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GIOVANNI LEONE: UN CAPO DELLO STATO CORRETTO E CORAGGIOSO


Il 21 dicembre u.s. è ricorso il trentacinquesimo anniversario dell'elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Leone. Circa un mese prima, l'attuale ospite del Palazzo del Quirinale, Giorgio Napoletano, ha adoperato, in occasione di una visita alla città di Napoli, parole di alto elogio sul suo predecessore, definendolo: “Capo dello Stato corretto e coraggioso”.

L'espressione del Presidente della Repubblica, ricordando i trascorsi della vicenda verificatasi nel 1978 che drammaticamente interessò l'illustre giurista di Pomigliano d'Arco, non può passare inosservata o ritenuta scontata. Essa proviene da un uomo che al momento rappresenta tutto il popolo italiano e che, all'epoca della vicenda (18 giugno 1978), era uno degli autorevoli esponenti di quel partito (PCI), che più di altri spinse Giovanni Leone a dimettersi da Presidente della Repubblica colpito, com'era stato, da accuse infamanti quanto ingiuste.

Il fatto ci rimanda con il pensiero anche a quanto nel recente passato ha scritto, sull'uomo di diritto campano, Vincenzo Caianiello – Presidente emerito della Corte Costituzionale – in un saggio, edito dalla Giuffrè, dal titolo “Il contributo di Giovanni Leone all'Assemblea Costituente”. Sono pagine dense di riconoscimenti per il grande giurista ed in particolare per l'opera da lui svolta per la stesura della nostra Carta Costituzionale, soprattutto del Titolo IV, Parte Seconda “La Magistratura”, del quale titolo egli era stato relatore nella Commissione dei 75. Se mettiamo insieme i due fatti (elogi di Giorgio Napolitano e riconoscimenti di Vincenzo Caianiello) abbiamo di certo difficoltà a capire come mai e perché l'allora Primo Cittadino italiano, uomo corretto e coraggioso, politico insigne e grande giurista, fu scelto come vittima di intrighi, interessi di potere e lotte personali, avendo avuto, al tempo dei fatti, il solo torto di non approvare la linea d'azione scelta per liberare Aldo Moro tenuto prigioniero delle BR.

Fu macchiato di accuse gravi mai provate e solo ora, a distanza di quasi un trentennio ed ove si escludano le manifestazioni di stima e di affetto riservategli a Montecitorio in occasione del compimento dei suoi novant'anni, si sta cercando di restituire per intero l'onorabilità e si apprezza pubblicamente quanto ha fatto per il nostro Paese. E se coloro che sono ancora in vita ed hanno avuto colpe per il misfatto ricordato decidessero di espiare, impegnandosi, in nome di Giovanni Leone, di porre un velo sulle lotte fratricide e che drammaticamente divisero il Paese negli anni di Piombo, accettando e condividendo una “memoria comune” del nostro Passato, quella memoria cioè che solo in Italia ancora non c'è?

Vincenzo R. Manca
Agenzia di stampa democraticicristiani
N. 1-2 2007



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