LE ELEZIONI POLITICHE DEL 1919 E LA VITTORIA DEI MOVIMENTI DI ISPIRAZIONE SOCIALE

di Carlo Alberto Ciocci


La prima guerra mondiale che sconvolse l'Europa accelerò, soprattutto in Italia, quel processo di cambiamento politico e sociale che stava maturando nelle classi politiche dell'epoca, decretando la fine dei vecchi partiti politici di ispirazione liberale.

Si assistette, così, alla nascita dei grandi movimenti di ispirazione sociale e di massa che in Italia furono rappresentati principalmente dal partito socialista e dal partito popolare.

Ideologicamente agli antipodi, rappresentarono i soli movimenti che seppero tutelare le giuste cause della classe media e della massa dei lavoratori.
Ma la vera incoronazione politica nel parlamento italiano delle sopraccitate forze si ebbe soltanto con le elezioni politiche del 1919 volute dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

Francesco Saverio Nitti era diventato Presidente del Consiglio in seguito alle dimissioni di Vittorio Emanuele Orlando, dimissioni che furono richieste dalla Camera a seguito della fallimentare opera dello stesso Orlando alla Conferenza della pace di Parigi.

La mancanza di coesione da parte della allora maggioranza governativa liberale, non fece che aggravare la condizione di precaria stabilità in cui versava lo stesso governo che di fatto, rifiutando di appoggiarsi, per opposte motivazioni, ai due sopraccitati partiti non potè che creare compagini governative per lo più di breve vita, portando inevitabilmente alla fine della legislatura e quindi alla conseguente decisione di indire elezioni politiche, che sancirono così la grande vittoria delle forze sociali rappresentate dal partito popolare e socialista.

La campagna elettorale sulla quale fece leva il partito popolare si ispirò soprattutto ai contenuti politici decisi nel controverso congresso che si era tenuto poco prima a Bologna, per cui si assistette in quasi tutto il Paese, da parte dei popolari, ad una linea di intransigenza politica nei confronti degli altri schieramenti politici.

Nel “Corriere d'Italia” del 10 settembre 1919 così si legge: ”Noi siamo contro il Partito Socialista, ma siamo contro il Partito Liberale per ragioni ancora più ovvie ... Siamo appena nati come partito e ci hanno attaccato a viso aperto né sociali né massoni, ma il vecchio e gottoso liberalismo ...

Per tali motivazioni non era pertanto opportuno che i candidati del partito popolare stabilissero alleanze politiche con altre forze politiche, i cui timori erano rivolti alla nuova organizzazione politica che con le sue idee innovative e sociali stava continuamente facendo adepti nella arcaica classe borghese che non sapeva o non voleva adeguarsi al cambiamento dei tempi.

E così nello scudo crociato, simbolo del partito popolare (scelto fin dal ottobre 1919), confluirono i voti di chi…”ha fede nella sana energia delle genti italiane…”
Anche l'apertura delle liste nei confronti degli ex combattenti da parte dei popolari rappresentò una svolta innovativa di contenuto politico, a dimostrazione di quanto il movimento sturziano fosse vicino a quella parte di popolazione che aveva combattuto a favore della patria.

Si trattava in sostanza di una posizione che tendeva di presentare il Partito Popolare non solo come partito di ispirazione cristiana, ma anche di contenuto nazionale, vicino alla classe dei combattenti.

L'intransigenza elettorale nei confronti di altre forze politiche, dettata dal congresso di Bologna, era ritenuta pertanto la logica scelta pratica che si dimostrò vincente politicamente.

Tutto questo infatti determinò l'adesione al partito popolare di uomini di diverso orientamento culturale, sociale e soprattutto politico che crearono dapprima la soluzione vincente del partito, ma successivamente determinarono nell'ambito del partito una situazione di equivoco, che sarà la causa determinante di tante illustre defezioni e causerà la fine dello stesso Partito Popolare.

La borghesia soprattutto fu la classe dominante nelle liste popolari dei candidati che rappresentavano così il fulcro del partito che si imperniava sulla qualità politica e culturale dei eleggibili , ma comunque fedeli al modello dettato dal congresso di Bologna.

