al Patto Atlantico, che in ogni caso esiste al di fuori di noi, o neutralità.
Neutralità, come la difendiamo? Con le unghie e con i denti ha detto, molto eroicamente, ma poco praticamente il generale Bencivenga.
La neutralità armata, cioè, difesa, è impossibile per la nostra insufficienza finanziaria e per la nostra insufficienza di materie prime d'oltremare. Anche per la neutralità i mezzi dovrebbero venire dall'America, quindi sarebbe stato indispensabile l'accordo con l'America, e l'America ci aveva risposto che voleva la collaborazione.
(Commenti da sinistra - Interruzioni)
Ma chi ci aiuta, chi ci aiuterebbe mai, se, posti dinanzi all'invito di accedere a una solidarietà collettiva, ci fossimo rifiutati egoisticamente di accettare ogni rischio comune? Ma nessuno!
Dobbiamo allora pensare ad una neutralità disarmata, confortandoci con le concezioni strategiche, che emaneranno certo da maggior competenza di quelle che possa aver io, dell'onorevole Palermo? Le linee di attacco o di difesa fra le due grandi Potenze sono lontane, passano lontane dall'Italia. Se tutti i tecnici militari fossero di questo parere potrei cominciare a dubitare di quello che, come laico e profano, mi pare una inverosimiglianza; ma i nostri consiglieri tecnici (anche se non è ancora costituito il Consiglio Supremo della Difesa, ci sono degli ufficiali, dei generali competenti) ...
(Commenti dalla sinistra - Interruzioni)
... dicono che, disgraziatamente, l'Italia non sarebbe tagliata fuori dalle operazioni, qualora queste operazioni militari si mettessero in moto, perché da una parte è la Valle Padana, quella che attira l'Oriente e dall'altra l'Italia peninsulare che attrae l'occidente; noi finiremmo alla meglio con la linea Gotica, con la divisione in due del Paese e con la guerra interna nel Paese.
(Commenti - Interruzioni dalla sinistra)
Li Causi. I consiglieri della disfatta!
De Gasperi. C'è ancora una possibilità, onorevoli Senatori. Secondo l'onorevole Terracini, dovremmo adattarci all'occupazione sovietica, che egli sembra ritenere probabile, ...
Terracini. Non io, ma i vostri strateghi la ritengono probabile.
De Gasperi. ... assicurando che saranno buoni se noi avremo dato prima un buon esempio. Supponiamo che sia vero. Ma gli altri, cioè i loro nemici, li lascerebbero indisturbati perché sono buoni?
(Interruzioni dalla sinistra)
Terracini. Ci hanno massacrato come alleati; si immagini se fossimo nemici.
De Gasperi. Io ho grande stima delle abilità dialettiche dell'onorevole Terracini, ma un po' meno delle sue concezioni strategiche.
Tuttavia devo riferire le parole che egli ha usato nel suo discorso: "Guardate, onorevoli colleghi, io non parlo per cinismo, perché ad un certo momento occorre vedere le cose come sono. Il nostro Paese sarà certamente percorso da armate nemiche. E da quali? Io non mi intendo di strategia, me non c'è generale o scrittore di cose militari, e i nostri giornali stanno riportando ampiamente articoli, e sono stati scritti libri, che non dicano che la maggior probabilità è che, per intanto, sarebbero gli eserciti sovietici a venire. Onorevoli colleghi, se ci vengono come in terra nemica, come in terra di conquista, come terra schierata contro di loro, ahimè, credo che questa occupazione sarà uno spaventoso dramma per il nostro Paese. Ma se queste truppe vengono e trovano un popolo che non si è schierato contro di loro, che non ha parteggiato per la destra o per la sinistra, ...
(Vive interruzioni dalla sinistra)
... ebbene, i russi non saranno quei diavoli scatenati che qualche abate va predicando sul pulpito. Ma i nostri soldati che sono stati in Russia, su questo almeno hanno tutti concordemente deposto: sulla gentilezza dell'animo popolare sovietico. Allora il problema si pone in questi termini: dobbiamo creare una situazione nella quale le nostre terre siano invase da un esercito che ci considera nemici o dobbiamo preferire che si sappia che non ci siamo vincolati in qualche modo con i suoi avversari?".
