De Gasperi. Se l'opposizione desidera che io rinunzi al mio diritto di replica a 27 oratori sono pronto, per mio conto, ad accettare perché si possa più facilmente e più rapidamente venire alla conclusione. Mi pare, però, che un Presidente del Consiglio il quale, non avendone l'obbligo, ha portato prima del tempo innanzi a voi tutta la questione, ha diritto di essere sentito.
Non rispondo alle ingiurie, perché voi stessi (indica l'estrema sinistra) che le lanciate sapete che non hanno alcun fondamento.
Onorevole Pajetta, ho ascoltato con pazienza per un'ora e mezzo tutte le sue espressioni offensive contro il Governo, senza reagire. Credo di essermi meritato, per questa sopportazione, almeno cinque minuti di libertà di parola.
Le dichiarazioni che io ho fatto al principio di questa discussione sono state talmente complete e sostanziali che nessuno ha potuto rimproverarmi di aver omesso dei punti essenziali di giudizio perché la Camera potesse discutere e deliberare.
Ho riferito della decisione del Consiglio dei Ministri, ho parlato della natura del Patto, del carattere che lo pone come patto regionale dentro l'ONU, ho accennato alle linee costruttive del Patto, ho, in particolare, aggiunto che non si tratta di un impegno automatico, ma che si rispettano le prerogative parlamentari.
Ho aggiunto che sapevamo che saremmo stati invitati perché così era stato deciso. Non avevamo in mano l'invito formale perché i promotori devono completare la stesura della prima bozza del documento. Ho aggiunto che, secondo le comunicazioni pervenuteci, era certo che noi saremmo stati invitati e che potremo quindi discutere prima della firma, che dovrà venire apposta contemporaneamente a quella di tutti gli altri.
La questione che abbiamo posto al Parlamento, quindi, è pregiudiziale, di massima. Non è che il Parlamento sia chiamato oggi a discutere e deliberare - anche se lo conoscessimo in tutta la sua formulazione definitiva - un patto o uno strumento diplomatico. Questo verrà sottoposto alle deliberazioni delle Camere, naturalmente, dopo che sarà stato parafato dal Governo. Questa è la procedura costituzionale e la divisione delle responsabilità. Il Parlamento non deve compromettere le sue decisioni se non dopo che il Governo avrà presentato una formulazione che, per conto suo, abbia già dichiarato di accettare.
Quindi, la questione oggi non è di sapere quale sia la formulazione del Patto (badate bene, una formulazione che può essere solo provvisioria, perché si tratta di una bozza), ma è di sapere se un patto di assistenza, come viene proposto secondo le linee che vi ho indicato, possa essere accettato dal Parlamento italiano, dal Governo italiano, come un contributo alla pace generale e alla sicurezza dell'Italia.
Questo è il problema su cui voi siete chiamati a dare il vostro voto. Se la vostra risposta sarà affermativa noi potremo trattare e concluderemo col formulare uno strumento diplomatico, che in un secondo tempo sottoporremo alla vostra approvazione.
Questo è un metodo semplice, corretto, democratico.
Pur essendomi proposta la massima moderazione, sento il dovere di respingere, a nome mio e dei miei colleghi, le accuse di menzogna e di inganno che mi sono state fatte per i precedenti della preparazione di questo Patto.
Le dichiarazioni del 4 dicembre corrispondevano alla situazione di allora; ed è vero che allora dichiarammo che il patto renano da noi non era preso in considerazione per le sue caratteristiche speciali in confronto al problema germanico. E' vero che noi concentravamo allora i nostri sforzi sul problema dell'Unione e della ricostruzione europea. Si ricordino i due memoriali dell'agosto presentati dal Governo italiano. E' vero che allora ci limitammo ad un'affermazione generica di amiciazia per l'America, ad un'affermazione contro l'isolamento e ad un'affermazione in favore della sicurezza.
Fu appena nelle ultime settimane che il problema della sicurezza ci si è affacciato in maniera precisa.
Dico tutto quello che so; non posso sapere di più. Quando nei consessi internazionali l'iniziativa altrui abbozzò le linee di una proposta concreta e fummo dinanzi a una certa prospettiva di invito, allora trovammo naturalmente doveroso di prendere una risoluzione in seno al Consiglio dei Ministri. Appena presa questa determinazione, decidemmo nello stesso momento di presentarci alle Camere per chiedere la conferma della vostra fiducia. Questa è la situazione: una situazione semplice, corretta, democratica che è conforme all'uso parlamentare e, direi, allo spirito della Costituzione.
