1. ASSENZA
Venerdì 8 aprile 1988 fu presentato a Palazzo Pepoli, a Bologna, il volume su Giuseppe Fanin, nel 40° anniversario del suo martirio.
Il volume, curato da Alessandro Albertazzi, docente di storia nell'Università di Bologna, reca la presentazione dell'Arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi.
Il volume fu patrocinato da otto Associazioni: Democrazia Cristiana, ACLI, CISL, Coldiretti, Confcooperative, Casse Rurali e Artigiane, FUCI, MCL.
Nel novembre 2003, sempre a Bologna, hanno dedicato un Convegno a Giuseppe Fanin la CISL, le ACLI, l'MCL, la Coldiretti e la Confcooperative.
La prima Associazione dell'elenco dei promotori del Convegno del 1988, la DC, era nel 2003 assente per discontinuità, una malattia politica mortale che comprende l'idea di eutanasia e di suicidio, sempre a fin di bene.
Si leggono, comunque, presenze di molti democratici cristiani.
2. PRESENZE
Cardinale Giacomo Biffi
ll Cardinale Giacomo Biffi, al termine della cerimonia di chiusura del processo diocesano di canonizzazione di Giuseppe Fanin ha detto:
"La Chiesa non si cura troppo di tener vivo il ricordo degli aggressori e degli aguzzini, ma non vuole dimenticare gli eroi della sua 'resistenza': una resistenza che essa contrappone da sempre agli assalti dell'insipienza, della irragionevolezza, della violenza liberticida, della crudeltà disumana; una 'resistenza' millenaria, la sua, che non si affievolisce nel tempo; una 'resistenza' impavida e forte, ma serena, senza rancori, senza odiose e conclamate manifestazioni di parte".
On. Giovanni Bersani
Promotore del Movimento Cristiano dei Lavoratori Italiani, già vice-presidente delel ACLI, parlamentare della DC, sei volte alla Camera dei Deputati, una volta al Senato della Repubblica, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale nel VII Governo De Gasperi (1952-1953), parlamentare europeo dal 1960 al 1984, ha così ricordato Giuseppe Fanin:
"Fanin era ben consapevole dei gravi rischi che correva. La zona di S.Giovanni in Persiceto, dove iniziava "il triangolo della morte", aveva visto, infatti, a cavallo del 1945 e dopo, l'uccisione di diversi sacerdoti ed esponenti cattolici".
Giuseppe Fanin aveva partecipato all'attività di un gruppo di ricerche con speciale impegno nel settore dell'agricoltura e si trovò a confronto con la sinistra egemonizzata dai comunisti. In quella situazione, Bersani osserva che "la sua uccisione non fu un fatto casuale". Conclude Giovanni Bersani:
"La linea oscura della violenza ha provocato, negli anni, altre vittime che avevano la stessa sensibilità e la stessa fede di Fanin: Tobagi, Tarantelli, D'Antona e, ultimo, il nostro concittadino Marco Biagi, tutti impegnati nei problemi del mondo del lavoro".
On. Pier Ferdinando Casini, Presidente della Camera dei Deputati
Presente al Convegno 2003, l'on. Casini ha concluso i lavori con un suo intervento.
"Forte delle proprie idee, dei valori in cui credeva, della solidità dei suoi convincimenti, Giuseppe Fanin scelse la via del dialogo e del confronto in un contesto politico e sociale in cui pure sembrava prevalere la logica dello scontro e della contrapposizione frontale. Sappiamo oggi che il suo sacrificio non restò purtroppo isolato. Furono scritte altre agine drammatiche, rimaste a lungo ingiustamente nell'ombra". (FONTE: "Avvenire" 6 novembre 2003 - p. 17).
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3. CHI ERA GIUSEPPE FANIN
La numerosa famiglia Fanin, coltivatori diretti di Sossano Vicentino, viveva in Tassinara di S.Giovanni in Persiceto (BO) dal 1910.
Giuseppe, secondo di dieci figli, nacque l'8 gennaio 1924. Riuscì a sfuggire alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente dopo la fine della guerra, Giuseppe e il padre Virgilio furono prelevati da quattro partigiani - ragazzi del luogo ben conosciuti - perché sospettati di aver collaborato con i fascisti. Portati nella sede del Comitato di Liberazione Nazionale furono naturalmente prosciolti da ogni sospetto.
I Fanin furono tra i primi fondatori della Sezione DC di S.Giovanni in Persiceto. Giuseppe, diplomato nell'Istituto Agrario di Imola, fondò le ACLI.
Nel 1946, in rappresentanza della corrente cristiana nella CGIL, partecipò all'Assemblea preparatoria del Congresso della Federterra. Fu, come altri, oggetto di incidenti e di tentativi di aggressione. Tra il 1946 e il 1948 le cooperative di consumo bianche furono assalite e saccheggiate.
Un documento della Federazione bolognese del PCI affermava che "la terra non si compra, ma si conquista".
Laureato nel 1942 in agraria nell'Università di Bologna, si interessava dei contratti agrari e della compartecipazione. Nei mesi successivi all'attentato a Togliatti da parte di un giovane neofascista (14 luglio 1948), fu tacciato, in un volantino della Lega braccianti di S.Giovanni in Persiceto, di essere un "servo sciocco" degli agrari.