Dobbiamo, rispondo, affidarci a questa dialettica, anche supposto che tutto questo dipendesse soltanto dai russi e non dipendesse anche dagli altri? La nostra tesi è che disgraziatamente, quod Deus avertat, se un conflitto scoppiasse, l'Italia difficilmente ne potrebbe essere fuori e ciò indipendentemente dalla sua volontà.
(Commenti - Interruzioni dalla sinistra)
E poi un'altra argomentazione. Scusate, esiste nel nostro Paese tale concordia, tale neutralità morale, da infondere fiducia a tutti, che noi questa neutralità non la violeremmo e non la lasceremmo violare da alcuno?
Spano. Voi avete diviso il Paese con la vostra politica!
De Gasperi. Supponiamo, onorevole Spano, che la colpa sia divisa; il fatto è lo stesso.
Spano. Ebbene, potreste modificarlo.
De Gasperi. Certo, se ci aiutaste, potremmo farlo.
(Vivissimi applausi dal centro e dalla destra)
Non so se ho capito bene iersera l'onorevole Franza. Gli devo però osservare che il suo rivendicare il passato per concludere che tutti hanno fatto bene, quando l'hanno fatto in buona fede per il Paese, è una tendenza assai pericolosa, conduce a violare ogni legge, ogni giuramento, a parte la buona disposizione d'animo di coloro che sono messi in tentazione; bisogna che ci sia una legge, solo quella democratica, ed un solo dovere per tutti, quello dei cittadini di difendere la Patria dall'aggressore, chiunque esso sia.
(Approvazioni vivissime dal centro e dalla destra - Si grida: Viva l'Italia! - Commenti e invettive dalla sinistra)
E' una cosa seria quella che sto dicendo, che in questo momento non riguarda nemmeno voi, ma io che sono la pacificazione politica in Italia, ho paura di questi tentativi di riabilitazione del passato, non a vantaggio delle singole persone, il che importa poco, ma a danno di un principio che deve essere salvo; soprattutto, amici miei, abbiamo qui presente ancora, per la particolare benevolenza della Provvidenza, l'illustre uomo che ha rappresentato la riscossa dell'unità morale dopo Caporetto ...
(Applausi vivissimi e prolungati all'indirizzo del senatore Orlando - Commenti dalla sinistra)
Onorevoli colleghi, poiché fate delle interruzioni, vi dico che, al di sopra di qualunque differenza e divisione che ci possa essere stata, io mi inchino davanti a quest'uomo perché l'onorevole Orlando è stato la espressione di quella che dovrà essere anche domani in caso di invasione l'unità del popolo italiano.
(Vivi applausi dal centro e dalla destra - Ripetute interruzioni dalla sinistra)
Negro. Orlando lo univa il popolo, voi lo dividete!
(I senatori della sinistra si levano in piedi ed applaudono a lungo - Commenti dal centro e dalla destra)
E l'avete silurato, non l'avete voluto a Presidente della Repubblica!
(Commenti da tutti i settori)
De Gasperi. (Rivolgendosi ai comunisti) Onorevoli Senatori, mi rivolgo a voi per ringraziarvi ...
(Interruzione dell'onorevole Lussu - Proteste dal centro e dalla destra)
... vi dicevo dunque che vi ringrazio di non aver ripetuto qui dichiarazioni che forse vi sono state strappate in altre occasioni dall'affetto che vi lega - e lo riconosco, non senza fondamento, perché si tratta della vostra ideologia - al partito bolscevico.
(Interruzioni e commenti dalla sinistra)
Li Causi. All'Italia! Noi siamo stati nelle galere italiane!
De Gasperi. E' inutile che io vi ripeta le dichiarazioni che voi avete fatto, ma dovete ammettere che certe dichiarazioni non rafforzano nella pubblica opinione mondiale la convinzione che in Italia esista una neutralità morale e una unità nazionale.
