E' POSSIBILE UN INCONTRO CON GLI EX-FASCISTI?

di Franco Maria Malfatti


Tre "ex fascisti democratici", come essi si qualificano, Fausto Brunelli, Carlo Di Roberto, Emilio Giorgi, hanno redatto un documento politico dal titolo: La democrazia attuale e il neofascismo.

Chi sono questi ex-fascisti democratici ?

Sono coloro, si legge nel citato documento, che tentarono una trasformazione democratica all'interno del regime fascista e della Repubblica di Salò. Non militarono in movimenti antifascisti (come un esame obbiettivo della realtà politica avrebbe consigliato a qualsiasi democratico) perché, identificando il fascismo con l'Italia, non potevano "rescindere il patto di sangue" che li legava, mentre il conflitto era tuttora in atto, con i combattenti italiani".

Quali sono le tesi politiche che sostengono questi ex-fascisti democratici ? In sostanza una politica di terza forza. Nella lotta comunismo-anticomunismo, Russia-America, l'unica forza che si mantiene in una posizione autonoma è il neofascismo.

Bisogna pertanto togliere l'iniziativa di una politica di terza forza ad una organizzazione antidemocratica e far sì invece che "le forze democratiche indipendenti dalla politica dei blocchi contrapposti (Russia e America) si uniscano, si rafforzino, creino un nuovo fronte che sappia esercitare sulla gioventù italiana una vera forza di attrazione e non la lascino cadere vittima dei crescenti successi della propaganda neofascista".

Questa forza democratica dovrebbe superare i due termini fascismo-antifascismo e realizzarsi in particolare mettendo in azione "la maggior riserva della democrazia italiana, gli ex-fascisti democratici, e cioè gli ex-fascisti coscienti della necessità della libertà politica dagli schemi faziosi, dalle pregiudiziali ideologiche, dalla reciproca malafede ed ipocrisia"; oltre che, è evidente, i migliori antifascisti.

Quali i mezzi per realizzare queste linee politiche ?

Il documento non li indica con chiarezza, ma dal senso di sfiducia manifesto nei rispetti di tutti i partiti politici italiani, crediamo non allontanarci dal vero reputando che essi siano costituiti non tanto da organismi "popolari", quanto da una azione di élite, e in particolare di una élite ex-fascista democratica, specialista dei problemi fascisti (il rimedio consisterebbe nell'immettere contemporaneamente in questo fronte democratico gli ex-fascisti democratici aiutandoli a trovare mezzi almeno uguali a quelli del MSI, in modo che possano controbattere la propaganda con giornali ed organizzazioni politiche rivolgentisi, almeno in un primo tempo, di preferenza a quel pubblico di ex-fascisti che cade più facilmente vittima del neofascismo).

* * *

Scendendo sul piano "politico" del documento, chiaramente si manifesta il nostro dissenso. Concordiamo sulla necessità di una terza forza (vedremo in seguito le divergenze sui modi di attuazione); ma non concordiamo quando ci si dice che questa terza forza deve egualmente superare i limiti del fascismo e della Resistenza. Noi anzi, riconoscendone ancora oggi la sua piena validità, agiamo per riprendere quel movimento interrotto. Per noi la Resistenza ha solo marginalmente un contenuto polemico; si è scritto infatti su questa rivista: "Abbiamo tuttavia coscienza che in ben altri termini si sarebbe posto il problema dello Stato democratico senza il fallimento della Resistenza: esso avrebbe allora avuto un significato autonomista di iniziativa del popolo verso lo Stato". Il che significa che nel fenomeno della Resistenza noi vediamo qualcosa che va al di là della contingenza antifascista, per significare il fatto ben più sostanziale e realmente rivoluzionario della partecipazione delle masse popolari alla vita nazionale.

Perché dovremmo superare la Resistenza, quando lottiamo per una sua integrale attuazione ?

Ma accettando la comune linea politica della necessità di una trasformazione anticapitalistica della struttura nazionale e della costituzione di uno Stato democratico, quali mezzi ?

Noi non crediamo che si possa attuare la giustizia sociale senza la partecipazione delle classi ad essa interessate, e tanto più noi non crediamo che si possa costruire lo Stato democratico senza l'apporto delle forze popolari.

Mediante i partiti politici, su un piano di forza politica, noi pensiamo di arrivare alla trasformazione strutturale della società italiana. Cioè: con le forze popolari, operando per una loro maturazione politica, organizzando per una loro autotrasformazione.

Né vale, a nostro avviso, dire che non ci sono oggi movimenti politici organizzati che soddisfino la nostra ansia di trasformazione integrale della società italiana; anche questa è una posizione astratta, moralistica; per dirla ancora col Mounier: "Il delirio di purezza assoluta, la smania della perfezione, l'ideologismo sconfinato, sono frequenti nei manicomi e nei semplici nevrotici; e non contrassegnano giudizi di élites, ma psichismi degenerativi; non trasferiscono la personalità, come pensa chi ne è posseduto, verso una perfezione piena, ma verso una vera perdizione; si osservano in soggetti la cui linea di condotta è una fuga dalla realtà; tutto quanto potrebbero realizzare di necessariamente umile, imperfetto, finito, tutto essi respingono e, sul cardine di questa negazione, passano dal diniego alla condanna, che ai loro occhi li giustifica dalla fuga".

Questi ex-fascisti democratici a nostro avviso non rappresentano una forza politica ("la maggior riserva della democrazia italiana"); la maggior riserva della democrazia italiana è data dai ceti medi, che non si possono certo qualificare come ex-fascisti democratici; ma sono bensì una élite.

Ora si può aprire con costoro un colloquio di natura culturale, si possono ricercare le convergenze e le divergenze sul piano della rispettiva formazione culturale, si può chiarire che cosa reciprocamente si intenda per crisi della democrazia parlamentare, si può analizzare insieme il fenomeno del fascismo, nel suo significato storico e dottrinario (e vedere perché noi si dissenta per esempio da frasi come questa, tratta dal citato documento: "Che cosa approvavamo del fascismo? Una certa dimostrazione di forza, di energia, di giovanile entusiasmo, di prontezza nell'affrontare i problemi concreti, l'attaccamento alla Patria, la concezione di una Europa unita e libera dalle mene del capitalismo occidentale e dal comunismo russo").

Ma sul piano dell'azione, nel campo cioè della trasformazione della realtà politica italiana, non crediamo alle élites, ma alle élites agganciate alle forze politiche. Per chi ha vocazione politica (e sembra che questo sia il caso dei tre ex-fascisti democratici) si può concludere parafrasando l'XI tesi su Feuerbach di Marx: Non si tratta di interpretare solamente il mondo, ma anche di cambiarlo. E su questo piano valgono non le belle intenzioni, ma la scelta di mezzi adeguati.


Franco Maria Malfatti

[articolo tratto dal numero 10 del 1 giugno 1949 di Cronache Sociali]



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