Sotto questo aspetto il Webster così motiva la vittoria dei popolari alle elezioni del 1919: “Giovani intellettuali della classe media alla ricerca di un partito piuttosto riformista che rivoluzionario; piccoli e medi proprietari terrieri, avventurieri di varie specie, trovarono per lo meno un temporaneo rifugio in questo vasto partito omnibus…Per i liberali il partito offriva una diffusa libertà costituzionale, per i cattolici il partito si presentava come capace di raggiungere l'obiettivo a lungo proclamato della riconquista cattolica della società moderna. Gli interventisti potevano trovare uno spirito affine in Filippo Meda, ministro nei giorni della guerra, mentre i molti che erano disgustati dalla guerra e delle conseguenze potevano condividere il dolore di Benedetto XV per l'inutile strage…

La dimostrazione chiara di quanto il programma dei popolari avesse ottenuto un seguito, sta soprattutto nel seguito ottenuto con i risultati elettorali.
Il programma sturziano che opponeva i popolari in concorrenza con il materialismo bolscevico, con l'anticlericalismo liberale e con l'egoismo borghese, dette luogo ai seguenti risultati:

  • Partito popolare: 1.176.473 voti, pari al 20,6%
  • Partito socialista: 1.835.000 voti, pari al 32,3%
  • Liberali: 2.127.496 voti, pari al 41%

    Nelle elezioni precedenti, che si erano svolte nel 1913 durante il governo Giolitti era stato, invece, adottato il patto Gentiloni che prometteva l'appoggio dei cattolici ai liberali contro i socialisti.

    E rispetto alle predette elezioni i liberali, senza tale appoggio, subirono un vero tracollo: nel 1913 la maggioranza era a loro favore, mentre i socialisti avevano avuto circa il 15% dei voti.

    Soprattutto a Roma che rappresentava il collegio elettorale più importante dal punto di visto politico, il partito sturziano ottenne, anche se di misura, un maggior numero di voti valutabili in circa 200 maggiori di quelli ottenuti dai socialisti, mentre tra i popolari ed i partiti di ispirazione liberale si ebbe uno scarto valutabile in circa 2000 voti.

    I consensi maggiori nel collegio romano furono ottenuti proprio da Filippo Meda che rappresentava la personalità più in vista del partito popolare.
    A questi, infatti, andarono i ripetuti inviti della sezione romana agli elettori per attribuire un voto di preferenza sui tre possibile contenuti nelle schede elettorali.

    E' al riguardo interessante leggere quanto riportato nel “Corriere d'Italia” del 16 novembre 1919 (pag. 142):
    “ Tra i nostri elettori candidati della lista di Roma, uno ve ne è che vogliamo in particolar modo e che deve più specialmente stare a cuore del nostro corpo elettorale: alludiamo a Filippo Meda. Basterà averlo nominato per comprendere come la designazione particolare che noi facciamo del suo nome non sia da confondersi con quella che potremmo fare su altri nomi pure a noi cari ... Il nome di Filippo Meda può e deve essere segnalato da questo giornale nella piena sicurezza di compiere una bella e piena affermazione del P.P.I. nel nome di Filippo Meda.
    ... Gli elettori del P.P.I. sanno che i candidato della nostra lista sono tutti ugualmente degni del loro suffragio, ma sanno anche quale è il loro particolare dovere verso l'uomo che l'opinione pubblica italiana ha designato come una delle figure pubbliche più rappresentative della nostra idea. Il primo voto di preferenza va quindi dato a Filippo Meda” .

    I risultati elettorali consacrarono quindi il partito popolare ed il partito socialista i primi grandi partiti di ispirazione sociale. I successivi governi dovettero quindi tenere conto in maniera evidente della nuova forza politica rappresentata dai popolari che, seconda solo ai socialisti, aveva portato alla Camera un grande numero di deputati che il De Rosa definisce “troppi per essere trascurati e troppo pochi per costituire un governo da soli ...”.


    Carlo Alberto Ciocci
    ottobre 2002

    * * *

    VITTORIO EMANUELE ORLANDO nacque a Palermo il 19 maggio 1860 E' ritenuto il fondatore della moderna scuola giuridica italiana di diritto pubblico. Nel 1897 è eletto deputato e resta alla Camera sino all'agosto del 1925, quando rassegna le dimissioni. Politicamente vicino a Zanardelli e Giolitti è, dapprima, ministro della Pubblica Istruzione nel governo Giolitti (1903-1905) e, poi, ministro di Grazia e Giustizia nel terzo governo Giolitti (1907-1909).

    * * *

    Il Teatro Comunale di Bologna edificato il 14 maggio 1763 su disegno di Antonio Galli Bibiena èstato più volte riadattato e restaurato . L'ultima ristrutturazione risale al 1981. Cinquant'anni prima, passato per le fiamme che ne avevano distrutto il palcoscenico, il Comunale, appena riaperto al pubblico, in occasione d'un concerto commemorativo di Martucci aveva vissuto la sera del ben noto "schiaffo a Toscanini"




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