(Interruzioni e commenti dalla sinistra)
Voci dalla sinistra. Siete stati voi i primi a prendere posizione! I comitati civici! I viaggi in America!
De Gasperi. Volete che io dia lettura della vostra stampa? Se credete che io abbia fatto offesa alla verità, sono disposto a leggervi le vostre dichiarazioni. Lasciamo stare: mettiamole a verbale.
(Il riferimento è alle dichiarazioni del senatore comunista Scoccimarro rilasciate in Polonia nel dicembre 1948 e pubblicate sull'Unità del 22 dicembre 1948: "La maggioranza del popolo italiano non prenderebbe mai le armi contro l'Unione Sovietica. Il popolo italiano vuole la pace e sa che non è possibile per un popolo che desidera la pace restare neutrale senza scegliere fra l'URSS che guida le forze della pace e l'imperialismo americano che capeggia il blocco di guerra. Scoccimarro ha dichiarato che se l'attuale governo italiano dovesse essere implicato in una guerra contro l'URSS ciò provocherebbe la guerra civile in Italia")
Mi auguro che venga un giorno che cadano tutte le barriere e che arriviamo, il più rapidamente possibile, almeno agli Stati Uniti d'Europa. Ma fino ad allora è delitto ...
(Interruzioni e commenti dalla sinistra)
... insegnare che la diserzione possa essere, in qualsiasi caso, un dovere morale.
Pastore. E' per questo che lei è rimasto in Austria!
(Commenti ed invettive dalla sinistra)
De Gasperi. Lasciamo stare gli esempi che si sono riportati di neutralità armata: Svezia e Svizzera, armate e sostenute dalla unità dei cittadini. E neanche l'esempio che si è portato della Turchia giova, in quanto che la Turchia si è salvata perché era alleata dell'Inghilterra e non era semplicemente neutra.
Veniamo ad alcune obbiezioni che sono state fatte durante la discussione. Mi pare che l'onorevole Pastore ha detto: "Il Patto già di per sé è causa di rottura con la Russia". Ma quanti Patti sono stati fatti prima di questo dall'altra parte in Oriente? E nessuna eccezione è stata sollevata. Per quale ragione un patto di assistenza fatto al di qua dell'Isonzo deve essere una ragione di rottura e i patti fatti al di là devono essere completamente accettabili e indiscutibili?
Una voce dalla sinistra. Perché da due anni insultate la Russia, lo spirito della Russia!
De Gasperi. Si dice che la maggior parte di questi trattati - mi pare che sia stato l'onorevole Terracini ad affermarlo - sarebbero per lo meno contemporanei al Patto di Bruxelles del 17 marzo 1948. Non è esatto. Sono ben 17 di questi 24 Patti, quelli che sono anteriori al Patto di Bruxelles. Ho le cifre qui, ma non voglio perdere tempo a leggervele. Va osservato poi che il sistema dei patti orientali è sostanzialmente diverso dal sistema del Patto Atlantico, in quanto in quelli è previsto l'intervento automatico e immediato in caso di aggressione, e in alcuni trattati - vedi Patto con la Bulgaria, Romania, Ungheria - anche in caso di minaccia di aggressione da parte della Germania o di qualsiasi altro Paese che si unisca direttamente alla Germania, e sotto qualsiasi altra forma.
(Vivi commenti ed interruzioni dalla sinistra)
Io non cito questi fatti, questa serie di fatti, se non per dire che non può essere che un Patto da parte nostra sia di per sé ragione di rottura con la Russia: non ce ne sarebbe assolutamente nessuna ragione.
(Vivissimi prolungati commenti dalla sinistra)
Ma voi forse direte: l'urto può accadere con riferimento al trattato di pace. Mi pare che anche l'onorevole Carmagnola mi abbia posto un simile quesito, se ho ben capito. Ora vorrei richiamare la Sua attenzione sopra l'articolo 8 del Patto Atlantico di assistenza, il quale dice che il Patto non deve contraddire a nessun impegni internazionale precedentemente preso. Quindi è ben chiaro che noi non possiamo accettare né il Patto Atlantico, né conseguenti accordi, i quali siano in contraddizione con il trattato. E' questa una delle caratteristiche più pacifiche del Patto.