Sarebbe, secondo il mio parere, contrario alla Costituzione se un Governo venisse dinanzi a voi e, prima ancora di aver per suo conto vagliato, deliberato e assunto la responsabilità di una parafazione, vi chiedesse un voto su un progetto concreto formulato definitivamente.
Una voce dalla sinistra. E' una cambiale in bianco!
De Gasperi. Non è una cambiale in bianco, perché il progetto deve tornare alla Camera e su questo sarete sempre gli ultimi a decidere.
Dall'esito del dibattito e dalle agitazioni connesse al dibattito stesso derivò la necessità di chiarire i nostri rapporti con la Russia. Durante la conferenza della pace abbiamo tentato - come ricordate - parecchie volte un accordo anche con la Russia intorno a quelle che erano le nostre rivendicazioni. Voi sapete per quali ragioni non fu possibile ottenere un accordo per Trieste e per il suo territorio; tuttavia noi fummo per l'applicazione integrale del trattato, e ricordate che qui abbiamo dovuto difendere questo nostro atteggiamento positivo anche nei confronti delle obiezioni dell'opposizione. Fummo, soprattutto, per una soluzione pacifica della questione del territorio di Trieste e, in ogni fase della discussione anche pubblica, abbiamo dichiarato esser certo che la soluzione della sacrosanta rivendicazione di Trieste dovesse essere ottenuta per via pacifica. Queste dichiarazioni le facemmo, non in relazione alle nostre possibilità militari - che, naturalmente, non esistevano - ma perché volemmo indicare che questa questione, per quanto ci stesse a cuore, non doveva essere motivo di conflitto tra le singole potenze, e ancor meno di ostilità contro la Russia.
All'applicazione del trattato siamo arrivati, ed è stato molto doloroso e molto penoso. L'onorevole La Malfa ha ricordato qui la cessione delle nostre navi, ma egli sa che nel momento decisivo, dopo aver tentato tutte le possibili resistenze per avere per lo meno delle concessioni, quando si è fatto appello al nostro dovere ci siamo ricordati anzitutto del dovere di lealtà. Abbiamo detto che, nonostante il sacrificio che ci veniva imposto e il dolore che sentivamo inflitto soprattutto alla marina ed a quanti si preoccupavano delle nostre sorti, noi accettavamo l'applicazione del trattato, anche se con molto dolore. Non si può dire che con il nostro atteggiamento verso lo Stato russo abbiamo cercato di resistere all'applicazione del trattato, né abbiamo cercato pretesti per non applicarlo, né per creare delle ragioni di conflitto. Come con le altre nazioni, abbiamo sempre cercato di ravvivare, di completare e di integrare relazioni di commercio, così come con le altre nazioni slave. Oggi si tratta con la Jugoslavia per il problema dell'Adriatico, nonostante i nuovi atti di incorporazione che sotto diverse forme ha fatto la Russia.Nessun sospetto turbò i rapporti fra Stati e Stati.
La polemica si sviluppò invece contro la dottrina e l'azione del partito bolscevico. Essa si fece più viva dopo la creazione, nel settembre 1947, del Cominform non solo perché esso iniziò la lotta contro il Piano Marshall e gli aiuti americani, ma anche perché costituì allora un sottocomitato speciale per l'azione all'interno dell'Italia e della Francia.
Non è la prima volta che questa affermazione è stata fatta da me e da altri. Comunque, assumo la responsabilità di quanto ho detto!
L'onorevole Togliatti, a proposito del Cominform, aveva dichiarato altre volte di parlarne scherzando: questa volta ha dichiarato di parlare sul serio e si è richiamato ad una antica tradizione socialista e comunista, dell'esistenza e funzione dell'Internazionale socialista e comunista. Ci ha detto: in fin dei conti è sempre stato così. Mi pare però che la cosa sia alquanto diversa. Una conferenza sotto la direzione di un partito come il partito bolscevico, che ha in mano la forza ed i mezzi di uno Stato potente, è una cosa diversa, tanto è vero che i socialisti possono cavarsela con delle diffide senza rischi, mentre Tito riceve non un'informazione, come sembrerebbe derivare dal titolo, ma una condanna espressa, ufficiale, pubblicamente manifestata, per ragioni di politica interna e di politica estera, e l'ingiunzione perentoria di sottomettersi.
