|
(16 MARZO 1978 - 16 MARZO 2003) di Ivo Butini Il venticinquesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e della uccisione della sua scorta ha riproposto, seppure in termini meno clamorosi del ventesimo anniversario, la distinzione tra il "caso" Moro e la memoria dell'uomo e dello statista. Sul "caso Moro" ci sono sostanzialmente due scuole. L'una spiega quello che si sa, l'altra spiega quello che non si sa. L'una afferma che quello che non si sa non esiste, l'altra afferma che quello che non si sa è importante. Così il "caso Moro" rischia di non chiudersi mai, perché dipende anche dall'interesse di estranei utilizzarlo nelle varie contingenze politiche. Altro è certo il caso della famiglia. Il figlio Giovanni ha fissato, ci sembra correttamente, tre livelli di verità: la verità storica, la verità politica e la verità giudiziaria. Quella che generalmente viene creduta di meno è la verità giudiziaria, che tuttavia dispone di un'ampia documentazione, di cinque procedimenti penali e più di 150 condanne, fra le quali 27 ergastoli. La verità giudiziaria ha certamente considerato anche il quadro "storico" dei fatti e il loro "scenario" politico. Se Quello che si sa non è considerato sufficiente, figurarsi come corre l'immaginazione in quel vasto campo opinabile che è la politica e, ahimè, la storia. Un altro aspetto del problema, arduo ai confini dell'arbitrio, è l'eredità politica di Aldo Moro. Il Presidente della Camera dei Deputati, on. Pierferdinando Casini, ha esortato a non dividersi sull'eredità di Moro. Chi sarebbero gli eredi di Moro? E su che cosa si dividono? Il problema ha meno fondamento di quanto potrebbe sembrare. E' arbitrario dire che, oggi, Moro avrebbe fatto questo o avrebbe fatto quello. E', invece, possibile ricostruire quello che Moro fece e pensò nel corso della sia vicenda politica. Oltre le tre verità che abbiamo prima ricordate ne esiste una quarta: la verità umana. Questa è una verità inaccessibile che può essere conosciuta solo dalle persone e da Dio. Noi pensiamo che esistono ampie possibilità per cercare di stabilire quale sia il patrimonio politico che Moro costituì con la sua azione e con la sua riflessione. Noi pensiamo che i discorsi e gli atti politici debbano essere collegati alle lettere che Moro spedì dalla "prigione del popolo". Noi pensiamo che anche le relazioni di Moro con i militanti della DC che lo conobbero ed ebbero con Lui consuetudini di attività possano concorrere a definire il suo patrimonio politico. A questo fine apriamo una Sezione che chiamiamo "scaffale" dove possono affluire i documenti e le memorie di quanti vogliono collaborare. A titolo di esempio forniamo due "testimonianze": una dello stesso Moro, del febbraio 1965, quando parlò al Senato della Repubblica sulla situazione del Sud-Est asiatico, inquadrata nei fatti del tempo; l'altra, un articolo apparso su un periodico di Firenze nel 1976, a commento della elezione di Moro alla Presidenza del Consiglio Nazionale della DC, ancora inquadrata nei fatti del tempo. Perché la verità di Moro bisogna cercarla nella vita di Moro e non nelle utilità, più o meno nobili, del nostro non esaltante presente. Ivo Butini16 marzo 2003 Altri articoli su Aldo Moro, presenti su democraticicristiani.it
|