(Vivi commenti e interruzioni dalla sinistra)
Abbiate pazienza, onorevoli colleghi, io ho presto finito; mi prendo un'ora in confronto delle quarantacinque occupate dai vostri interventi.
Si è sollevata anche qui, come alla Camera dei Deputati, la questione delle basi. Io alla Camera ho risposto, a proposito di alcuni ordini del giorno, e di un emendamento aggiuntivo che si era proposto, così: "Nessuno ci ha mai chiesto basi militari e, d'altra parte, non è nello spirito del Patto Atlantico, di pura assistenza fra stati liberi e sovrani, di chiederle o concederle". Questa dicihiarazione non è sembrata soddisfacente a chi aveva fatto la proposta allo scopo di poter stampare poi sui giornali che non ci volevamo assolutamente impegnare anche sulla questione delle basi.
Per essere assolutamente sicuro di questa mia interpretazione, che mi veniva allora improvvisa perché non eravamo stati chiamati ancora a discutere il testo e le singole clausole del Trattato, mi sono rivolto a Washington e ho avuto la dichiarazione formale che il pensiero espresso da me era precisamente il pensiero di tutti e sette gli Stati promotori. Quindi è completamente chiaro che in questo patto di pace non ci sono concessioni di basi di qualsiasi genere.
(Vivi commenti e interruzioni dalla sinistra)
Veniamo all'articolo 4. Rispondo anche qui ad obbiezioni venute specialmente dalla parte sinistra. L'articolo 4 dice: "Le parti si consulteranno ogni volta che l'integrità territoriale, l'indipendenza politica e la sicurezza di una delle parti sia minacciata".
Si è fatto un gran discutere sopra la dizione "indipendenza politica" come potesse essere interpretata in un senso diverso da quello comune di indipendenza nazionale. Ma gli studiosi della materia hanno subito trovato che questa è una dizione che si trova tanto nel Patto della Società delle Nazioni del 1919, come nel Patto dell'ONU; è una dizione comune che è entrata nella prassi di questi Patti.
Voce da sinistra. Che cosa vuol dire?
De Gasperi. Non so altro al di fuori delle interpetazioni che si sono date. Però debbo dire prima di tutto che non vuol dire quello che voi avete stampato sull'"Unità", mentendo e dicendo che il Signor Ministro degli Esteri del Canada abbia affermato che quella dizione è stata introdotta per interesse e su proposta di De Gasperi e di Schuman: questa è favola e questo non lo può provare nessuno, né direttamente né indirettamente. E' stato del resto smentito ufficialmente dal Governo canadese e dal suo ambasciatore a Roma.
Ritengo che qui si tratti, fino ad una interpretazione autentica e ufficiale, della cosiddetta aggressione indiretta, che viene da parte di bande irregolari, dal di fuori, sostenuta e foraggiata dall'estero in relazione con una insurrezione interna, ma non si tratta di attività rivoluzionaria interna, e così è stato escluso esplicitamente da Acheson nelle sue dichiarazioni.
(Rumori da sinistra)
Ad ogni modo fino ad esso non sono stato smentito nella mia fiducia nel popolo italiano e anche oggi essa è fermissima.
(Vivissimi applausi dal centro e dalla destra)
Il Governo che esce da libere elezioni e da libero Parlamento, non avrà mai bisogno di interventi stranieri.
(Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Vive interruzioni dalla sinistra)
Proli. In questo caso conta la volontà popolare, non quella del Parlamento.