La mia affermazione si riferiva ad un documento pubblico del Cominform riguardante Tito.
Ora, fino a che punto - qui sorge una questione che vorrete obiettivamente considerare - fino a che punto questa solidarietà internazionale, così organizzata e presidiata, è compatibile con i doveri di cittadinanza previsti dalla nostra Costituzione e con la sovranità e indipendenza della nazione?
Non voglio citare qui manifestazioni del passato autunno. Ammetto anche che le dichiarazioni fatte ieri dall'onorevole Togliatti ne attenuino il significato. Egli ha dichiarato: contro l'Unione Sovietica la guerra non si farà perché il popolo lo impedirà.
Nessuno di noi vuole fare la guerra contro l'Unione Sovietica. Ma la questione è un'altra: la questione è di sapere se, nel caso l'Italia fosse aggredita, gli italiani abbiano il dovere di difenderla o il diritto di disertare. Questa è la questione!
Per conto mio, io credo, fermamente credo nel sentimento di lealtà e di onore dei lavoratori italiani. Ma non parliamo di guerra che mi rifiuto di ritenere probabile o vicina. Parliamo di pace!
Vi pare, onorevoli colleghi dell'opposizione, specialmente comunisti, vi pare che porti un senso di sicurezza, che desti un senso di fiducia negli italiani codesto vostro atteggiamento, che non è di neutralità ma di non impegno, cioè di isolamento, di abbandono, di porte aperte?
Credete questa una soluzione tranquillante sui due lati, a nord e a sud? Se il conflitto avvenisse, indipendentemente dalla nostra volontà, l'Italia sarebbe di nuovo spaccata in due. Non ragioniamo come se fossimo soli ed arbitri assoluti delle nostre sorti. Usciamo dalla considerazioni ideologiche di parte. Guardiamo all'Europa e al mondo come è. I patti collettivi o reti di patti bilaterali sono in cammino. Verranno fatti con noi o senza di noi, e con noi o senza di noi saranno fattori decisivi della politica internazionale dell'Europa e del mondo. Domando alla vostra responsabilità e con tutta serenità: ove potremo lavorare meglio per la pace, in seno ad un patto di assistenza collettiva e all'Unione Europea, o perdendoci in lotte ideologiche interne e appartandoci dalle correnti internazionali? Se noi aderiamo ad un patto difensivo in modo che sia esclusa qualsiasi aggressione contro la Russia e qualsiasi nostro obbligo di adesione a qualsiasi attacco, vi domando se noi non saremo allora nella migliore situazione per lavorare in favore delle soluzioni pacifiche e contro ogni pericolo di guerra, se mai sorgesse.
L'Italia, vittima della guerra passata, potrà portare nel foro internazionale lo spirito paziente e fattivo della sua ricostruzione, la voce del suo popolo, che ha bisogno di lavoro e di terra.
V'è qualcuno che debba dubitare del nostro spirito conciliativo quando, entrando nel Patto, dichiariamo già che non imposteremo nessuna rivendicazione circa il trattato, e appunto lo dichiariamo non perché sulla questione di Trieste abbiamo bisogno di adesioni da parte degli anglo-americani, ma perché urteremmo altrimenti l'atteggiamento della Russia?
E non dovremo sperare, per riflesso, anche in una distensione interna e in una rinvigorita disciplina nazionale, quando un senso di sicurezza libererà tutti dalle opposte tentazioni della sovversione o della dittatura?
Questa, onorevoli colleghi, è la via per preservare la pace e per salvare la libera democrazia in Italia!
Il popolo italiano, che cerca la sua unità in mezzo alle sofferenze del dopoguerra, ritroverà ancora le sue virtù tradizionali nelle pacifiche conquiste dell'ingegno e del lavoro.
Il contegno fazioso, che accentuate, non mi toglie la fede nel popolo italiano e nel suo avvenire.
Per questo popolo, per questo avvenire, non per un Governo, non per un partito, non per un gruppo, vi chiedo il vostro voto.