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LA DC E L'ADESIONE AL PATTO ATLANTICO


Tra le decisioni più importanti della politica estera italiana c'è senza dubbio l'adesione, nel 1949, al Patto atlantico. Vera protagonista dell'intesa fu la Democrazia Cristiana che sulla spinta sia di motivazioni ideali, l'appartenenza del nostro paese per cultura e storia al mondo occidentale, che di interessi politici, come la contrapposizione al comunismo italiano legato a doppio filo con l'URSS e il pericolo che si affacciava sul confine orientale del paese, riuscì a superare la prevedibile opposizione del blocco socialcomunista ma anche le perplessità di alcuni alleati di governo: basti pensare ai gruppi dell'ala neutralista del PSLI. De Gasperi sentiva impellente la necessità di introdurre il nostro paese all'interno delle dinamiche internazionali, in modo che l'Italia, nazione sconfitta dalla guerra, potesse acquisire una rinnovata importanza nello scacchiere mondiale.

Era proprio questa dimensione di paese battuto a creare diffidenze fra gli Alleati, non troppo convinti di allargare fino al Mediterraneo il sistema difensivo occidentale, né eccessivamente persuasi della saldezza della democrazia nella Penisola. La tenacia del Presidente del Consiglio, unita a considerazioni più generali fatte dai governi contraenti il Patto, come la ricerca dell'appoggio della Santa Sede e la volontà di non indebolire l'Italia di fronte ad uno dei più forti partiti comunisti d'occidente, riuscirono a superare ogni cautela e far si che la candidatura dell'Italia potesse essere valutata in modo scevro da preconcetti. La comunicazione della decisione statunitense fu accolta con entusiasmo dal Presidente De Gasperi. Ricorda Taviani: “Non ho mai visto De Gasperi così felice, i suoi occhi si illuminarono ancor più di quanto non fosse avvenuto, la sera del 19 aprile, per lo strabiliante successo elettorale”. Bisognava adesso affrontare il dibattito in Parlamento, dove si registrarono forse le sedute più infuocate della storia della Repubblica, e all'interno del partito.

La discussione nella DC non era per nulla scontata: molte e diverse erano le posizioni che si confrontavano sull'argomento. Nessuno metteva in dubbio il merito del problema e cioè la necessità di alleanze internazionali forti ed autorevoli, né perseguiva vani sogni di “neutralismo” o di “terzaforzismo”. Anche Dossetti, spesso ancora ricordato tra i contrari al Patto, per il suo voto negativo in sede di gruppo Parlamentare, sollevava più di un problema di merito, riconoscendo senza tentennamenti la pericolosità del mondo sovietico, una questione di metodo, che valutasse attentamente i pro e i contro della decisione da prendere secondo un percorso più prudente e graduale capace di coinvolgere gradualmente il partito e di chiarire il compito e il ruolo dell'Italia in una simile alleanza. Per il deputato reggiano sarebbe stata preferibile una garanzia unilaterale degli Stati Uniti, in modo che, risolto il problema della difesa, si potesse lavorare per uno sviluppo più ordinato ed omogeneo del paese in grado di reinserirlo, in un futuro, con più peso all'interno dell'alleanza occidentale. Per De Gasperi, che difendeva la cautela e l'accortezza del metodo propugnato dall'Esecutivo e seguito dal Ministro degli Esteri, occorreva fare una scelta “forte” che ponesse definitivamente l'Italia in uno dei due campi in cui si andava dividendo il mondo, sia per esigenze di difesa sia per motivazioni politiche. Egli inoltre respingeva il rilievo di non aver coinvolto il partito in decisioni così importanti, rivendicando al governo l'autonomia della responsabilità. Il Presidente del Consiglio era conscio delle difficoltà ma disse “sono fiamme da attraversare necessariamente”.

Il dibattito si concluse con l'approvazione del Patto da parte dei gruppi parlamentari della DC con tre soli voti contrari. Tra questi Dossetti, che in aula votò comunque a favore del Patto, spinto anche dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio per cui il governo nelle trattative si sarebbe speso per la “costruzione assolutamente difensiva, pacifica e democratica in Europa e di un'Italia il più possibile aperta e in se unita”.

La scelta del Patto era di natura strategica, ma proprio la diversificazione e la varietà del dibattito interno alla DC, fece si che no ci fosse un'eccessiva rigidità o una declinazione esclusivamente militare dello stesso. Senza dubbio la capacità e l'elasticità del governo riuscì ad interpretare le nostre esigenze internazionali oltre i rigidi steccati stabiliti nell'alleanza occidentale, definendo una diversa e, nei limiti del possibile, autonoma politica estera in grado di intervenire nei luoghi caldi e pieni di tensione del Medio Oriente e capace di allacciare proficui rapporti anche con le nazioni di oltre cortina: conferendo così al nostro paese, seppur all'interno di alleanze determinate, un ruolo di pace e di mediazione, un compito di libertà e di sviluppo, con positive ricadute a livello internazionale e nel complesso mondo della politica nazionale.

Luigi Giorgi
Agenzia di stampa democraticicristiani
N. 1-2 2006



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