(Commenti e interruzioni in tutti i settori)
De Gasperi. Non mi pare, egregi colleghi, di aver abusato della vostra pazienza, né ho cercato argomenti che potessero suscitare proteste. Ho cercato di dire delle cose, di portare delle constatazioni, comunque di esprimere, come avete fatto voi, liberamente il mio pensiero responsabile dinanzi ad una questione così grave per il Paese. Voi dite: perché grave? E' grave perché siamo divisi. Se fossimo uniti sarebbe una cosa facilissima. Un altro argomento che si è portato per dimostrare che il pericolo di guerra è gravissimo, che questo Patto invece che di pace è di guerra, è stata la psicosi di guerra e l'aggressività, come si è detto, di uno dei grandi contendenti, cioè dell'opinione pubblica americana. Si sono portati dei testi americani, che sono stati letti qui, testi veramente poco commendevoli, ma bisogna discutere e decidere conformemente alle decisioni di persone responsabili, bisogna tener conto delle affermazioni di Truman e delle affermazioni degli uomini più direttivi del Congresso e bisogna tener conto soprattutto della larga opinione media americana che è assolutamente pacifica. D'altro canto se noi volessimo continuare la polemica sopra l'aggressività, quante altre ragioni potremmo trovare anche dall'altra parte per affermare lo stesso. Oh, vi potrei far perdere tutta la giornata, ma certamente ...
(Vive interruzioni e commenti dalla sinistra)
Certamente vi potrei portare numerose citazioni di Stalin, di Lenin, e di Zdanof, ma io vi dico che comunque siano le dichiarazioni fatte, teoriche o fatte in altra occasione da questi uomini di Stato, io so che quel che vale nel momento decisivo è il senso di responsabilità ed io ho fede più nella responsabilità degli uomini russi che nel vostro atteggiamento.
(Vivissimi applausi dal centro e dalla destra)
Comunque, se tale pericolo esistesse nei maggiori Stati, che cosa si dovrebbe inferire per il contegno degli Stati minori?
Solo questo: che bisogna che questi popoli si mettano assieme per influire con la loro forza di Stati minori e frenare, loro che hanno provato la guerra, questa aggressività dovunque si manifesti; impedire che i grandi risolvano le loro questioni alle spalle dei piccoli e soprattutto alle spalle delle grandi civiltà europee.
(Vivissimi applausi dal centro e dalla destra - Commenti dalla sinistra)
Ecco perché, davanti al vostro pessimismo, io vengo con il mio ottimismo, con l'ottimismo che rappresenta la speranza in queste forze superiori di civiltà europea, in queste forze di popolo le quali, se vi sarà bisogno - e non ve ne sarà - che vengano opposte alle tendenze di guerra preventiva, esse saranno le prime chiamate a farlo per mettere l'Europa in piedi. Questo è il posto in cui l'Italia deve agire per la pace. Solo lì è dove essa può intervenire per la pace e la difesa sua e per la difesa di tutta l'Europa.
(Applausi vivissimi dal centro e dalla destra)
Trascinato dalla polemica ho dovuto parlar troppo di guerra, di un conflitto a cui non credo. Ma la ragione fondamentale per cui vogliamo partecipare a tutta questa opera di ricostruzione e di garanzia di ripresa europea è la pace, il lavoro nella pace. Abbiamo bisogno che esista una Europa ricostruita, abbiamo bisogno per i nostri operai, per il nostro lavoro, per le nostre forze morali e progresiste d'un campo d'azione per collaborare alla ricostruzione europea.
(Vive interruzioni)
Non so come mai a un uomo che viene dal popolo e ha sempre servito il popolo, che si è sempre sottoposto al crisma nelle elezioni popolari, voi potete ricordare tiranni e dittature che non hanno alcun riferimento con la realtà e con i sentimenti provati dal suo animo.
(Interruzioni e clamori dalla sinistra - Vivissimi applausi dal centro e dalla destra)
Li Causi. Anche il duce veniva dal popolo!
De Gasperi. Onorevoli Senatori, si è detto che questa attività, questo nostro atteggiamento minaccia i nostri rapporti con l'Oriente e, badate, con ciò non voglio dire che nella vita pubblica sarebbe più oppotuno essere sempre saggi, non ricorrere mai ad eccessi verbali, non scambiar mai lo Stato per il partito, ma dobbiamo ammettere che nel caso particolare di cui voi vi interessate, esistendo lo Stato partito, è assai difficile in certi momenti mantenere la distinzione doverosa che vale soprattutto per questo banco.