Il 7 novembre del 1948 avrebbe dovuto tenere una relazione al Convegno di Molinella. La sera del 4 novembre, mentre rientrava a casa in bicicletta, fu abbattuto a colpi di sbarra da tre braccianti comunisti, su mandato del Segretario della Sezione del PCI di S.Giovanni in Persiceto (FONTE: Per Giuseppe Fanin - Documenti - Nuova Universale Cappelli).
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4. LA NOTA
Il "Quotidiano Nazionale" di mercoledì 5 novembre 2003 pubblica un'intervista di Giovanni Morandi a Otello Montanari.
Otello Montanari nacque a Reggio Emilia il 10 maggio 1926. Commissario dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) durante la Resistenza, fu ferito in uno scontro a fuoco sulla Via Emilia. Fu eletto deputato per il PCI nel 1958. E' stato assessore al Comune di Reggio Emilia e Presidente dell'Ospedale di S.Maria Nuova di Reggio Emilia.
Il 29 agosto 1990 "Il Resto del Carlino" pubblicò una lettera dell'on. Montanari sui delitti del dopoguerra, scritta dopo essersi consultato col Segretario della Federazione Comunista. La lettera fu inviata anche a "L'Unità", che però non la pubblicò.
L'on. Montanari distingue tra esecuzioni sommarie, cioè applicazione senza processo della pena di morte contro avversari politici e combattenti; e delitti politici, cioè uccisione di singole persone per il ruolo da loro occupato (dirigenti di fabbrica, sacerdoti, ufficiali dell'esercito). L'on. Fassino, in visita a Reggio Emilia, dette ragione all'on. Montanari. Poi s'intiepidì. L'on. Montanari cita altri dirigenti comunisti (o derivati) che ebbero opinioni diverse. Fu escluso dal Comitato Provinciale dell'ANPI, dalla Presidenza dell'Istituto Cervi, dalla Commissione regionale di controllo.
Ha sfidato Giampaolo Pansa, che scrisse contro di lui un articolo su "La Repubblica". Giampaolo Pansa è autore del libro "Il sangue dei vinti" edito da Sperling e Kupfer, in libreria dalla metà di ottobre, e in vetta alle classifiche di vendita.
L'on. Montanari elogia il Presidente della Camera che ha chiesto di far luce serenamente e senza rancori ideologici sui fatti degli anni immediatamente successivi alla guerra.
Dice l'on. Montanari: "Ci sono famiglie che vengono da me e mi dicono: non le chiediamo chi siano stati i responsabili, ma solo dove sono sepolti i nostri cari. Io non lo so".
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5. TESTIMONIANZE
Riportiamo il testo integrale dell'intervento del prof. Achille Ardigò, sociologo, pubblicato nel Supplemento al n. 38 de "La Discussione" del 5 novembre 1988:
"La prima cosa che colpiva in chi conosceva Giuseppe Fanin era il fatto che lui non si presentava come un giovane genericamente cristiano ma come una persona ch aveva compiuto una scelta di 'personalizzazione' della Fede. Era cioè, non solo un cristiano convinto, ma possedeva anche una forte carica di soggettiva spiritualità; e ciò anche grazie ad una meravigliosa combinazione formativa che veniva da un lato da una eccezionale famiglia di contadini veneti, e dall'altro dall'esperienza della FUCI. Il grande disegno dell'allora Mons. Montini era appunto quello di formare dei professionisti cattolici che non fossero assorbiti dalla cultura prevalente.
Un altro dato che emrge chiaro nella lettura della figura di Fanin è il suo essere 'riformatore', che prelude al grande sforzo riformatore degli anni '50, e che in lui era già anticipato. Un esempio di questo è ravvisabile nel contratto di compartecipazione per il quale Fanin si batté strenuamente non in chiave ideologica né anticomunista ma perché vedeva in esso uno strumento di crescita economica e sociale per i lavoratori della terra.
Ma essere riformatori in provincia di Bologna era drammaticamente difficile, in una situazione in cui erano molto pochi i coltivatori diretti e con una mezzadria conquistata durante la Resistenza dal PCI. Era difficile a causa del problema drammatico dello stalinismo che nelle campagne bolognesi si presentava nei suoi aspetti più duri e intolleranti. A lungo i comunisti seguirono la logica del 'collettivo' bracciantile anche se la famiglia ontadina stava emergendo come forte soggetto sociale.
Il martirio di Fanin obbedisce ad una strategia politica precisa dei vertici comunisti e ad un disegno preordinato dall'alto. L'inasprirsi del clima d'intolleranza nelle campagne era dovuto a tre fattori principali: la rottura dell'unità sindacale, la legge sulla proprietà contadina, l'istituzione degli uffici statali di collocamento.
Fanin tenta la carta della compartecipazione famigliare che eroda il latifondo e batte sull'altro versante lo stalinismo sotto la forma dei 'collettivi'.
Il riformista è colui che sceglie la strada più difficile; è più facile infatti schierarsi o con gli uni o con gli altri. In prospettiva storica lo sforzo intermedio tentato da Fanin di fare crescere un riformismo che fosse fondamentalmente centrato sui valori di perequazione e di progresso economico e civile in queste zone è stato veramente un'impresa impossibile da realizzare; per essa egli ha pagato con la vita".
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democraticicristiani.it
Novembre 2003