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IL QUADRO
VIETNAM - CENNI STORICI (1940-1965) * * * IL TESTO DELL'INTERVENTO DI ALDO MORO
Vorrei aggiungere che gli eventi, a quanto è dato a noi giudicare sono tutt'ora in una fase fluida e riguardano obiettivi di stretta natura militare e non le popolazioni. Pensiamo che soluzioni possono essere trovate alla condizione che, nel rispetto degli accordi internazionali a suo tempo conclusi, si rinunci al ricorso alla violenza e si ristabilisca la situazione di tregua che tali accordi si proponevano e dentro la quale può essere ricercata e forse trovata una soluzione adeguata, che salvaguardi gli interessi delle popolazioni locali e l'equilibrio delle forze mondiali la cui sensibile alterazione costituisce di per se stessa una grave minaccia per la pace. Dopo i primi gravi episodi che hanno determinato atti di rappresaglia da parte americana, destinati ciascuno a chiudersi in se stesso altri se ne sono verificati nel Sud Vietnam: ciò rischia di far continuare un circolo vizioso nel quale si disperdono le possibilità di soluzioni pacifiche e si apre il rischio di un aggravamento del conflitto. Con queste premesse ho già risposto ad alcuni punti sollevati negli interventi del senatore Mencaraglia e dl senatore Lussu sulle origini e la natura degli avvenimenti. Lo stesso sen. Mencaraglia ed anche il sen. Bartesaghi fanno riferimento agli accordi di Ginevra. Ma il punto della questione è proprio questo: individuare da chi questi accordi sono stati violati. Essi, come è noto, ponendo fine alla guerra francese in Indocina divisero il Vietnam in due zone all'altezza del 17° parallelo e ciò provocò la formazione di due governi di diverso regime sociale. Gli accordi che sancivano questa divisione prevedevano una successiva riunificazione dell'intero Vietnam sulla base di libere elezioni. Ma ciò non avvenne a causa della situazione venutasi a determinare localmente: da una parte si sviluppò l'influenza di Pechino sul nord Vietnam e la pressione attiva di Hanoi sul sud Vietnam; dall'altra, come conseguenza delle infiltrazioni e pressioni dal nord, il governo di Saigon chiese agli Stati Uniti una assistenza diretta a difendere il proprio territorio dalle infiltrazioni degli elementi addestrati ed armati nel nord e muniti di materiale militare straniero. Questi sono i precedenti dai quali è derivata la difficile situazione odierna. Non è quindi necessario ricercare molto lontano le responsabilità di tale situazione. Essa non deriva da una volontà di premeditata aggressione degli Stati Uniti, vincolati a dare assistenza al Vietnam del sud, ma dal tentativo di rompere unilateralmente una condizione di cose che è tra le eredità della guerra e della quale si può auspicare il supermaneto in forma pacifica. E' certo vero che la situazione creatasi nel Vietnam rappresenta un grave pericolo che ci si deve sforzare si sventare. Credo di avere indicato la strada da seguire per raggiungere tale risultato nella prima parte di queste mie dichiarazioni, allorché ho manifestato appunto l'augurio che venga trovata, in una cessazione della violenza, la base per la ricerca di una soluzione del problema di fondo. E' certo che anche da parte nostra si è doverosamente attenti ad una possibile estensione del conflitto. Dobbiamo peraltro constatare che, mentre da parte del governo americano si è ripetutamente respinta l'eventualità di ogni sua estensione, l'insistenza dall'altra parte nella propria iniziativa d'attacco è sintomo preoccupante di propositi che possono andare oltre il settore in questione per coinvolgere più vasti disegni. Nello stesso quadro generale che riflette uno specifico orientamento e sul quale credo di essermi già espresso, l'on. sen. Bartesaghi introduce due nuovi specifici elementi sui quali ritengo sia opportuno fornire qualche precisazione. Anzitutto egli accenna alle vicende del Laos. E' utile che egli abbia toccato questo argomento, perché è proprio in quel settore che si è rivelata la difficoltà di assicurare, attraverso una collaborazione fra le varie tendenze, quella politica di neutralità che viene spesso invocata per il Vietnam. Avvenimenti recenti sono appunto il riflesso di questa incapacità pratica di adattarsi ad una situazione che era stata giuridicamente fissata da un accordo internazionale, volontariamente sottoscritto dalle parti interessate. L'altro punto sollevato riguarda la possibilità per il Governo italiano di promuovere una propria azione in appoggio alla convocazione della conferenza di Ginevra. Mi si consenta di rispondere con tutta franchezza che il realismo politico, dal quale nella nostra responsabilità non possiamo dipartirci, ci consiglia la sola iniziativa che ci compete, quella di secondare quella soluzione che apparirà la più idonea ai paesi interessati. Sono stati avanzati suggerimenti a favore di incontri ad alto livello. Pur giudicando che questi incontri possano giovare, è difficile sperare che iniziative del genere possano realizzarsi prima che la situazione si decanti. Ed è questo che noi come ho avuto occasione di dire al principio di queste dichiarazioni, ci auguriamo che avvenga con la buona volontà di tutte le parti in causa. Ciò non significa, come ho già detto, che noi rimaniamo inerti. La nostra opera si svolge, com'è ovvio, sul piano del consiglio alla moderazione, nei termini e nei limiti sopra indicati. Posso assicurare che noi siamo in continuo contatto con tutte le fonti di informazione e di valutazione, allo scopo di poter dare agli sviluppi della situazione una considerazione adeguata e costruttiva. Mi sembra di poter affermare che da parte degli Stati Uniti la situazione è affrontata con senso di responsabilità. Abbiamo rilevato con compiacimento che, non appena gli eventi si sono prodotti, Washington, nel sottolineare i ben precisi limiti della sua azione, ha provveduto ad informare il Presidente del Consiglio di Sicurezza sull'accaduto. Ciò facendo, essa ha confermato la sua fiducia nelle Nazioni Unite e di questo noi, fervidi sostenitori dell'ONU, non possiamo che prendere atto con soddisfazione, perché consideriamo questa procedura come una rinnovata prova di adesione alla supremazia della legge internazionale. Infine, un'ultima considerazione di ordine generale. La zona di pericolo è zona a noi remota. Non vi abbiamo interessi diretti, né impegni politici e militari, ma vi abbiamo, nella doverosa comprensione per la posizione e la responsabilità degli Stati Uniti, gli interessi della vocazione universale e indivisibile di pace e di sicurezza, cui abbiamo ispirato sempre la nostra attività in seno all'Alleanza atlantica. Il nostro obiettivo appare quindi quello di attirare l'attenzione sui pericoli che convengono nel Sud-Est asiatico e sull'opportunità di evitare, com'è dichiarato proposito degli Stati Uniti, il determinarsi di condizioni suscettibili di provocare l'estensione del conflitto. Vorrei concludere rivolgendo nuovamente un appello perché gli eventi vengano seguiti e commentati con giusto equilibrio, avendo presenti le esigenze della pace e della sicurezza internazionale. Confido che questo alto Consesso, nel suo senso di responsabilità, vorrà concordare con questo indirizzo che risponde ai principi che devono reggere la condotta degli affari internazionali e che sono alla base del nostro programma di Governo. Aldo Moro Presidente del Consiglio dei Ministri 12 febbraio 1965 Altri articoli su Aldo Moro, presenti su democraticicristiani.it
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