Si diceva che noi stiamo perdendo con la nostra politica i nostri contatti con l'Oriente, soprattutto i contatti di carattere economico commerciale. Mi pare d aver citato altre volte le cifre che ora dirò; ad ogni modo sono aggiornate: le importazioni nel 1948 sono cresciute da 19 miliardi a 34, le esportazioni dall'Italia sono cresciute da 13 a 36 miliardi. Quindi in confronto dell'anteguerra, che era l'11%, siamo nelle importazioni al 4,2% e di contro all'8& delle esportazioni siamo arrivati al 6,4%. Dunque non è vero che i rapporti particolari che ci hanno imposto nel Piano Marshall abbiano impedito lo sviluppo del commercio verso l'Oriente. Anche recentemente si sono autorizzate perfino forniture scaglionate di 180 grossi motori marini all'URSS. Quindi non è che ci sia una ristrettezza d'angolo, un'angustia, ma c'è già in atto il movimento di riassestamento, di ripresa, delle stesse vie del commercio, per quanto riguarda noi, che avevamo nell'anteguerra. Debbo occuparmi anche di un altro problema, perché nella lunga discussione si è fatto riferimento ai problemi interni, specialmente a quelli dell'industria meccanica. Quando voi deplorate la situazione dell'industria meccanica avete ragione. Infatti non c'è settimana che una questione di licenziamento, una questione di commissione interna, ma soprattutto una questione di disoccupazione in queste fabbriche non angusti anche il Governo. Ma non andate a dire che non abbiamo fatto niente. Noi abbiamo concesso 100 miliardi; ma qualunque sforzo facciamo all'interno, e bisogna farne di ulteriori, qualunque riforma proponiamo, e bisogna farle le riforme, senza la possibilità di collocare all'estero il lavoro e quindi senza la possibilità di un mondo che accolga la nostra emigrazione, non è possibile risolvere il problema. E' sempre lo sguardo fisso a questo problema che ci porta delle sintesi di decisioni come quella che oggi qui è oggetto di deliberazione. Questa solidarietà dell'Occidente soprattutto è necessaria per i nostri lavoratori emigranti. Entro questa Europa democratica faremo politica libera e sociale, indurremo anche le forze di conservazione a piegarsi alle nuove legittime esigenze ...
(Vivi applausi dal centro e dalla destra - Interruzioni dalla sinistra)
... purché voi con le vostre minacce apocalittiche non le rendiate così trepide della loro stessa esistenza sì da renderle poco intelligenti.
(Interruzioni dalla sinistra)
Onorevoli Senatori, se vogliamo il Paese indipendente, dobbiamo rispettare e rendere salda all'interno la legge della libera democrazia.
(Interruzioni)
E' inutile che voi descriviate dinanzi alle folle ignare un Governo e particolarmente un De Gasperi, reazionario. Quel giorno in cui sentissi - e credo che i miei colleghi al Governo siano del mio parere - di dover abbandonare la linea della democrazia in Italia, piuttosto che farlo abbandonerei questo posto!
(Vivi applausi dal centro-destra - Commenti dalla sinistra)
Se vogliamo veramente il progresso del lavoro bisogno riuscire a superare questo senso di insicurezza che paralizza l'ascesa economica. Noi governeremo secondo lo spirito della Costituzione repubblicana: all'interno difesa della libertà per tutti e conquista della giustizia sociale per le classi popolari; all'esterno noi ci ispireremo alle direttive dell'articolo 11 della Costituzione, che afferma che l'Italia ripudia la guerra, consente alle limitazioni di sovranità necessarie all'ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra Nazioni e promuove o favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Con questo programma, in questi limiti, con questo spirito, io chiedo da voi una parola di conforto per camminare sulla via che abbiamo intrapresa, via piena di responsabilità, via della quale conosciamo gli spini ed i triboli, ma via della quale conosciamo anche la mèta: la libertà. la forza, l'ascesa del popolo italiano.
(I senatori del centro e della destra si levano in piedi ed applaudono lungamente - Moltissime congratulazioni - Si grida da destra: Viva l'Italia! e contemporaneamente da sinistra: Abbasso la guerra!)